Come ci siamo ridotti così? Risvegliamoci!

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Mi è capitato di recente di leggere o rileggere alcuni testi sulla riduzione e la redistribuzione dell’orario di lavoro scritti più o meno un quarto di secolo fa, quando si discuteva di 35 ore, di autori che mi sono familiari, come Giovanni Mazzetti (Teoria generale della necessità di redistribuire l’orario di lavoro) o Giorgio Lunghini (Introduzione a L’ABC dell’economia, di Ezra Pound).

Mi sono reso conto che alcune delle tesi sostenute dagli autori, che avevo ben presenti venti anni fa, erano come sparite dal mio orizzonte mentale negli ultimi tempi. Avevo smesso di fatto di usarle per cercare di capire quello che succede tutti i giorni. Mi sono accorto di essermi come addormentato, intontito dall’eterna ripetizione delle tesi correnti: l’eccesso di spesa pubblica, la necessità di puntare sull’innovazione tecnica e sull’industria 4.0, la possibilità che si crei, all’interno del sistema produttivo, occupazione sostitutiva di quella distrutta dall’automazione, l’ossessione e la necessità della crescita del PIL.

Venti anni fa erano vivi De Cecco, Graziani, Gallino, non c’era la resa culturale che ci sommerge ora. C’erano economisti, sociologi, storici autorevoli, che non si rifugiavano nel silenzio e avevano modo di esprimersi sui giornali maggiori. Oggi prevale l’imbarazzante ripetizione di parole senza senso, come “mercato”, inteso come il dispensatore di giudizi inappellabili di adeguatezza, positività, efficienza di qualsiasi iniziativa; “crescita” intesa come la tendenza naturale di tutti i Paesi del mondo, a meno di colpe gravi dei loro cittadini, ad aumentare il PIL più o meno del 3% l’anno; “equilibrio”, inteso come la naturale, automatica, tendenza all’equilibrio tra domanda e offerta («l’equilibrio è un caso», avrebbe ribattuto Lunghini citando Marx).

Eravamo abituati a distinguere tra economisti ortodossi ed eterodossi. Gli ortodossi avevano un bel sistema ma negavano l’evidenza della disoccupazione involontaria, della concentrazione della ricchezza, dell’uso del denaro per arricchirsi senza produrre. Gli eterodossi prendevano atto dello scandalo della disoccupazione (contro le tesi dell’equilibrio economico generale), delle altre emergenze impreviste che preparano la crisi prossima ventura. Ci si poteva schierare. Oggi tutti sembrano convinti della impossibilità di regolare la massa enorme di titoli inconoscibili che ci sovrasta.

È ora di svegliarsi, di prendere atto della realtà. Continuare a parlare di “crescita” perché è aumentato il PIL quando sappiamo che, con la concentrazione del reddito e della ricchezza attuali, la ricchezza e il reddito mediani sono diminuiti, che tutti, salvo i pochi molto ricchi, stanno peggio, è negare la realtà evidente, un delitto contro il buon senso. Nessuna comunicazione, nessuna società è possibile se non si riconosce l’evidenza.

Alcune ovvietà negate da riaffermare

Non cercherò di fare il sunto dei testi di Mazzetti e di Lunghini e dell’opera di Luciano Gallino, né la sintesi delle teorie degli economisti eterodossi. Mi limiterò a ricordare alcuni fatti già evidenti 20 anni fa e riconfermati a maggior ragione dopo la crisi.

L’innovazione tecnologica, fondamentale per il funzionamento del circuito produttivo capitalistico, distrugge lavoro da quando l’aumento della produzione possibile a parità di lavoro impiegato non trova più compratori. O si cambia tipo di produzione e distribuzione (prezzi più bassi e più soldi ai potenziali compratori) o aumentano i disoccupati. La legge di Say secondo cui l’offerta crea la sua domanda, secondo cui cioè c’è sempre un compratore che consente di completare il ciclo produzione-consumo per ogni merce prodotta, è storicamente falsa, ci ricorda Mazzetti. I posti di lavoro che hanno consentito di limitare la disoccupazione sono stati creati dalla spesa pubblica, finanziata dalle tasse o dal deficit, che consente di pagare i servizi pubblici, tra cui la sanità, l’esercito e la pubblica sicurezza, e in generale i pubblici dipendenti.

