Politiche e politiche economiche surreali

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1. È molto difficile entrare realmente nel merito del dibattito politico italiano ed europeo e paradossalmente ancora di più del confronto sulle misure di politica economica che l’attuale governo italiano si dice intenzionato a prendere attraverso il Documento di economia e finanza (DEF). I termini non sono casuali: in particolare “politica economica” invece di “economia” (oggi prevalente) sta a indicare che ci si confronta non su dati oggettivi (e meno che mai “scientifici”), ma su scelte soggettive ispirate da reali interessi di parte e di classe e su scelte politiche, prevalentemente tattiche, ben identificabili.

Ma c’è un di più: questo confronto che riempie le prime pagine dei giornali e percorre i nuovi media non si basa su dati oggettivi, ma su stime soggettive che molto spesso non corrispondono alla realtà. Nella economia moderna, infatti, i dati “un po’ più oggettivi” si scoprono solo a posteriori: è solo a consuntivo, ad esempio, che si può valutare (ma è ancora una volta una stima) se il famoso rapporto deficit/PIL previsto nel DEF sia confermato.

Proviamo ad andare con ordine per argomentare queste affermazioni.

Ecco l’andamento del debito italiano negli ultimi 15 anni:

Anno

Debito

PIL

% sul PIL

2003

1.409.997

1.409.292

100,05%

2004

1.449.657

1.448.208

100,10%

2005

1.512.779

1.429.479

105,83%

2006

1.582.009

1.485.377

106,51%

2007

1.602.115

1.546.177

103,60%

2008

1.666.603

1.567.761

106,30%

2009

1.763.864

1.519.702

116,10%

2010

1.843.015

1.548.816

119,00%

2011

1.897.900

1.580.220

120,10%

2012

1.989.781

1.613.265

123,30%

2013

2.070.228

1.604.599

129,00%

2014

2.137.320

1.621.827

131,80%

2015

2.173.387

1.652.622

131,50%

2016

2.219.546

1.680.948

132,00%

2017

2.263.056

1.724.954

131,20%

Al di là di qualche piccola oscillazione tra un anno e l’altro possiamo dire che esso è sempre cresciuto, nonostante le politiche di contenimento proposte dai vari governi e richieste dalla Commissione europea.

Se poi consideriamo i valori medi quinquennali si osserva che questo andamento risulta ancora più evidente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ed ecco l’andamento del debito nel corso dei primi mesi del 2018:

Anno

Mese

Debito

2018

Gennaio

2.286.564

Febbraio

2.286.454

Marzo

2.302.355

Aprile

2.312.760

Maggio

2.327.381

Giugno

2.323.286

Luglio

2.341.68

Come si può notare siamo di fronte a un’ulteriore crescita.

 

2. Bisogna precisare inoltre che dal 1992 (con un’unica eccezione nel 2009) lo Stato italiano ha avuto ogni anno un avanzo primario consistente: cioè ha incassato da entrate e tributi più di quanto abbia speso per i servizi che eroga. Da un calcolo sommario si può valutare questo avanzo nell’arco degli ultimi 25 anni in oltre 700 miliardi.

È evidente, quindi, che il debito non deriva da aumenti di spesa – che anzi è stata progressivamente ridotta con i tagli della politica d’austerità – ma dal debito stesso: è il debito che alimenta se stesso. Quindi il deficit di cui si parla e che nel rapporto con il PIL non deve superare il 3%, secondo il parametro fissato arbitrariamente a Maastricht nel 1993, è determinato non da un eccesso di spesa corrente o per investimenti, ma esclusivamente dal pagamento degli interessi sul debito. Insomma l’Italia fa debiti per pagare i debiti in una spirale di crescente dipendenza.

Come sappiamo questa storia è iniziata negli anni Ottanta: con una semplice comunicazione nel febbraio del 1981 tra l’allora Ministro del Tesoro, Beniamino Andreatta e l’allora Governatore della Banca D’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, si stabilì che tutte le emissioni di titoli di debito pubblico dovessero andare sul mercato senza più obblighi di acquisto per la banca centrale. In Francia fu il socialista Delors, diventato nel 1985 commissario europeo, ad avviare una politica analoga con la crescente liberalizzazione del mercato finanziario e, come scrisse Gallino, «destando preoccupazione e invidia nel mondo della finanza americano che ne trasse sprone per richiedere con sempre maggior forza una liberalizzazione altrettanto avanzata di quella europea» (Il colpo di stato di banche e governi, Einaudi, 2013).

