TAV, crescita e povertà

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Ma che legami ci saranno mai fra il treno ad alta velocità Torino-Lione e la povertà?

Il legame passa attraverso l’ossessione della crescita e dell’aumento del PIL. È per l’appunto il cosìddetto “partito del PIL” a sponsorizzare a gran voce la costruzione di una ferrovia che porti in giro per l’Europa, sempre più velocemente, sempre più merci in un vortice di produzione senza limiti, come se potessimo davvero ancora pensare di crescere all’infinito in un pianeta dalle risorse finite. Come se gli scienziati non ci avessero spiegato che stiamo ormai superando ogni anno la capacità ecologica del nostro pianeta del 60 per cento o che abbiamo già deteriorato il 40 per cento delle nostre terre coltivabili e che nel 2075 al più tardi le avremo esaurite tutte, così come già nel 2050 non avremo più metalli, neanche quelli che ci servono per produrre energie rinnovabili, e avremo praticamente consumato le nostre riserve ittiche. Senza contare l’accelerazione impressionante dell’innalzamento della temperatura del globo che quella crescita comporta con conseguenze letali per la specie umana[1], a meno che Elon Musk non ci salvi ovviamente!

L’idea di crescita però ci acceca, non ci permette di allungare lo sguardo oltre il presente: un presente che riteniamo tutti migliore se il PIL aumenta. Ed è qui l’inganno.

Se il PIL cresce, o ci dicono che crescerà, ciascuno di noi si sente immediatamente più ricco. Il poverissimo penserà di diventare meno povero, il mediamente abbiente di diventare un po’ più ricco e il già ricco di arricchirsi ancor di più. Dei tre, però, l’unico che vedrà il proprio immaginario realizzarsi è il ricco: gli altri rimarranno assai delusi e in particolare ciò accadrà al meno abbiente, che al posto di migliorare la sua situazione economica con ogni probabilità la peggiorerà. È questo ciò che ci insegnano gli ultimi vent’anni italiani o gli ultimi trent’anni statunitensi, e più in generale le ultime decadi di neoliberismo mondiale.

Prendiamo gli Stati Uniti: negli ultimi trent’anni la ricchezza del Paese è quasi triplicata, ma la povertà è aumentata e quella estrema è quasi raddoppiata. A partire dagli anni ’80 del secolo scorso, poi, addirittura il 90 per cento degli americani non ha sostanzialmente partecipato all’incremento della torta![2]

L’andamento della ricchezza e della povertà in Italia non è molto diverso: la Banca d’Italia ci dice che la ricchezza degli italiani fra il 1995 e il 2015 è raddoppiata, ma l’Istat ci racconta che fra il 2005 e il 2015 anche la povertà assoluta è raddoppiata. Anzi, negli ultimi anni l’accelerazione dell’aumento della povertà è fortissima: mentre nel 2017 l’occupazione cresce per il quarto anno di seguito (con contratti prevalentemente a termine, soprattutto nell’ambito del settore dei mal pagati servizi) raggiungendo i livelli pre-crisi (anche se le ore lavorate sono moltissime in meno[3]) e il mitico PIL cresce dal 2016 dell’1,5 per cento (con un tasso di crescita in accelerazione dello 0,9 per cento rispetto all’anno precedente), nello stesso periodo la povertà assoluta degli individui nel nostro Paese passa dal 7,9 per cento (era 3,9 per cento nel 2008) a 8,3 per cento!

D’altronde i salariati italiani mediani, fino al 75° percentile, a partire dal 1998 assistono a una caduta della loro retribuzione reale, e quelli dei percentili più bassi, ossia del 25° e del 10°, a una vera e propria discesa verso gli inferi, quando l’1 per cento, ma soprattutto lo 0,1 per cento dei lavoratori ricchi, si arricchisce a dismisura[4]. Non è un caso se in Italia i 7 uomini più ricchi hanno una ricchezza pari a quella dei 18 milioni di italiani più poveri! Nulla, certamente, in confronto ai 3 americani più ricchi (Bill Gates, Jeff Bezos e Warren Buffet), che secondo gli ultimi dati di Forbes possiedono da soli una ricchezza pari addirittura alla metà degli americani[5]. Ma la distanza comincia ad assottigliarsi.