Non si tratta di previsioni o estrapolazioni ma di storia dei decenni prima del 2008.

Purtroppo negli ultimi anni c’è stato un vero e proprio tracollo culturale seguito da una sconfitta politica e sociale. Ha prevalso la tesi della intrinseca corruzione e inefficienza del settore pubblico, della superiorità dell’appalto e subappalto ai privati, con la conseguente contrazione del finanziamento al Servizio sanitario nazionale e tendenza a privatizzare il privatizzabile. Marcello De Cecco, nella prefazione a Le privatizzazioni nell’industria manifatturiera italiana, curato insieme ad Affinato e Dringoli, ricordava che storicamente molti settori sono stati alternativamente pubblici e privati e che il fatto meriterebbe una riflessione e una ricerca. Non c’è nessun motivo di pensare che la gestione privata sia intrinsecamente migliore di quella pubblica. La gestione dei Riva della già Italsider è stata peggiore di quella pubblica, ha inquinato di più e meritato una pesante condanna. Le privatizzazioni sono state spesso un regalo ai privati e un danno pubblico. Si possono costruire e sono state costruite aziende pubbliche più efficienti di quelle private. Non si può ridurre l’intervento pubblico al finanziamento delle aziende appaltatrici private, agli incentivi e alle facilitazioni perché i privati assumano; o peggio al rendere possibili o facili i licenziamenti per invogliare ad assumere – non è mica per sempre! – come se si assumesse senza averne bisogno. Giustamente Luciano Gallino sosteneva che per creare lavoro bisogna che gli enti pubblici assumano, direttamente. E calcolava i costi, sostenibili, delle sue proposte, perché era contrario alla spesa in deficit, fondata per forza sull’indebitamento pubblico, sull’aumento della finanza.

È noto che Keynes ha scritto che per stimolare la produzione può essere meglio scavare buche per terra per poi farle riempire che non fare nulla. Ma se invece di scavare buche per terra si sistemano i fiumi, le frane, i boschi, le case degradate o pericolose, i treni a normale velocità, le strade, i viadotti, tutte cose di cui c’è grande, impellente bisogno ma non domanda, è meglio.

Il punto è creare le organizzazioni adeguate, rendere il lavoro finanziato dal pubblico realmente utile.

Proposta neokeynesiana

Alcuni giovani e meno giovani economisti e sociologi (dal sito: Angela Ambrosino, Maria Luisa Bianco, Bruno Contini, Giovanna Garrone, Nicola Negri, Guido Ortona, Francesco Scacciati, Pietro Terna, Teodoro Dario Togati e Andrea Surbone) hanno costituito un gruppo di lavoro che si chiama “Proposta neokeynesiana”. Il gruppo sostiene, giustamente, che l’Italia, contro le convinzioni implicite correnti, ha una percentuale di pubblici dipendenti più bassa della maggior parte dei Paesi europei, in particolare della Francia e della Germania. Perciò la via maestra per ridurre la disoccupazione è l’assunzione di dipendenti pubblici. La tesi mi sembra giusta e convergente con i testi citati prima, ma i fatti a sostegno resi pubblici dai proponenti non mi sembrano sufficienti. In particolare mancano fatti disponibili che sarebbe importante ricordare. Non riesce a raggiungere la maggioranza degli italiani la storia della creazione di lavoro nei servizi pubblici che ha compensato la riduzione del lavoro necessario generata dal mutamento tecnico, quella ricordata da Mazzetti 20 anni fa.

Non mi sembra venga sostenuta, o non raggiunge il pubblico, la necessità della riduzione degli orari e della redistribuzione del lavoro. L’Italia ha orari di lavoro, contrattuali e di fatto, tra i più lunghi d’Europa. L’argomento è impopolare, non fa parte delle idee propagandate, ma è tutt’altro che assente dal dibattito tra gli specialisti. È un argomento comparativo, parallelo a quello del numero dei pubblici dipendenti. Andrebbe approfondito.