Insomma l’esplosione del debito pubblico che interessa in maniera significativa tutta l’area dell’euro con la solita eccezione della Germania (che ha tuttavia un debito superiore al 60% del PIL: al di sopra, quindi, del parametro fissato a Maastricht) è un altro aspetto della finanziarizzazione dell’economia a livello planetario.

Secondo alcune stime infatti, la massa finanziaria è 12-14 volte il PIL mondiale e la sua mobilità incide gravemente sull’economia reale; analogamente – come ci ha spiegato Piketty – l’enorme massa patrimoniale privata che rappresenta, ad esempio nel nostro Paese, 6 volte il reddito nazionale annuo sposta l’asse dell’economia capitalistica dal profitto alla rendita e perciò stesso determina l’esplosione attuale delle differenze sociali. È probabilmente anche questo fattore che ha determinato il rallentamento della crescita tanto invocata dai fautori dell’attuale sistema; secondo l’OCSE infatti il tasso medio di crescita dell’economia dell’area è sceso dal 4% degli anni Sessanta al 3% negli anni Settanta, al 2% fino al 2000 e nel decennio 2000-10 all’1%.

 

3. C’è, poi, una questione di cui non si parla mai, se non in circoli molti ristretti e riservati ai soli tecnici: il bilancio statale e i bilanci pubblici in generale sono attendibili?

In questo caso non s’intendono le stime o i bilanci previsionali, ma i dati contabili a consuntivo. È sufficiente leggere le relazioni della Corte dei Conti degli ultimi anni per nutrire qualche dubbio sostanziale. Ecco un esempio. Nella delibera della Corte del 29 dicembre 2016, relativa “ai resti da versare nel rendiconto generale dello Stato” (anno 2014 e precedenti) è scritto: «Per tali motivi, le risultanze dei residui da versare, di cui all’allegato 23 al rendiconto, vanno escluse dalla dichiarazione di regolarità». In sostanza, la Corte, avuto riguardo ai “resti da versare” da parte “Stato”, «dichiara l’esclusione della regolarità stante l’incompletezza dei dati e la loro inconsistenza illustrativa, da cui la necessità, per quest’ultima “parte”, di maggiori approfondimenti esplicativi che motivino compiutamente per tipologia di “resti”. origine normativa, natura, evoluzione, dimensioni economiche-finanziarie nell’assetto dato».

La voce di bilancio di cui parla la delibera della Corte dei conti si aggira, nel rendiconto 2014, sui 25 miliardi di euro: molto di più dei costi previsti dall’attuale governo per finanziare le misure sul “reddito di cittadinanza”, le pensioni minime, la quota 100 in modifica della legge Fornero, l’avvio della flat tax, la riforma dei centri per l’impiego, le nuove assunzioni di poliziotti e carabinieri e l’indennizzo per i truffati delle banche (in totale 21,5 miliardi).

D’altro canto le prime analisi approfondite che sono state fatte sul bilancio di una città come Torino e sulle sue aziende partecipate hanno evidenziato un’evidente non attendibilità delle voci in entrata. La situazione del bilancio della città di Roma appare ancora meno credibile: basti pensare che, in quel bilancio, compaiono 2 miliardi di debiti verso creditori non individuati e 541 milioni di crediti verso debitori sconosciuti (Bersani, Dacci oggi il nostro debito quotidiano, 2017, p. 137).

 

4. Occorre tenere ben presenti, dunque, queste considerazioni per provare a entrare nel merito del confronto acceso che si sta sviluppando sull’ipotesi di DEF formulata dal governo Salvini-Di Maio.

