La società a misura dell’impresa

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Braulio José Goya, “Contra el bien general”

Secondo D. Lane, un sistema sociale complesso ha bisogno di un immaginario condiviso per poter rimanere stabile nel tempo; un immaginario capace di far convergere i comportamenti dei soggetti e le scelte delle istituzioni nelle direzioni necessarie a rafforzare la struttura interna del sistema stesso.

L’affermazione che l’impresa sia il soggetto più importante al quale guardare per la creazione delle condizioni di benessere di tutta la società può essere considerata uno tra i tasselli fondamentali intorno ai quali si è costruito l’immaginario collettivo degli ultimi decenni e si sono poste le basi per il buon funzionamento dell’attuale modello di sviluppo. Un tassello fondamentale ma anche un punto di snodo dell’attuale visione dell’economia che riassume in sé tutta la forza ma anche la debolezza e le incerte prospettive di questa cultura e di questo modo di organizzarsi della convivenza economica e civile.

Un punto di forza perché si tratta di un’affermazione che riavvicina il “senso comune” di chi opera sui mercati alla teoria economica. Dopo gli anni del keynesismo, con l’idea che ciò che va bene all’impresa va bene per tutti, la cultura del mercato riesce a realizzare due cose: ritrova la sua “base sociale” e si riappropria della teoria economica, definendo una visione dell’economia che da un lato si dà una veste scientifica, o in ogni caso, inserisce i comportamenti, i valori e gli obiettivi che caratterizzano il funzionamento dei mercati in un contesto più generale; dall’altro li trasforma in categorie di analisi e, in questo modo, finisce col renderli legittimi.

Un punto di debolezza perché si tratta di un’affermazione che esprime pur sempre il punto di vista di un segmento della società. Fa emergere, in altre parole, il carattere di parte di questa lettura dell’economia; e lo fa in maniera trasparente sia nel momento in cui fa coincidere l’interesse di una sezione della società, la componente forte, con l’interesse generale, sia perché fa un’operazione palesemente stravagante: l’inversione tra mezzi e fini. In questa lettura, infatti, l’impresa, cessa di essere uno strumento in mano alla società per assicurare il benessere collettivo e si trasforma in un fine in sé. Lasciando indeterminato il rapporto tra successo dell’impresa ed il benessere di tutti.

Ugualmente di parte è il processo logico attraverso il quale si arriva a far coincidere gli interessi dell’impresa con quello generale. Un percorso pieno di ambiguità generate da scelte di lettura non ovvie. A partire dal primo passo di questo percorso. Con la globalizzazione l’estensione geografica dei mercati e l’integrazione tra i sistemi produttivi sono trasformati in un vincolo per le politiche nazionali. Un processo che ha certamente una componente tecnologica ma che è stato determinato e alimentato da scelte politiche fatte e, più in particolare, dall’insieme delle regole internazionali, nell’immaginario collettivo viene invece raccontato (prima forzatura ideologica) come ineluttabile, come uno degli aspetti costitutivi della modernità, dal quale i singoli paesi non solo non possono, ma soprattutto, non devono escludersi. E questo perché è nel mondo globale che ogni sistema paese trova le sue opportunità di crescita del reddito e del benessere (seconda forzatura ideologica che riduce il benessere a reddito). Il solo compito di ogni paese deve essere quello di misurarsi con gli altri in una logica di competizione (terza forzatura ideologica).

Nel mondo della competizione a cui l’immaginario fa riferimento, tutti i paesi sono uguali tra loro ed hanno le stesse possibilità di vincere. Con una conseguenza: il sistema nazionale che non vince è responsabile di questo insuccesso. O meglio, lo sono le imprese di quel paese; o meglio ancora, lo sono i sistemi socio economici che non mettono le imprese in condizioni di vincere. Ogni dato strutturale è dimenticato; la storia, i punti di partenza scompaiono. La competizione (tra disuguali) non è il modo in cui i processi diventano cumulativi; è il modo invece in cui riescono ad emergere i più bravi. E in cui l’insuccesso indica a tutti chi sono i meno bravi, i paesi che non sanno rispondere (nel loro insieme) alle sfide della globalizzazione.

