Corsa agli armamenti: che passione!

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La spesa pubblica in armamenti e la seconda guerra mondiale hanno lasciato come eredità agli Stati Uniti e al mondo un cancro, di natura squisitamente mista tra pubblico e privato: il cosiddetto complesso militare-industriale. Questa definizione risale a un discorso di Eisenhower del 1960, e da allora in poi è entrato nel linguaggio comune; sta a indicare una struttura trasversale che unisce industriali delle armi, politici di professione, ricercatori universitari, i quali agiscono in accordo per orientare verso la produzione di armamenti, o la ricerca di nuovi sistemi di arma, la percentuale più alta possibile della spesa pubblica.

Non vi è alcun dubbio che questo complesso di alleanze si sia strutturato in periodo di guerra attorno ai flussi di denaro innescati dalla versione militare del new deal. Ma se qualcuno avesse pensato che con la fine delle ostilità non avesse più ragioni di esistere sarebbe stato rapidamente smentito. Gli Stati Uniti hanno deciso subito dopo la fine della guerra di rendere permanente e formale questa struttura, di militari e civili, e lo hanno anche dichiarato apertamente: «Le forze armate non avrebbero potuto vincere la guerra da sole. Scienziati e uomini di affari hanno fornito le tecniche e le armi che ci hanno permesso di superare nell’inventiva e sopraffare i nostri nemici. Al fine di sviluppare il massimo livello di integrazione tra le risorse militari e quelle civili, e di assicurare la direzione unificata delle nostre attività di ricerca e sviluppo, viene attualmente istituita una sezione separata che ne sia responsabile, al più alto livello del Dipartimento della Guerra» (D. Eisenhower, 1946, citato in J. Barber et al., Defended to death, A study of the nuclear arms race, 4 Cambridge University Disarmament Seminar, Penguin Books, 1984).

Mi sembra ovvio che la presenza di questo insieme di persone, il loro agire coordinato abbia determinato in gran parte la politica estera degli Stati Uniti, e di conseguenza anche la distribuzione della ricchezza all’interno del paese. La presenza di centri di potere economico nell’industria degli armamenti ha influenzato anche le scelte tecniche e le strategie militari. La preponderanza di bombardamenti su civili, il massacro di inermi dall’alto che contraddistingue come un marchio di qualità l’agire delle forze aeree inglesi e americane da più di mezzo secolo, da Dresda a Fallujah, è nata con un paio di giustificazioni tecnicamente discutibili, presto rivelatesi false. Ma si è mantenuta per le pressioni in tal senso esercitate dalla lobby dei costruttori di bombardieri, e dai vertici dell’aeronautica militare degli USA. Lo racconta J.K. Galbraith nel libro Economia della truffa, Rizzoli 2004, e se lo dice lui possiamo credergli.

Mi capita che qualcuno obbietti che attribuisco eccessiva importanza al settore militare degli Stati Uniti. Francamente non capisco come si possa sopravvalutare una spesa in armamenti che da sola supera quella di tutti gli altri Paesi messi insieme; che mantiene più di settecento basi sparse per il mondo; che produce una sequela ininterrotta di aggressioni, coperte o manifeste, all’incirca un paio all’anno da più di mezzo secolo. Ma se i numeri all’ingrosso non bastano posso aggiungere qualche considerazione qualitativa. A rendere dominante nel mondo l’impresa industriale militare concorrono solidi motivi:

– ha una disponibilità incontrollata di denaro pubblico, che circola sotto il segno della necessità superiore senza alcuna effettiva verifica; controllori teorici e teorici controllati appartengono allo stesso gruppo di persone e si alternano nei due ruoli, come pedine intercambiabili;

– è in grado di risolvere problemi di sovrapproduzione scatenando periodicamente guerre, o inventando situazioni di emergenza (il gap missilistico, tanto per citare un caso famoso);

– ha risolto per sempre una difficoltà classica dell’economia capitalista, quella di effettuare da parte di gruppi privati investimenti a lungo termine, poiché l’intervento statale è assicurato fin dall’inizio;

– ha cooptato gran parte dei settori colti della popolazione, non solo tecnici e scienziati, ma anche i produttori di spazzatura mediatica.

