Un modello sociale ed economico da buttare

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Tutti i giorni i giornali, le radio, le televisioni, le piattaforme digitali ci forniscono, a proposito del nostro Paese, una massa di dati demografici, statistici ed economici impressionante, che spesso stentiamo a comprendere e soprattutto a collegare tra loro. Vediamo qualche esempio.

L’immigrazione è il tema che più spesso viene messo in vetrina dai mass media perché è quello che sta più a cuore al governo e al suo ministro degli interni: secondo il Viminale nel 2018 i migranti arrivati in Italia sarebbero 17.151, mentre per UNHCR, l’agenzia ONU per i rifugiati, sarebbero in realtà 23.371; in ogni caso meno degli 86.000 circa arrivati nel 2017. Si tratta di una tendenza alla diminuzione che interessa tutta l’Europa e in particolare gli altri Paesi di arrivo (Grecia, Spagna, Malta e Paesi balcanici).
Meno enfasi viene messa sui dati relativi all’emigrazione: ogni anno, infatti, molti cittadini italiani, soprattutto giovani e per circa un terzo laureati, emigrano dal nostro Paese in cerca di maggiore fortuna.
Secondo l’Istituto di statistica (ISTAT) nel 2017 sono emigrati 114.000 italiani e nel 2018 circa 120.000: questi dati, però, si riferiscono solo a coloro che si registrano all’AIRE (anagrafe italiani residenti estero). Difficilmente chi emigra cambia residenza subito nei primi anni: si sposta prevalentemente all’interno dell’UE ed è preoccupato più di trovare un contratto di lavoro stabile e un domicilio adeguato; la regolarizzazione della residenza avviene sempre con qualche anno di ritardo. Tenendo conto di queste considerazioni IDOS, un istituto promosso da Unar (Ufficio alle dirette dipendenze della Presidenza del Consiglio), Caritas e Chiesa Valdese, ritiene che un dato più attendibile si ottenga moltiplicando per 2,5 quello ufficiale: in questo modo gli emigrati effettivi sarebbero stati 285.000 nel 2017 e circa 300 mila nel 2018.
È facile confrontare i dati degli immigrati e degli emigrati per rendersi conto di come, dei due aspetti, quello principale sia il secondo: mentre tutti si affannano a capire come contenere il numero degli immigrati, nessuno ci spiega come ridurre il numero molto più elevato di giovani italiani, in buona parte istruiti e formati nelle province relativamente più ricche, che se ne vanno in altri Paesi europei, perché in Italia non riescono a trovare una collocazione sociale e professionale soddisfacente.
Esiste poi un fenomeno rilevante di giovani che emigrano dalle province di nascita verso altre all’interno del nostro Paese: è ancora forte, infatti, l’emigrazione interna dal sud al nord. Così ogni anno circa 600 mila adulti, in maggioranza giovani, si spostano dal meridione al settentrione alla ricerca di un posto di lavoro più adeguato sia professionalmente, sia economicamente.

D’altro canto una conferma di questa situazione ci viene dal dibattito sulla possibile introduzione per legge del salario minimo garantito: come si sa la proposta del M5Stelle introdurrebbe un salario minimo di 9 euro lordi l’ora. Secondo l’INAPP, un istituto alle dipendenze del Ministero del Lavoro, questa misura determinerebbe l’aumento della retribuzione di 2,6 milioni di lavoratori (in larga maggioranza a tempo pieno) particolarmente concentrati nel Sud e nelle aziende fino a 50 dipendenti. Questi dati ci dicono che il mercato del lavoro in Italia è sempre connotato da una forte arretratezza nella richiesta di personale qualificato, da una realtà di bassi salari e da un’endemica precarietà, quando non da una vera e propria illegalità. Può sembrare un giudizio eccessivo, ma altri dati ci confermano indirettamente questa valutazione.

