La tariffa dell’acqua è una truffa?

La tariffa dell’acqua è una truffa? Lo dice il Comitato provinciale Acqua Pubblica Torino nel dossier presentato il 22 gennaio scorso al Caffè Basaglia di Torino. La responsabilità risale al Governo Berlusconi IV che, per neutralizzare il referendum del 2011, nel complice silenzio dei Comuni italiani, ha privatizzato il sistema di governo del Servizio Idrico Integrato abolendo il Comitato Nazionale Vigilanza sulle Risorse Idriche (COVIRI), struttura di supporto del Ministero dell’ambiente, ed esternalizzandolo ad ARERA (Autorità di Regolazione Energia Reti e Ambiente).

ARERA (=Bengodi) è finanziata con la tariffa dell’acqua riscossa dalle aziende che gestiscono il Servizio Idrico Integrato, nella misura dell’1‰ (uno per mille) dei ricavi. Al 31 dicembre 2017 aveva un deposito bancario attivo di € 80.744.896 e ha compiuto operazioni immobiliari milionarie che non hanno giustificazione.

Il Collegio di ARERA è composto dal presidente e quattro membri (nominati con decreto del Presidente della Repubblica, previa deliberazione del Consiglio dei ministri e che durano in carica sette anni). Percepiscono 240.000 € annui cadauno, a cui vanno aggiunti, per il 2017, ulteriori € 148.555 complessivi di rimborsi spese.

Il compenso dei Revisori dei Conti è di € 35.000 annui per il Presidente e di € 31.500 ciascuno degli altri, quasi il doppio del limite massimo dei compensi dei Revisori dei Comuni con più di 500.000 abitanti e notevolmente più elevati dei compensi applicati nel settore privato. Godono inoltre di un rimborso spese complessivo di € 33.906.

I dipendenti ARERA al 31 dicembre 2017 erano 160, aumentati di altre 25 unità nel corso del 2018 a seguito dell’attribuzione delle competenze sul ciclo dei rifiuti urbani e assimilati. Anche per i lavoratori di ARERA si ha la sensazione di una condizione di “privilegio” rispetto alla situazione generale dei lavoratori italiani, confrontando alcune cifre. In ARERA, nell’anno 2017, la media delle retribuzioni è stata di € 114.267 pro capite (con un costo pro capite di € 154.802), mentre secondo il Jp Salary Outlook, rapporto dell’Osservatorio di JobPricing, portale che fa riferimento alla società di consulenza HR Pros, nel 2017 lo stipendio medio in Italia è stato pari a € 28.977 lordi all’anno.

Nonostante il referendum del 2011 abbia abrogato la quota di tariffa destinata alla “remunerazione del sette per cento del capitale investito”, e cioè il profitto sull’acqua, finora ARERA ha continuato impunemente ad addebitarla in bolletta sono il nome di “oneri finanziari” corrispondenti a circa il sei per ceno del capitale investito. Impunemente grazie a una sentenza del Consiglio di Stato che ha tenuto per buoni gli algoritmi di ARERA e ha respinto il ricorso del Movimento dell’acqua, condannandolo anche al pagamento di quasi 40.000 euro di spese legali. Anche in questa vertenza abbiamo purtroppo dovuto constatare il disinteresse pressoché totale dei giuristi italiani, ai quali non ha fatto specie nemmeno il fatto che un provvedimento legislativo (il DPR che ha ratificato l’esito referendario) sia stato praticamente annullato da un atto amministrativo, una semplice deliberazione, di un ente non elettivo come ARERA.

Con tale atto (il Metodo Tariffario) ARERA ha interpretato a suo modo le direttive europee e la legislazione italiana secondo le quali la tariffa dell’acqua deve coprire tutti i costi che il gestore sostiene per fornire il servizio idrico. Ma i cosiddetti “oneri finanziari” non sono un costo: essi corrispondono alla quota di profitto garantito al gestore e pagato dall’utente. I nostri Comuni, tutti rappresentati nell’ATO3 Torinese (Autorità Territoriale Ottimale nella quale sono rappresentanti tutti i Comuni dell’Area Metropolitana di Torino) hanno approvato questo sistema che, dal 2013 al 2017, oltre ai costi reali di gestione e investimento del servizio idrico, ha prelevato dalle nostre tasche ulteriori € 150.904.000. Che poi gli investimenti siano stati realizzato o meno, è tutto da vedere.

Altro esempio di speculazione tariffaria è dato dalla voce “morosità”, una passività da non confondere con un costo di gestione o di investimento come una tubazione o un’ora di lavoro. ARERA invece confonde deliberatamente e non si pone nemmeno il problema se la morosità sia dovuta a disonestà/inciviltà o a reali difficoltà economiche dell’utente, e se sia giusto o no scaricarla sul resto degli utenti, anzi ci fa la cresta. ARERA, infatti, non si limita a recuperare dall’utenza la cifra mancante, impone invece una percentuale sul fatturato. In tal modo, SMAT, che ha una morosità che negli anni dal 2013 al 2017 si aggirava intorno ai 10-12 milioni di euro, non addebita in tariffa le perdite reali, ma, con la percentuale calcolata sul fatturato, incassa quasi il doppio del dovuto: ben € 23.712.000 negli anni dal 2013 al 2017. 

E c’è, poi, la questione del conguaglio (= irresponsabilità imprenditoriale). Mettiamo che io compri un’automobile. La pagherò al prezzo di listino più eventuali accessori e spese di registrazione ecc., meno un eventuale sconto. Mettiamo che dopo un anno o più il venditore mi chieda un conguaglio del prezzo perché ha venduto meno auto del previsto, ha incassato di meno e vuole recuperare la differenza. Non esiste? Per ARERA esiste, e come! Ed esiste anche per i nostri sindaci che hanno autorizzato SMAT ad addebitare in bolletta ben 46.652.540 di euro suddivisi in rate annuali a partire dal 2015, a titolo di “conguaglio ante 2012”. Tipico comportamento da “carrozzone pubblico” che scarica sui cittadini gli errori/incapacità/furbizie dei vertici aziendali. Far soldi in questo modo non è da imprenditori seri e capaci.

Ma torniamo al conguaglio: non è un costo, è un errore di previsione del gestore e dell’autorità d’Ambito dove tutti i nostri Sindaci sono rappresentati, errore del quale sono responsabili loro e non gli utenti. Perfino il Giudice di pace di Torino ci ha dato ragione e SMAT deve restituire il maltolto. E invece SMAT ha fatto ricorso in Tribunale, pagando i suoi avvocati con i nostri quattrini.

Questi esempi dimostrano che ARERA è l’anima nera della gestione del Servizio Idrico. Grazie alle sue delibere e alla connivenza dei nostri Comuni in ATO3, SMAT ha potuto gonfiare la tariffa dell’acqua oltre i limiti di legge, incassando negli ultimi 5 anni ben 283.400.000 € più del dovuto. Ma questo è il frutto di speculazioni sulla tariffa: un’azienda che fa profitti con questi sistemi non è un’azienda sana.

Che altro possiamo aspettarci da un’Autorità pagata profumatamente dalle Società per Azioni del settore idrico che in quanto SpA hanno “scopo di lucro”?

Per queste ragioni chiediamo che la proposta di legge n. 52, Daga e altri, nata dalla legge d’iniziativa popolare promossa 10 anni fa dal Movimento dell’acqua e solo oggi in discussione alla Camera, venga approvata al più presto perché risponde a due necessità fondamentali per il futuro della nostra acqua: la sua gestione pubblica e partecipativa senza scopo di lucro e lo scioglimento della sanguisuga ARERA.