La flat tax: un’ipoteca sul nostro futuro

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L’Italia – dice l’Ocse – è uno dei Paesi in cui più è aumentata la diseguaglianza nei dieci anni della crisi. Tra i “grandi” dell’Unione europea, solo la Spagna ha un rapporto tra ricchi e poveri maggiormente squilibrato: la “forbice” italiana si è allargata al punto che la sua ampiezza ha oramai superato quella misurabile nel Regno Unito, laboratorio del neoliberismo thatcheriano e blairiano.

 

Il livello di povertà non è mai stato così alto: l’Eurostat ci attribuisce, in termini assoluti, il maggior numero di poveri d’Europa (10,4 milioni su un totale di 78,5). Secondo i dati Istat 2017 registrati da Sbilanciamoci!, la cifra è ancora più elevata: 4,7 milioni in povertà assoluta e 8,5 milioni in povertà relativa, per un totale di 13,2 milioni di persone. Di questi, Save the Children afferma che 3,3 milioni sono minori. Parallelamente, anche il livello di ricchezza non è mai stato così alto: Assogestioni, l’associazione italiana dei gestori del risparmio privato, dichiara che negli ultimi dieci anni l’ammontare delle risorse affidate a fondi d’investimento e gestioni di portafogli è sempre aumentato, sino a toccare la cifra record di 2089 miliardi di euro nel 2017, a fronte degli 841,2 milioni del 2008. Le risorse non mancano (non dimentichiamo che il Pilitaliano resta tra i dieci più alti al mondo): il problema è la loro sempre più ingiusta distribuzione.

In questo quadro, logico sarebbe aspettarsi la messa in campo di politiche redistributive, volte quantomeno a contenere il fenomeno in atto, se non, preferibilmente, a invertire la rotta. È questa l’indicazione ricavabile dalla Costituzione, il cui secondo comma dell’articolo 3 pone alla Repubblica, quale suo primario obiettivo, la realizzazione di un’eguaglianza tra gli individui non solo formale, ma anche sostanziale. Due gli strumenti previsti dalla Costituzione a tal fine: la proclamazione di un corposo novero di diritti, civili e sociali (Prima parte della Carta fondamentale); e la previsione che il sistema tributario debba essere, nel suo complesso, strutturato in modo progressivo, vale a dire in modo tale che all’aumentare della ricchezza aumenti la percentuale di risorse che si è tenuti a versare al fisco (art. 53 Cost.). I diritti sono finalizzati ad assicurare a tutti una eguale base di partenza per poter realizzare le proprie aspettative di vita. La progressività tributaria è volta a far contribuire in misura maggiore i benestanti alle ingenti spese di attuazione dei diritti. È come se i costituenti avessero voluto costruire un rapporto circolare, destinato a chiudersi virtuosamente nel momento in cui le risorse prelevate dai più avvantaggiati si trasformano in interventi concreti attraverso cui elevare la condizione sociale dei più svantaggiati.

Quando, all’inizio degli anni Settanta, si decise di ristrutturare il sistema di prelievo fiscale sui redditi delle persone fisiche – grazie soprattutto al contributo del repubblicano Bruno Visentini – l’intervento venne condotto nel rigoroso rispetto del quadro costituzionale. L’Irpef fu articolata in trentadue scaglioni: dai 2 milioni ai 500 milioni di lire, con aliquota minima al 10 per cento e aliquota massima al 72 per cento. Gli anni Ottanta segnarono, anche in questo campo, l’inizio di un’inversione di tendenza destinata a sfociare, nel 1998 (primo governo Prodi, ministro delle finanze Vincenzo Visco), nella riduzione degli scaglioni dai nove residui ai cinque attuali: dai 15mila ai 75mila euro, con aliquote che vanno dal 23 per cento al 43 per cento. Da sottolineare come il costo della diminuzione delle tasse ai ricchi sia stato scaricato sui più poveri.

La proposta della (quasi) flat tax, definita al paragrafo 11 del contratto di governo pentaleghista, vorrebbe ulteriormente scendere a due scaglioni: sotto e sopra gli 80mila euro, con aliquote, rispettivamente, al 15 per cento e al 20 per cento. Sarebbe il colpo finale alla progressività del sistema tributario, considerato che le altre imposte sono oramai praticamente tutte proporzionali, se non regressive. Già questo, di per sé, sarebbe un decisivo argomento a favore dell’incostituzionalità dell’intervento. Ma è soprattutto la rottura del rapporto circolare virtuoso tra diritti e progressività tributaria che si porrebbe in contrasto con il dettato costituzionale, rendendo impossibile il perseguimento di quell’eguaglianza sostanziale che – come detto all’inizio – è la finalità alla quale l’intero sistema delle istituzioni repubblicane deve tendere.

Cruda conferma viene dai numeri. Con il modello pentaleghista – che assume, con scelta di ulteriore dubbia costituzionalità, quale base imponibile il reddito familiare, anziché individuale – nulla cambierebbe per le famiglie che hanno un reddito fino a 30mila euro (grazie a un sistema di detrazioni che, tuttavia, complicherebbe non di poco la “vita” contributiva delle fasce più povere della popolazione). Superata questa soglia iniziano i vantaggi: con un reddito di 40mila euro annui il risparmio ammonterebbe a 268 euro; con 50mila a 1.989; con 60mila a 3.247; con 80mila a 8.744; con 110mila a 15.866; con 300mila a 67.940. Altre misurazioni prevedono numeri persino più elevati. Ne deriverebbe un sistema a progressività invertita: all’aumentare della ricchezza, aumenta il vantaggio. Con il risultato che quasi la metà del risparmio fiscale complessivo andrebbe a favore della fascia più ricca (e ristretta) della popolazione.

Dopo quello realizzato dalla crisi, un ulteriore, enorme, trasferimento di ricchezza dal basso verso l’alto è alle porte. Persino l’Ocse e il Fmi hanno di recente deplorato questa eventualità, arrivando a suggerire misure opposte a quelle in cantiere, come l’introduzione di un’imposta patrimoniale e l’aumento delle tasse di successione. L’urgenza è garantire il necessario sostegno economico allo Stato sociale: l’ultimo, malridotto, scudo rimasto a difendere i più deboli dai colpi della crisi. Evidentemente, però, il «nuovo» rappresentato dagli arrembanti pentaleghisti resta prigioniero di un passato segnato da visioni ultraliberiste e antistataliste che si ostinano a voler ipotecare il nostro futuro.

About Francesco Pallante

Francesco Pallante è professore associato di Diritto costituzionale nell’Università di Torino. Si interessa, tra l’altro, di rapporto tra diritti sociali e vincoli finanziari e di diritto regionale. Ha scritto da ultimo, con Gustavo Zagrebelsky, “Loro diranno, noi diciamo. Vademecum sulle riforme istituzionali” (Laterza 2016). Scrive per “il manifesto” ed è membro del Consiglio di direzione di Libertà e Giustizia.

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