È un mondo in cui l’efficienza diventa il valore-obiettivo di riferimento per ogni collettività. Un obiettivo che rende tutti gli altri valori subalterni al raggiungimento di una efficienza che è la sola arma che una collettività ha per disporre delle risorse necessarie al conseguimento di altri obiettivi. Un valore tanto condizionante quanto puramente evocativo quando riferito a sistemi socio economici (quarta forzatura ideologica). In cui l’impresa non è vista come un organismo complesso ma solo come luogo per eccellenza dell’efficienza (quinta forzatura ideologica). Un mondo in cui scompare ogni dimensione sociale dell’impresa così come scompare ogni questione di potere sia all’interno dell’impresa stessa, sia nelle relazioni con le altre imprese, sia con gli interessi collettivi. In cui scompare il fatto, che pure viene riaffermato in linea di principio, che non è ciò che va bene all’impresa quello che va bene per tutti, ma ciò che va bene a chi governa l’impresa, che va bene per tutti. Un mondo infine in cui la crescita di ogni impresa genera in maniera automatica la crescita del sistema nel suo insieme (sesta forzatura ideologica).

Questo modo di intendere la centralità dell’impresa nel determinare il benessere, questo far coincidere l’interesse generale con quello dei forti, può essere in fin dei conti visto come l’espressione più evidente sul piano culturale e del “senso comune”, della redistribuzione del potere che si è realizzata negli ultimi decenni all’interno della società. Una redistribuzione che ha coinvolto lo stato, fiaccato dalle liberalizzazioni, dalle privatizzazioni, da una cultura che lo vede luogo dell’inefficienza. Dal fatto di non essere più considerato come portatore di valori collettivi o almeno condivisi. Legittimato solo nel momento in cui si pone al servizio dei forti, nel momento cioè in cui nega il suo ruolo storico di rappresentare gli interessi di tutti i cittadini. Una redistribuzione di potere che si è trasformata anche in una redistribuzione di risorse e in una società strutturalmente diseguale, fatta di pochi vincitori (per merito) e molti vinti (per demerito, anche se l’allusione è fatta in maniera più sommessa).

Una società diseguale nella quale agiscono meccanismi cumulativi in primo luogo in termini di distribuzione di potere. I forti diventano sempre più forti. Lo stato sempre più debole, sempre più screditato, perché meno capace di farsi portatore delle istanze che vengono da gran parte della società. La cultura è vista con sempre maggior fastidio. La politica, schiacciata sugli interessi dei forti – anche per effetto delle regole internazionali – non ha bisogno di cultura. Anzi la teme. Tanto più aumenta la distanza tra governanti ed interessi dei governati, tanto più ciò che serve alla politica è un immaginario per la cui costruzione sono più utili le semplificazioni. Semplificazioni come le cosiddette riforme che sono il modo in cui la società di mercato cerca di sostituirsi alle società delle costituzioni nate nel dopoguerra; in un processo in cui i sistemi di regolazione della convivenza nati su princìpi diversi da quelli del mercato vengono raccontate come un freno alla benefica azione della concorrenza.

Cambiamenti che avvengono in un contesto di equilibri sempre più precari sul piano interno e internazionale. Se la semplificazione nella cultura insieme alla competizione negli affari sono le due parole chiave intorno alle quali si tenta di tener insieme, con sempre maggiore difficoltà, le collettività nazionali, problemi molto più esplosivi si pongono sul piano delle relazioni tra i paesi.

Quella che si sta aprendo è una stagione nuova in cui ciò che si sottolinea sono le diversità, in cui si riscoprono le identità nazionali o di gruppo, si creano tensioni crescenti tra i paesi; tensioni che stanno diventando guerre commerciali. Cosa non sorprendente in un mondo regolato dalla competizione e quindi con vincitori e vinti, con bravi e meno bravi. Processi in cui lo svilupparsi di fenomeni migratori, insieme all’emergere delle disuguaglianze all’interno dei paesi stanno mettendo in discussione gli equilibri sociali del dopoguerra, ma che soprattutto ci dicono che i confini di accettabilità di questo immaginario e di questo modo di essere dello sviluppo sono stati superati.

L’articolo è pubblicato anche sul giornale online eguaglianzaeliberta.it

About Roberto Schiattarella

Roberto Schiattarella, economista, allievo di Federico Caffè, è stato professore di politica economica presso l’Università di Camerino. Si è occupato soprattutto di questioni inerenti il lavoro, lo sviluppo internazionale delle imprese, l’economia del benessere.

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