Come andrebbe ripreso il tema della mobilità dei lavoratori, mediamente più alta in Italia che negli Stati uniti e in molti paesi europei. Bruno Contini, tra i più anziani e autorevoli del gruppo di Proposta neokeynesiana, è uno degli studiosi più importanti della natimortalità delle aziende, da cui dipende l’alta mobilità dei lavoratori italiani. Si diventa disoccupati non solo per licenziamento ma anche per fallimento o scomparsa dell’azienda da cui si dipende. La frammentazione del posto di lavoro (vedi The fissured workplace di David Weil) dovrebbe aver aumentato, non diminuito, la mobilità, oltre a generare precarietà.  

Non è necessariamente neokeynesiano ma sarebbe molto utile, indispensabile, per rovesciare le convinzioni correnti, un’analisi dell’efficienza dei settori più importanti del pubblico impiego, dei servizi pubblici essenziali, in particolare del Sistema sanitario nazionale, ma anche della Pubblica amministrazione in senso stretto. Il Servizio sanitario nazionale, malgrado la riduzione dei finanziamenti e i difetti, resta uno dei migliori e meno costosi al mondo. E nelle amministrazioni non tutto è corruzione. Se non si riesce a distinguere, nella proposta politica, tra settori, comuni, province, regioni, qualunque progetto di assunzioni pubbliche verrà respinto a furor di popolo. So che Proposta neokeynesiana ha presentato un progetto di ricerca sull’efficienza della Pubblica amministrazione. Devono esserci stati problemi perché, al momento, non ho letto risultati. I tempi della politica sono brevi. C’è bisogno di risultati il più presto possibile. 

L’ultimo tabù

Ci si può chiedere quando e come ci siamo ridotti così.

Una parziale risposta si può trovare in L’ultimo tabù, un libro di venti anni fa di Aris Accornero, già operaio Riv, licenziato per rappresaglia dalla Fiat, poi diventato uno degli studiosi più importanti del mondo del lavoro. L’ultimo tabù, da superare, è il licenziamento, che andrebbe accettato come un normale evento della vita, da cui si esce con un nuovo lavoro, in una Italia non più segnata dalla scarsità.

Accornero, morto l’anno scorso, è stato uno studioso competente che ha sostenuto tesi opposte a quelle di Gallino (citato anche in questo libro per la sua “critica tagliente”), Mazzetti, De Cecco e altri di cui è stato contemporaneo. Lo citerò per documentare la totale interiorizzazione, da parte dell’ambiente culturale e politico del PCI o della sua maggioranza e degli studiosi di riferimento comunisti, delle tesi neoliberali in economia, della fine della scarsità in Italia, dell’eccesso di difesa dei diritti del lavoro (che sono “un’invenzione dei giuslavoristi”), della necessità di uscire dalla cultura pauperistica che nega la realtà della prosperità raggiunta, lo scudo per i giovani rappresentato dalle famiglie, le preferenze per la flessibilità e la varietà, il rifiuto della stabilità e della noia. Confesso che anche L’ultimo tabù, che non avevo mai letto, per me è stato un risveglio:

Le garanzie in Italia sono state «concepite nel dopoguerra, quando nessuno poteva prevedere che l’Italia si sarebbe posta tra i Paesi più dinamici d’Europa per reddito prodotto e distribuito. Purtroppo il nostro sviluppo non è stato ben interiorizzato e infatti gli italiani non si gloriano di queste performance […] e anzi continuano a credere che il loro Paese sia fragile e povero. Persiste qua e là l’immagine ingenerosa e persino spregiativa di una “Italietta” alla Benito Mussolini fatta di persistenti arretratezze, di croniche instabilità, di rattoppi sistematici. […] L’indennità di liquidazione, la Cassa integrazione straordinaria, le pensioni baby, poi travasate in quelle di anzianità, il fuori ruolo ai professori universitari si improntano a quell’immagine di scarsità e di sottosviluppo che ha indotto scelte opportunistiche di ipergarantismo. […] Il collocamento proteggeva attraverso la lista “numerica” che assicurava il posto in base alla condizione familiare e all’anzianità di iscrizione. Gli imprenditori dovevano attingervi almeno il 50% degli assunti (pp. 6-7). Mentre il principio di giusta causa nei licenziamenti esiste in vari Paesi, ormai interiorizzato come “norma sociale”, il diritto al reintegro e l’obbligo di riassunzione esistono soltanto in Italia, sacrosanti ma ineffettivi (p. 12). Ci siamo liberati dell’oppressione della monotonia ma abbiamo acquisito l’ansia della variabilità. E non si salva nessuno. … Così la disoccupazione europea diventa la prova che tutto sta andando a remengo e l’insicurezza nel lavoro – dai 1300 morti per infortunio all’anno, al 60% di assunzioni a tempo determinato diventano la dimostrazione che il mondo del capitalismo sta impazzendo (p. 49). D’altronde era in atto in Italia una rivoluzione sociale che stava andando ben oltre il fugace e fantasioso Maggio francese. Gli slogan erano “lotta dura senza paura”, “dai contratti alle riforme”, “salario variabile indipendente”,”nord e sud uniti nella lotta”, “nuovo modo di fare l’automobile”. Chi avrebbe osato sostenere che era meglio lasciare qualche piccola differenza tra la paga dei giovani e quella degli adulti? (p. 91).