In questa situazione critica, infatti, come ci dicono quotidianamente tanti buoni economisti di ogni tendenza e scuola, bisognerebbe fare investimenti produttivi, mentre sappiamo che né lo Stato (per eccesso del debito pubblico), né i privati (per maggior favore verso la speculazione finanziaria) investono in maniera adeguata.
Da diversi anni la CDP (cassa depositi e prestiti), che gestisce il risparmio postale degli italiani, sembra essere una delle poche casse di proprietà pubblica ancora operative: dove sta orientando i suoi consistenti capitali? È fortemente coinvolta nel salvataggio di Alitalia, la compagnia aereonautica di bandiera, un carrozzone già adeguatamente spolpato da imprenditori privati con pochi scrupoli e ancora meno idee industriali, e si accinge a sostenere il salvataggio di Astaldi – una grande impresa edile sull’orlo del fallimento – e la sua fusione con Salini Impregilo la più grande azienda del settore. Anche quello dell’edilizia è un settore costellato da grandi imprese ormai decotte: oltre ad Astaldi, Condotte, CMC, Trevi, Fincosit, Unieco, Mantovani, Tecnis, tutte in condizioni fallimentari.
I pochi capitali pubblici disponibili sono, dunque, serviti prima a salvare le banche travolte dalle speculazioni e dalla cattiva gestione (Monte dei Paschi, le banche venete e quelle toscane, Carige etc.) e ora vengono utilizzati per altre grandi imprese industriali che non riescono a stare sul mercato.

E i capitali privati? La grande massa fluttua nell’empireo dei mercati finanziari cercando rapidi guadagni.
Le poche aziende industriali private con dimensioni e capacità adeguate a stare sul mercato internazionale investono nell’automazione.
Paradigmatica è la situazione della Fiat-FCA a Torino: dopo un grave ritardo ha iniziato a investire nella produzione di auto elettriche. Così a Mirafiori finalmente verrà avviata la linea per la 500 elettrica: 1.200 addetti con 200 robot per produrre 80.000 unità annue, per un investimento totale di 700 milioni.
Peccato, però, che gli addetti attuali di Mirafiori siano ancora 3.200, tutti in cassa integrazione e che la produzione in quello stabilimento non inizierà che nel 2020: nel frattempo in Italia la produzione del gruppo FCA è di nuovo scesa sotto il milione di pezzi. Insomma l’investimento per i primi modelli elettrici si sviluppa in un quadro di forte ridimensionamento della produzione e soprattutto dell’occupazione.
La città di Torino e l’intera regione Piemonte da anni assistono a una drastica riduzione del settore industriale senza che nasca un settore dei servizi avanzato: l’unico settore in crescita in tutta la regione e in tutte le province è quello della ristorazione, dove si registrano oggi più di 10 mila aziende con una crescita di quasi il 20% rispetto al 2011. Tra queste imprese sono cresciute più di tutte quelle gestite da stranieri.
Nel frattempo Milano e Torino sono le due aree urbane in testa alla classifica mondiale per le morti premature a causa dell’inquinamento determinato da gas di scarico e polveri sottili, secondo International Council on Clean Transportation (Icct).

Insomma il quadro generale mette in evidenza come il modello sociale ed economico italiano si caratterizzi per una spontanea tendenza alla decrescita infelice: poco lavoro, generalmente poco qualificato e mal pagato, pochi investimenti destinati a tenere in piedi strutture produttive o di servizi fallimentari oppure a mantenere attività produttive ridimensionate e con minore capacità occupazionale, una fuga generalizzata dei giovani, soprattutto quelli che sono riusciti a studiare e a qualificarsi, un ambiente progressivamente degradato.
Così le tendenze demografiche non fanno che rispecchiare questa spinta verso il declino: ISTAT registra nel 2018 solo poco più di 439 mila nuovi nati in Italia, 18 mila in meno rispetto all’anno precedente (- 4%). La popolazione residente si è fermata a 60 milioni 359 mila con una perdita di 124 mila unità rispetto all’anno precedente e di oltre 400 mila rispetto a quattro anni fa. Anche gli stranieri residenti – che sono circa 5 milioni – stanno frenando la loro crescita: fanno, però, ancora figli e muoiono di meno perché hanno un’età media inferiore a quella degli italiani.

Di fronte a questa situazione, che tutti i giorni ci viene documentata e illustrata dai mass media, c’è da chiedersi che senso abbia la paziente e continua ricerca di tanti bravi economisti anche progressisti, di minute e parziali proposte di aggiustamento e miglioramento di un modello sociale ed economico che è chiaramente fallimentare. Queste risorse andrebbero invece mobilitate per elaborare un’alternativa democratica di sistema che aiuti a ricostruire una sinistra politica capace di mobilitare la grande maggioranza di chi vive (o vorrebbe vivere) del proprio lavoro.

About Riccardo Barbero

Riccardo Barbero ha militato in diverse organizzazioni politiche e sindacali della sinistra. Attualmente pensionato anche dal punto di vista politico. Collabora con i siti workingclass.it e volerelaluna.it

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One Comment on “Un modello sociale ed economico da buttare”

  1. I problemi dell’Italia sono risolvibili con estrema facilità: basterebbe chiedere ai finlandesi o agli svedesi di accettarci come colonia e essere loro a governarci

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