Qui come lì un dato è allora evidente: non è vero che la crescita del PIL e della ricchezza equivale a maggior benessere per tutti. Anzi! Paradossalmente PIL e ricchezza in aumento significano maggiore povertà per molti e nessun vantaggio per la stragrande maggioranza di noi. Insomma, in piena crescita di PIL e ricchezza, se rientriamo nei due terzi della popolazione meno ricca rimaniamo al palo se ci va bene, altrimenti diventiamo addirittura più poveri!

È dunque pur vero, come scrive Alessandro Robecchi, che i tremila imprenditori che a Torino si sono riuniti il 3 dicembre per dire sì al TAV «non sono, come si è scritto con toni eccitati e frementi “il partito del PIL”. Non rappresentano, come si legge in titoli e sommari “due terzi del PIL italiano e l’80 per cento dell’export”. Il PIL italiano, e anche l’export, lo fanno milioni di lavoratori che in quelle imprese sono occupati»[6], alcuni di loro però “il partito del PIL” lo sono davvero, nel diverso senso che della sua crescita sono gli unici ad avvantaggiarsi!

Occorre perciò svelare l’inganno che il termine crescita economica veicola, attraverso il suo subliminale messaggio di speranza che ci fa subito sentire in un eldorado immaginario in cui tutti siamo già più ricchi. È necessario guardare in faccia la realtà di una crescita neoliberista che favorisce solo pochi e fa male a tutti gli altri, creando le condizioni per l’aumento della povertà. Bisogna prendere contezza della necessità di ridurre tanto la produzione di merci quanto il consumo del pianeta.

La consapevolezza dell’inganno che si nasconde dietro l’aumento del PIL ci permetterà di allungare lo sguardo oltre l’oggi e di pensare a un domani, sempre più prossimo, in cui la vita organica sul pianeta rischia di estinguersi a meno che non invertiamo la rotta di una crescita insensata e suicida, che insieme a un treno ad alta velocità ad ancora più alta velocità ci conduce all’insostenibilità ecologica e al vero inferno sulla terra. Occorre quindi chiedere di smettere di crescere, ma al contrario di redistribuire ciò che abbiamo. È ciò che abbiamo fatto in tanti l’8 dicembre a Torino marciando contro il TAV!

 

 

[1] Cfr. per tutti Jason Hickel, The Divide. Guida per risolvere la disuguaglianza globale, Il Saggiatore, 2018; ma anche Riccardo Barbero, La crescita illimitata è impossibile e dannosa, su Volere la luna.

[2] Cfr. Emmanuel Saez e Gabriel Zucman, Wealth Inequality in the United States since 1913, october 2014.

[3] Cfr. sul punto Leonello Tronti, Crescita occupazionale, lavoro discontinuo e semioccupazione. La crisi del mercato del lavoro è finita o c’è un problema di misurazione?, Menabò n. 79, 7 marzo 2018.

[4] Cfr. Chiara Assunta Ricci, Francesco Bloise, Michele Raitano e Roberto Fantozzi, L’andamento di lungo periodo della distribuzione salariale in Italia, Menabò n. 90, 30 settembre 2018.

[5] Cfr. Chuck Collins and Josh Hoxie, Billionaire Bonanza. The Forbes 400 and the Rest of Us, november 2017.

[6] Alessandro Robecchi, «Altro che imprenditori: il partito del PIL sono gli italiani che lavorano», Il fatto quotidiano, 5 dicembre 2018.

About Elisabetta Grande

Elisabetta Grande insegna Sistemi giuridici comparati all’Università del Piemonte orientale. Da oltre un ventennio studia il sistema giuridico nordamericano e la sua diffusione in Europa. Ha pubblicato, da ultimo, Il terzo strike. La prigione in America (Sellerio, 2007) e Guai ai poveri. La faccia triste dell’America (Edizioni Gruppo Abele, 2017)

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