Insomma Accornero condivideva, qualche volta fino al grottesco, qualche volta con sensate distinzioni, le tesi che hanno trionfato, poi diventate propaganda.

Alcune critiche di Accornero sono fondate, e sono state ampiamente condivise. Le pensioni baby sono state veramente una sciagura, il mancato adeguamento tra requisiti per iscriversi alle varie facoltà e contenuto dei corsi è stato veramente un trauma per generazioni di studenti, tra cui la mia. Mi sono trovato a seguire le lezioni di alcuni dei migliori fisici del mondo senza capire nulla, perché il corso usava il calcolo differenziale e io, come molti, venivo dal Liceo classico dove le derivate non si studiavano. I diritti dei precari andrebbero difesi come tali, non ricondotti a quelli dei dipendenti stabili. Ma L’ultimo tabù è una requisitoria, irridente e ingiusta, alla pigrizia, alla passività dei lavoratori che non vogliono rimettersi in gioco e accettare le nuove sfide, alla cecità, alla ottusità di chi li difende. Non ci sono limiti alla critica del welfare e dei diritti. Non c’è empatia per i lavoratori, trasformati tutti in fannulloni opportunisti.

Stupisce soprattutto che Accornero, a fine secolo, pensasse di vivere ancora nell’Italia del boom, degli alti tassi di sviluppo, diminuiti in effetti già nel ’63 (vedi Augusto Graziani, Lo sviluppo dell’economia italiana: dalla ricostruzione alla moneta europea) e crollati negli anni Settanta. Già allora l’Italia era in sostanziale stagnazione, accentuata nei venti anni successivi. Certo non eravamo più nell’Italia delle case senza servizi, dei paesi senz’acqua, soprattutto nella montagna meridionale, dove sono nato sei anni dopo Accornero. Ma i poveri ci sono ancora, purtroppo, e i figli di papà non bastano a spiegare la disoccupazione giovanile. Misure migliori del reddito di cittadinanza e della flat tax possiamo proporle. Per esempio l’assunzione diretta di lavoratori per le attività di cui c’è estremo bisogno ma non c’è domanda; e la redistribuzione del lavoro.

E allora cosa facciamo per l’orario?

Difficilmente riusciremo a proporre misure generali gestite centralmente, senza distinzione di fini e di settori. Dovremmo elaborare analisi e proposte partendo da situazioni di movimento, di protesta. La Teoria generale esiste da venti anni, per opera di Mazzetti. Le situazioni locali attuali dobbiamo documentarle noi, caso per caso, districandoci tra giovani e vecchi, locali e immigrati, sovraoccupati e disoccupati. Basta la visita a un ospedale o a un ricovero per anziani non autosufficienti per ricordarci in che mondo viviamo.

About Francesco Ciafaloni

Ha lavorato come ingegnere per l'AGIP mineraria fino all'estate del 1966, ho lavorato per Paolo Boringhieri editore dall'agosto '66 al 1/1/1970. Poi ha lavorato per Einaudi fino all'estate del 1980. Da allora ho lavorato per la CGIL. È stato collaboratore dei Quaderni Piacentini, di Inchiesta, di Ombre Rosse, dello Straniero, degli Asini, di Una città.

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