La bozza di cui si sta discutendo ipotizza un doppio binario di politica economica: da un lato una serie di misure volte a realizzare un moltiplicatore che permetta una crescita del PIL (reddito di cittadinanza, aumento delle pensioni minime, allentamento dei vincoli della legge Fornero) e dall’altro una riduzione della pressione fiscale (condono fiscale e avvio della flat tax) per agevolare i ceti medi produttivi e rilanciare il loro ruolo economico sempre ai fini della crescita. Questo doppio binario riflette il contratto di governo tra Lega e 5Stelle come accordo di potere per governare transitoriamente in attesa di una futura (probabilmente diversa) configurazione politica sanzionata da nuove elezioni.

Per realizzare questi provvedimenti in termini di maggiori spese correnti e minori entrate fiscali il governo ha ipotizzato un rapporto deficit/PIL al 2,4% nei prossimi tre anni, per poi ridurre le sue previsioni per il 2020 e 21 dopo il rapido innalzamento dello spread e le dichiarazioni bellicose di Bruxelles. Ecco nella tabella seguente il rapporto deficit/PIL stimato a consuntivo negli ultimi 10 anni in Italia:

2008

-2,7

2009

-5,3

2010

-4,2

2011

-3,5

2012

-3

2013

-2,9

2014

-3

2015

-2,6

2016

-2,5

2017

-2,3

Come si vede, il valore proposto dall’attuale governo è analogo a quello realizzato negli anni precedenti secondo le stime a consuntivo; è però anche vero che le previsioni fatte dai vari governi nel DEF sono risultate spesso un po’ più ottimistiche delle stime a consuntivo. Per esempio Padoan aveva previsto il rapporto del 2016 al 2,3%, ma a consuntivo la stima ha dato, invece, 2,5%.

 

5. È evidente quindi che il possibile scontro tra la Commissione europea e il governo italiano è di natura politica più che economica: il timore dell’attuale Commissione europea e dei governi che essa rappresenta è quello che un via libera al DEF italiano possa essere interpretato come una vittoria per quelle forze critiche verso la politica economica (e non solo) europea degli ultimi anni, che sono ormai presenti in tutti i principali Stati. Analogamente la forzatura del governo italiano in sprezzo allo spread e alla commissione Juncker vuole essere un messaggio politico rivolto agli elettori per le prossime elezioni europee di primavera.

Al di là di queste posizioni di tattica elettorale, però, il merito delle proposte elaborate dal governo, per quanto finora se ne sa, appare decisamente discutibile.

In generale appare velleitario il tentativo di affrontare con il metodo di un unico provvedimento legislativo centralistico il coacervo di contraddizioni, iniquità e ingiustizie, che le normative precedenti e il “normale” sviluppo della nostra società hanno determinato in maniera più o meno cosciente. Si pensi alla quota 100 proposta da Salvini che rischia di causare, per alcune parti della platea interessata, conseguenze più negative delle norme esistenti in quanto non sembra considerare nell’anzianità i periodi di cassa integrazione; oppure alle contorsioni dei ministri pentastellati per definire le spese compatibili con il cosiddetto “reddito di cittadinanza” (in realtà forse un reddito minimo) per evitare che esso vada a favorire alcune fasce che prosperano nel lavoro nero e nell’evasione fiscale.

 

6. I giornali e quel po’ che rimane dell’opposizione parlamentare (PD e Forza Italia) hanno messo sotto accusa l’incompetenza dei nuovi governanti e, in particolare, degli esponenti del Movimento 5Stelle.

Tuttavia nessuno sottolinea come la politica del governo attuale, al di là degli atteggiamenti di sfida verso la Commissione europea, fondati sull’imminenza delle elezioni, sia di sostanziale continuità con quella dei governi precedenti degli ultimi anni.

