La flat tax incrementale è incostituzionale

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Nel 2019 in Italia è entrato in vigore un surrogato della cosiddetta flat tax: si applica (con aliquota del 15%) soltanto alle partite IVA con ricavi non superiori a 65.000 euro. Di fatto si tratta di un ampliamento del preesistente regime forfettario con limite a 30.000 euro. La norma è iniqua nei confronti dei lavoratori dipendenti (ai quali si applicano le aliquote progressive) e rischia di incrementare l’evasione fiscale a causa della non detraibilità dei costi di produzione e dell’esenzione dalla fatturazione elettronica (come ha sottolineato anche la Corte dei Conti).

Per il 2020 l’attuale governo sta ipotizzano una nuova versione della flat tax. L’idea che sta prendendo quota è che l’aliquota del 15% si applichi solo sui redditi incrementali. Un esempio per capire: se un contribuente ha avuto nel 2019 un reddito di 30 mila euro e nel 2020 denuncerà 40 mila euro, la tassa piatta verrà utilizzata soltanto per quei 10 mila euro di ricavi in più nel 2020.

Questa nuova versione della flat tax per certi aspetti è anche peggiore di quella attualmente in vigore. Anzitutto, perché ne usufruiranno soltanto i contribuenti che avranno un aumento di reddito, cioè proprio quelli che avrebbero già un vantaggio dovuto a questo incremento. Inoltre, il guadagno sarà tanto maggiore quanto più elevata sarà la fascia di reddito: se l’aumento sarà nella prima fascia (che attualmente paga un’aliquota del 23% fino a 15.000 euro) il vantaggio sarà soltanto dell’8% (23 meno 15), mentre se l’incremento sarà relativo all’ultima fascia (aliquota del 43% sopra i 75.000 euro), l’imposta tagliata sarà del 28% (43 meno 15).

È evidente che questo sistema creerebbe palesi iniquità. Un contribuente che dichiara 30.000 euro nel 2019 e 50.000 euro nel 2020 avrà uno sconto notevole: sui 20.000 euro incrementali verserà soltanto il 15% anziché il 38%, con un risparmio di 4.600 euro rispetto al contribuente che in entrambi gli anni dichiara 50.000 euro. Non solo: viene il dubbio che il contribuente che ha aumentato i ricavi da 30.000 a 50.000 euro sia stato un evasore fiscale, che con questo sistema paradossalmente verrà premiato proprio per aver dichiarato di meno nell’anno precedente.

La flat tax incrementale oltre a risultare concretamente ingiusta, presenta evidenti profili di incostituzionalità, almeno sotto due aspetti: la capacità contributiva e il criterio della progressività indicati dall’art. 53 della Costituzione. Se a parità di reddito due contribuenti pagano imposte differenti (a causa della diversa variazione del reddito rispetto al passato), si viola il principio secondo il quale “tutti sono tenuti a contribuire alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”.

Inoltre, l’attuale sistema a scaglioni con aliquote crescenti garantisce eguale trattamento a parità di reddito. Infatti anche il più ricco contribuente per i primi 15.000 euro di reddito paga la stessa aliquota del più povero, cioè il 23%: soltanto sugli ulteriori redditi è tenuto a versare un’aliquota più elevata. In questo modo viene rispettato sia il criterio dell’uguaglianza (a pari condizioni), sia quello della progressività (per chi ha di più). La flat tax incrementale di fatto rovescia entrambi i criteri: se aumenta il reddito si paga di meno e diminuisce la progressività. Perciò la tassa piatta incrementale è un’imposta regressiva che sovverte i principi costituzionali.

Quando in Assemblea costituente fu approvato il testo dell’art. 53, il relatore Salvatore Scoca disse: «Lasciandoci guidare da un sano realismo, non si può negare che una Costituzione la quale, come la nostra, si informa a principi di democrazia e di solidarietà sociale, debba dare la preferenza al principio della progressività». Oggi stupisce come nel dibattito politico ed economico venga ipotizzata questa nuova versione della flat tax, prescindendo totalmente da ciò che la Costituzione stabilisce. Siamo in un tempo in cui i principi sono dimenticati e persino il “sano realismo” non è più un criterio per orientarsi. Prevale la propaganda e la superficialità, senza scandalo e senza vergogna.

Purtroppo aveva ragione Pier Paolo Pasolini: «Se l’Italia avesse cura della sua storia, della sua memoria, si accorgerebbe che i regimi non nascono dal nulla, sono il portato di veleni antichi, di metastasi invincibili, […] che i suoi vizi sono ciclici, si ripetono incarnati da uomini diversi con lo stesso cinismo, la medesima indifferenza per l’etica, con l’identica allergia alla coerenza, a una tensione morale».

L’articolo è pubblicato anche su liberainformazione.org

About Rocco Artifoni

Rocco Artifoni è vicepresidente nazionale dell’Associazione per la Riduzione del debito pubblico, referente per la Lombardia dell’Associazione Art. 53 e responsabile comunicazione del Coordinamento provinciale di Bergamo di Libera.

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