Infine, tornando ai dati, il numero delle imprese coinvolte nell’attività militare attraverso una cascata di appalti e subappalti è nell’ordine delle centomila, nei soli Stati Uniti; le risorse assorbite variano tra il cinque e il dieci per cento del prodotto interno lordo; le spese di ricerca militare rappresentano all’incirca un quarto di tutte le spese in ricerca e sviluppo; quattro scienziati o tecnici su dieci lavorano in questo settore.

Il processo innescato dalla spesa pubblica militare ha poco da condividere con gli schemi degli economisti classici. Per prima cosa manca l’elemento fondamentale della loro rappresentazione della realtà, il mercato; immaginare che portaerei e bombardieri strategici vengano liberamente venduti in regime di concorrenza fa francamente ridere. E in quanto ai prezzi, essi vengono fissati nel rapporto tra gruppi di persone che sono di fatto soci in affari, sia che figurino come acquirenti con il denaro di tutti, sia che figurino come venditori a nome della loro privatissima azienda (così che i cessi dei B 52 finiscono col costare come se fossero di oro massiccio; e il clima di complicità permette lanci pubblicitari di nuove armi, i Patriot, ad esempio, o le armi cinetiche, con tanto di esperimenti truccati). Infine, questa attività economica richiede come condizione necessaria il controllo di settori dello Stato; il mostriciattolo economicus non solo sa far di conto ma si è dimostrato capace di fare gruppo con altri come lui contro gli interessi della restante parte della popolazione, darsi struttura e peso politico, controllare attraverso associazioni informali e occulte le istituzione della democrazia fino a svuotarle di significato.

Questo progressivo costituirsi in gruppo dominante di persone che partecipano al controllo di un grande flusso di denaro è in molti aspetti simile al costituirsi in potenza estranea del lavoro morto contro il lavoro vivo, descritto da Marx; tuttavia la composizione del gruppo dominante è più complessa della borghesia capitalista e la linea di divisione tra sfruttatori e sfruttati non è così nitida. La portata del processo è tale da stravolgere i lineamenti del sistema all’interno del quale si sviluppa; ha stravolto, ad esempio, ed eroso i fondamenti dello Stato liberale. Un mondo dominato dal complesso militare-industriale non sarà più come quello precedente; esso avrà introdotto il ricorso all’aggressione esterna come elemento costitutivo del funzionamento dell’economia, e la commistione di interessi come elemento permanente di potere.

La commistione di pubblico e privato che caratterizza attività economiche come quelle degli armamenti produce un flusso impressionante di ricchezza verso i gruppi privati. Può sussistere la convinzione tuttavia che essa svolga un effetto benefico, in termini economici, anche a favore della totalità degli omuncoli che costituiscono la nazione immaginata dagli economisti; naturalmente a spese di altre nazioni, e altri omuncoli; ma questo è considerato tollerabile.

La discussione dell’attività economica militare dell’occidente si presta a questo equivoco. Poiché essa è il motore di una politica di aggressione imperiale, si può ritenere che tale attività sia diretta al controllo e alla rapina delle risorse dei Paesi più deboli e quindi, sia pure in modo indiretto, risulti a favore anche del cittadino qualsiasi dei Paesi più forti. Si tratta di una convinzione diffusa, a cui si può dare una duplice lettura, di destra o di sinistra. Usualmente l’argomento non è presentato in modo così crudo, ma la destra occidentale crede nella correttezza di questa politica, considerata come dimostrazione di superiorità razziale. La sinistra vede lo stesso fenomeno, ma ne dà un giudizio opposto per ragioni etiche o religiose, oppure per nostalgia degli anni in cui l’Unione Sovietica pretendeva di difendere i Paesi produttori di materie prime. Non rinnego i motivi etici del rifiuto di sinistra. Tuttavia, in termini economici, vi è qualcosa che non quadra. I costi di questo mostruoso apparato di aggressione non sono compensati, neppure lontanamente, dai ricavi della rapina. Vi è un rapporto di 10 a 1, all’incirca.