Fu Renzi, infatti, a chiedere un rapporto deficit/PIL del 2,9% per tre anni, salvo poi recedere dopo il rifiuto opposto dalla Commissione europea; fu il ministro degli interni Minniti ad avviare la politica di contenimento duro dell’immigrazione e fu lui a chiedere alla Procura di Locri di indagare sul sindaco di Riace; furono i governi di centro sinistra a non modificare la legge Bossi-Fini sull’immigrazione e la legge del 2009 che formula il reato di immigrazione clandestina; fu Renzi a iniziare una politica dei bonus a pioggia (80 euro, bonus bebè, bonus insegnanti e studenti) senza che questi incentivi al consumo abbiano mai funzionato come moltiplicatori economici; fu Gentiloni a promuovere il reddito di dignità con ben scarsi effetti; furono Renzi e Gentiloni a iniziare una politica di defiscalizzazione per le partite IVA e le imprese individuali con una aliquota al 15% al di sotto di un certo reddito lordo annuo; fu ancora Gentiloni a introdurre una sorta di flat tax per i ricchi provenienti dall’estero (per esempio Ronaldo); e infine furono i governi di centro sinistra (da ultimo quello Gentiloni-Padoan), in grande continuità con quasi tutti i governi della prima e della seconda repubblica, a fare ricorso a vari condoni fiscali per rimpinguare la cassa.

Per quest’ultimo aspetto giova ancora leggere la relazione della Corte dei Conti sul bilancio consuntivo 2017 dello Stato. Vediamo innanzi tutto come è andata la politica di “rottamazione” delle cartelle esattoriali: 

«In merito agli esiti prodotti sul “magazzino” ruoli dalla definizione agevolata prevista dal DL n. 193 del 2016 va evidenziato come a fronte di un ammontare lordo complessivo dei crediti “rottamati” di 31,3 miliardi di euro, l’introito atteso per effetto della “rottamazione” ammonta a 17,8 miliardi. Di tale importo sono stati riscossi nei termini 6,5 miliardi di euro, comprensivi degli interessi per pagamento rateale. A tale somma introitata deve aggiungersi la parte rateizzata ancora da riscuotere, pari a 1,7 miliardi di euro comprensivi di interessi. Pertanto, dei 17,8 miliardi previsti a seguito delle istanze di definizione pervenute 9,6 miliardi di euro non sono stati riscossi e costituiscono versamenti omessi. Per una parte di queste posizioni debitorie si può affermare che l’istanza di rottamazione ha avuto essenzialmente finalità dilatorie rispetto all’espletamento delle procedure esecutive. Va segnalato come più del 52 per cento dei crediti lordi rottamati afferisce a ruoli degli anni 2014-2017, mentre marginale risulta l’impatto della rottamazione sull’ingente ammontare non riscosso dei ruoli anteriori al 2014, pari a complessivi 642,7 miliardi di euro».

 

7. Questi dati mettono in evidenza l’enorme massa di evasione fiscale e la scarsa efficacia di ogni politica di condono.

Ed ecco cosa dice la relazione della Corte dei Conti a proposito della capacità dello Stato di riscuotere le tasse dovute:

«Il tasso di riscossione totale per ogni anno di affidamento del carico si colloca poco oltre il 20 per cento per le annualità più remote, scende al di sotto del 10 per cento a partire dal 2012 e si pone a meno del 2 per cento per i ruoli del 2016, nonostante che le definizioni agevolate per il 2016 raggiungano il valore annuale più elevato. Si tratta di dati che evidenziano tutti i limiti dell’attuale azione di riscossione dei crediti pubblici e la dilatata tempistica che governa le relative procedure».

 

Ma nel testo della relazione si mette in evidenza anche una nuova modalità di evasione che non consiste nel non dichiarare il dovuto o nel dichiarare il falso, ma più semplicemente nel non versare il dichiarato: 

«Ciò conferma l’anomala dimensione che continua ad avere il problema del mancato versamento delle imposte dichiarate (IVA, ritenute, imposte proprie) divenuto ormai da tempo una impropria modalità di finanziamento delle attività economiche quando non addirittura modalità di arricchimento illecito attraverso condotte preordinate all’insolvenza. Si tratta di un fenomeno che coinvolge ormai oltre due milioni e mezzo di soggetti per somme pur sempre elevate anche se in diminuzione nell’ultimo anno osservato che richiederebbe, oltre ad una maggiore efficacia ed incisività nell’azione di recupero dei tributi non spontaneamente versati, nuove strategie finalizzate a salvaguardare meglio gli interessi dell’erario già nella fase dell’adempimento spontaneo».

