Dopo il Muro, l’Europa tedesca e l’“austerità riparatrice”

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C‘era una volta il Muro di Berlino. Le Germanie erano due e il «sogno europeo» era poco più che un’area di libero scambio. Addirittura a Ovest, dove c’era il capitalismo, si stava pure benino e le disuguaglianze non erano quelle di oggi. Diversa la situazione a Est, dove le disuguaglianze (quasi) non c’erano, ma penuria di beni e controllo della polizia non facevano apprezzare nemmeno la sanità e l’istruzione gratuite, la piena occupazione e il diritto a una settimana di ferie all’anno sul Mar Nero.

Quando l’incauto Schabowski disse che la frontiera con Berlino Ovest era aperta «da subito» non poteva minimamente immaginare quali conseguenze avrebbero potuto avere quella preposizione semplice e quell’avverbio. Dai clacson festanti delle buffe Trabant che attraversano la Porta di Brandeburgo al Trattato di Maastricht sarà un attimo. Meno di tre anni. L’Europa unita poteva nascere davvero, senza dover pensare a come garantire pane, lavoro e sicurezza a tutti «perché sennò arriva il comunismo». Caduto il Muro, il grande mercato europeo poteva darsi finalmente istituzioni più pesanti e perfino un’unica moneta. Per quest’ultima, però, dovranno passare altri dieci anni. C’era bisogno di prepararsi, bisognava fare un po’ di cura dimagrante, spendere di meno e svendere quanti più asset pubblici possibili.

Uniti sì, ma in nome del mercato, della concorrenza, dei capitali che circolano liberamente. Mica nel nome di quel «comunista» di Spinelli. Con gli Stati a distanza di sicurezza dalla cassa, ovvero dalla Banca centrale di tutti e di nessuno. Uniti sì, ma con la Germania riunificata tenuta a bada grazie alla moneta unica. Almeno questo pensavano ingenuamente i francesi. Salvo che, per una curiosa eterogenesi dei fini, proprio sull’euro andrà a strutturarsi l’«Europa tedesca».

La Germania federale era già un colosso nei settori dell’automotive, dell’elettronica e della chimica. Con una moneta forte in tasca, greci e portoghesi, spagnoli e italiani, potevano acquistare più Volkswagen, Mercedes e Bmw, ma anche elettrodomestici Siemens e prodotti dell’industria chimica made in Deutschland. E così fu. Fino al 2011 i due terzi delle esportazioni tedesche si diressero verso i Paesi della periferia europea. Merci verso il sud, capitali verso il nord. Che ritornano di nuovo verso il sud sotto forma di prestiti a cittadini, banche e governi. Si stima che nei primi cinque anni della moneta unica ben 563 miliardi di euro abbiano lasciato la Germania alla volta delle banche dei Paesi periferici. Una macchina perfetta, per i tedeschi. Un problema per i Paesi del sud, che si indebitano per consumare e subiscono il declino dell’economia locale.

Con i proventi dell’export la Germania finanzia la domanda dei suoi beni oltreconfine ‒ una parte, circa il 3% del totale, va al settore della ricerca applicata per aumentare la competitività del prodotto ‒ e tiene bassa quella interna. Una soluzione per il contenimento dei salari. Complice anche la concorrenza al ribasso della forza lavoro proveniente dai lander dell’ex DDR e lo spostamento a est di ampi segmenti della produzione.

L’Unione Europea conta 28 Paesi membri, ma solo 19 di essi adottano l’euro. Succede allora che la Germania vende le sue auto in euro prevalentemente ai Paesi con l’euro e paga una quota dei salari in zloty, fiorini e corone. Che affare! Finché non arriva la crisi. Il virus americano finisce per contagiare anche l’Europa e il giocattolo si rompe. C’è da pagare i debiti e la Germania non fa sconti. Le sue imprese puntano su Pechino, mentre ai Paesi della periferia rimangono i bilanci da risanare, nel frattempo saltati per salvare le banche. Le stesse che negli anni precedenti erano state inondate di denaro proveniente da Berlino. Per i Paesi della periferia (e non solo) inizia il lungo calvario dell’austerità riparatrice, resa ancora più cogente e perfida da nuovi regolamenti e accordi intergovernativi (Six pack, Two pack, Fiscal compact). La crisi delle banche, che in Europa è anche figlia degli squilibri delle bilance commerciali, diventa d’incanto «crisi dei debiti sovrani».

La Germania non è disposta a pagare per gli sprechi degli altri! Si entra in una nuova fase. L’austerità porta in dono un riallineamento delle bilance commerciali (meno spesa, meno importazioni, perfino la povera Grecia nel 2013 fa registrare, per la prima volta nella sua storia, un surplus delle partite correnti), ma al prezzo di una caduta vertiginosa delle condizioni di vita di milioni di cittadini europei. Tutti tedeschi, senza la «manifattura allargata» della Germania. Che nel frattempo subisce il contraccolpo della guerra commerciale tra Cina e Stati uniti. La «locomotiva» rallenta e alcuni suoi vagoni si fermano del tutto. Come il vagone italiano. È la fine di un ciclo, che a distanza di trent’anni dalla caduta del Muro impone un serio ripensamento del progetto di integrazione.

L’Unione Europea che ha messo i cittadini e gli Stati gli uni contro gli altri non ha futuro. La concorrenza spietata tra gli Stati membri e l’aumento delle disuguaglianze hanno prodotto la rinascita del nazionalismo e delle rivendicazioni sovraniste. Non solo i lander dell’ex Germania est non si sono trasformati in «paesaggi rigogliosi», come aveva promesso Helmut Kohl, ma tutta l’Europa è diventata nel frattempo più povera e più insicura.

Non è più sostenibile un mercato unico fondato sul dumping salariale e su 28 differenti sistemi fiscali. In 22 Paesi su 28 c’è il salario minimo legale, ma in Francia è di 10 euro all’ora, mentre in Romania, Slovacchia, Croazia, Ungheria e Lettonia è compreso tra 2 e 3 euro. Ma poi, come si concilia un’unica disciplina di bilancio con un quadro economico e istituzionale così disomogeneo? Per quanto tempo ancora la moneta unica potrà convivere con tanti debiti pubblici quanti sono gli Stati che l’adottano?

Solo una rifondazione democratica e una costituzione sociale e federale potrà salvare l’Europa dall’implosione. Fisco, salari, moneta, debito, bilancio: c’è bisogno di vera convergenza e di un governo politico del processo integrativo. Tutto ciò che l’ubriacatura per la caduta del Muro di Berlino non fece percepire come essenziale e dirimente trent’anni or sono.

About Luigi Pandolfi

Luigi Pandolfi, laureato in scienze politiche, giornalista pubblicista, scrive di politica ed economia su vari giornali, riviste e web magazine, tra cui "Il Manifesto", "Micromega", "Economia e Politica". Tra i suoi libri più recenti: "Crack Italia. La politica al tempo della crisi" (2011).

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