La guerra all’Iraq offre un esempio, uno dei tanti, illuminante. Le compagnie petrolifere anglo-americane hanno cercato di imporre al governo di fantocci da loro sostenuto in Iraq un accordo più vantaggioso di quelli vigenti negli altri Paesi petroliferi (la notizia, con tanto di cifre assolute e percentuali è stata riportata dal giornale inglese The Independent). Ma la differenza tra quanto è possibile abbiano ottenuto con il ricatto dei cannoni e quello che avrebbero ottenuto con un accordo commerciale, non compensa neppure lontanamente i costi della guerra, sia che per valutarli ci si limiti a sommare i finanziamenti direttamente stanziati dal Congresso (circa 400 miliardi di dollari, fino a un anno fa, poi ho perso il conto), sia che si calcolino i costi globali dell’intervento, come ha fatto Stiglitz (circa 10 volte la cifra precedente). Manca almeno un ordine di grandezza. Vi è da rimanere trasecolati; si distrugge la legalità internazionale con un’aggressione immotivata, si mette in piedi un sistema di rapimenti e tortura su scala mondiale, si massacrano decine di migliaia di civili disarmati, si uccide e si violenta mettendo in campo la peggiore teppaglia che mai abbia vestito una divisa: tutto, per un affare clamorosamente in perdita?

Non è così, come è ovvio. L’abbaglio deriva da una errata prospettiva, quella che presume l’esistenza di un interesse nazionale, in cui i governanti e i governati almeno parzialmente si riconoscono. Della politica di aggressione dell’occidente traggono guadagno gli sciacalli delle aziende militari come Rumsfeld, delle società petrolifere come W. Bush, delle imprese di ricostruzione come Cheney. A pagare vengono chiamati i cittadini privi di potere politico, costretti a mettere sul piatto pensioni, assistenza medica, condizioni di lavoro e salario. Vi è un continuo e imponente trasferimento di risorse dai poveri dei Paesi ricchi, ai ricchi dei Paesi ricchi, che rappresenta il motore segreto delle grandi imprese, sia che si tratti di costruire infrastrutture inutili, o di lanciarsi in guerre di aggressione. Quando le motivazioni urlate sono altisonanti, quelle reali sono ignobili.

Ho delineato per sommi capi il ruolo economico del complesso militare-industriale dell’occidente perché si tratta di una realtà organizzata assai nota (è stato calcolato persino il valore monetario delle attività promozionali, di lobby, del settore, ottenendo numeri fantastici, dell’ordine più o meno del PIL di un piccolo Paese industrializzato ‒ il Belgio, mi sembra di ricordare).

La sua struttura può servire da paradigma per comprendere numerose realtà simili, il settore delle grandi opere infrastrutturali, i finanziamenti alle attività industriali per l’innovazione del prodotto, ma anche gli aiuti ai Paesi poveri del terzo o quarto mondo. Non sono in preda a follia nichilista. Conosco, ad es. il settore degli aiuti ai Paesi poveri per avervi lavorato, sia pure per un breve periodo, alle dipendenze del Dipartimento per la cooperazione allo sviluppo del Ministero degli affari esteri, e anche alle dipendenze dirette del governo etiope, da cui avevo ricevuto l’incarico di studiare il modo per trasferire tecnologie dai Paesi sviluppati a quelli in via di sviluppo. Sono venuto via per metà depresso e per metà incazzato.

Le campagne di aiuti in situazioni di emergenza si risolvono nel trasferimento dei fondi di magazzino delle imprese dei Paesi ricchi, pagati profumatamente con i soldi dei cittadini di questi Paesi, e vengono distribuiti in modo tale da sradicare intere popolazioni dal loro habitat, ponendo in questo modo le premesse o per una dipendenza permanente o per future tragedie. In quanto agli oggetti industriali, le macchine in senso lato, quelle che circolano nei Paesi industrializzati non sono di alcuna utilità nei Paesi più poveri, perché hanno bisogno di un contesto che manca (capacità di manutenzione, competenze tecniche degli operatori, rete di approvvigionamento di ricambi, infrastrutture). Ma la possibilità di progettare nei Paesi sviluppati macchine e sistemi industriali calibrati sulle condizioni operative dei Paesi poveri si scontra con l’assenza di gruppi economici precostituiti, già in possesso di oggetti adatti; e in assenza di tali gruppi, e di una prospettiva di facile guadagno, viene a mancare la ratio segreta delle operazioni umanitarie, il ritorno in nero di denaro alle forze politiche che decidono e controllano gli aiuti.

About Claudio Cancelli

Claudio Cancelli, già docente al Politecnico di Torino e consulente tecnico della Comunità Montana Bassa Valle Susa per le problematiche della Nuova Linea ferroviaria Torino-Lione, è coautore del libro "Alta velocità. Valutazione economica, tecnologica e ambientale del progetto" (Ed. CUEN-Ecologia)

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