 

8. Al di là di aspetti relativi al tono e agli atteggiamenti espliciti e arroganti, in particolare di Salvini e Di Maio, dunque, è la continuità il tratto prevalente: il governo attuale sembra convinto che si tratti solo di accentuare ed enfatizzare i singoli aspetti della stessa politica (economica, soprattutto, ma non solo economica). E così abbiamo più debito pubblico, più incentivi al consumo, più condono fiscale, ma anche più dura politica di contenimento dell’immigrazione, più poliziotti. In merito a quest’ultimo aspetto giova ricordare che il numero totale degli appartenenti a tutte le forze di polizia attive in Italia è di circa 311.000 unità – il più alto in Europa – essendoci negli organici il 30% in più rispetto alla Germania e più del doppio della Gran Bretagna.

La polemica della “sinistra” liberaldemocratica (alcuni grandi giornali e quel che resta del PD) è rivolta principalmente contro la componente 5Stelle del governo: probabilmente non a torto si valuta che essa sia l’anello debole della catena governativa e che sia possibile (ma non altrettanto probabile) far tornare a casa quella fetta di elettorato che si è spostato dal PD a 5Stelle. Ma così si perde di vista che intanto l’altra componente leghista del governo non solo si rafforza, ma sta compattando tutta la destra estrema (fascisti compresi e ben accetti) e sta condizionando la destra moderata berlusconiana. All’interno di questo atteggiamento l’appoggio del presidente della Confindustria alla Lega è stata certamente una gaffe per come è stato dichiarato, ma ha reso esplicito un sentimento di sostanziale adesione alla politica di Salvini da parte del mondo imprenditoriale. In altre parole per molti padroni, se l’aumento del rapporto deficit/PIL fosse motivato solo da agevolazioni, condoni fiscali e dalla flat tax, non ci sarebbe grande scandalo.

È probabile che la Lega voglia giocarsi l’esito delle prossime elezioni europee – un po’ come il 40% di Renzi nel 2014 – come un trampolino per forzare i rapporti all’interno del governo o addirittura per arrivare ad elezioni anticipate. Il M5Stelle è, quindi, probabilmente alla vigilia di una sconfitta politica ed elettorale anche perché, a differenza della Lega non può vantare significative alleanze a livello europeo.

Anche la “sinistra” liberaldemocratica appare incerta e divisa tra la tradizionale componente socialdemocratica del nord in difficoltà e i liberi battitori come Macron indecisi su quali alleanze costruire.

Intanto la sinistra che pretende di avere ancora un riferimento di classe o, almeno, vorrebbe difendere i lavoratori, sembra dormire o, nei casi peggiori, come in Germania una parte della Linke, s’illude di riconquistare uno spazio proprio contendendolo all’estrema destra sul tema delle migrazioni. Forse, invece, servirebbe spostare il dibattito da “quale sinistra serve a questa società” a “quale società vuole la sinistra di classe”.

About Riccardo Barbero

Riccardo Barbero ha militato in diverse organizzazioni politiche e sindacali della sinistra. Attualmente pensionato anche dal punto di vista politico. Collabora al sito workingclass.it

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One Comment on “Politiche e politiche economiche surreali”

  1. E’ vero, è urgente scegliere tra la società del ben-essere e la società del ben-stare.
    La società dello “star bene” fa debiti fin che può e con tutti i mezzi che può. Con esiti non sempre entusiasmanti: anche se è piacevole poter vivere al di sopra delle proprie possibilità…
    La società dell'”essere bene”, sa scegliere le risorse che consentono di incrementare “l’essere” dei cittadini. La scelta delle risorse e dei processi più congrui alla loro compiuta utilizzazione è complessa realtà realtà che dà centralità al ruolo dell’intelligente operatività delle persone per conseguire obiettivi non condizionati soltanto dai mezzi (oggi: tecnici-tecnologici, che stanno sempre più assumendo il ruolo che svolge la finanza per le trasformazioni industriali delle più varie realtà del mondo).
    In Europa, la risorsa – più diffusa e meno considerata – ha nome: patrimonio d’arte e di storia che connota di civiltà ogni territorio umanizzato.
    La strada non è facile. Tuttavia, già c’è un esempio da seguire: il Piano Umbria, redatto dall’ICR di Giovanni Urbani nel biennio 1974-75. Lo si può leggere in: http://www.istituto-mnemosyne.it

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