Appunti sul Recovery fund: indicatori per un cambiamento reale

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Seguo da “operato in riabilitazione” questi giorni che hanno accentuato le polarizzazioni di soddisfazione e di delusione delle parti in causa. Non seguo tutto nel dettaglio. Sono conscio della parzialità ma posso dire alcuni cose:

a) mi trovo in forte sintonia con quanto sostenuto da Luciana Castellina nei suoi interventi sul significato storico del Recovery fund e ancor più sulla necessità di immaginarne una traduzione dal livello simbolico a quello operativo, sperimentale, green, nelle aree concrete del lavoro (L’Europa non può vivere nei ristretti confini nazionali delle sinistre e Lavoro per la natura, il manifesto, 23 e 24 luglio);

b) constato che i Paesi “frugali” – e la cosa mi tocca forse di più per il mio mestiere di sempre nel campo della ricerca-sanità – sembrano aver convinto (sic!) gli altri Stati europei che i settori i cui indicatori imprescindibili sono la vita delle persone e la loro dignità (sanità, formazione, migrazione) devono essere sorvegliati speciali (da parte di chi? perché? come? certo dall’alto e da fuori) e che, nello stesso tempo, sarebbero già potenziali destinatari di interventi centralizzati, che riproducono non i principi fondativi costituzionali ma le loro successive degenerazioni istituzionali, gestionali, politiche;

c) nel mondo reale i migranti, rimandate all’autunno le decisioni sul loro trattamento giuridico, sono tornati a essere merce di compra-vendita sul mercato dell’informazione e dell’immagine, mescolati con i residui del Covid-19, con i ricorrenti microequilibri intragovernativi e con gli affari militari: sorvegliati, vivi, morti, singoli, in gruppo; mesi di sfruttamento, torture, sparizioni; senza ragione, senza bollettini. Posso solo sperare – con una passione più forte del realismo – che il lavoro ininterrotto di sensibilizzazione, documentazione e denuncia di molti (a cominciare dai gruppi che si raccolgono intorno a Fulvio Paleologo a Palermo) e la mobilitazione-appello per lunedì 27 luglio (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/07/25/i-sommersi-e-i-salvati/), di cui condivido tutto, impongano di mettere sul tappeto della task force per il Recovery fund il popolo dei migranti come test per verificare se la priorità venga accordata ai diritti umani e ai popoli o ai mercati commerciali-militari da quattro soldi.

Detto questo, senza pretese di originalità e con la convinzione che i progetti non richiedono da subito tutti i dettagli ma un disegno tanto forte da determinarli con flessibilità, provo a immaginare cinque indicatori, irrinunciabili e facili da verificare, per sapere in che direzione si potrebbe e dovrebbe marciare nella gestione del Recovery fund.

Primo. L’indicatore che il primo passo dell’Europa debba portare verso una identità di comunità, rigorosamente assente dai dibattiti notturni e dalle cronache, sta nel riconoscimento dei migranti come cittadini a pieno titolo di un progetto-popolo di futuro. Difficile? Come il Recovery fund. Possibile? Imprescindibile, di lunga durata, capace di includere i diritti umani (al lavoro, alla vita) e non solo quelli finanziari, tra gli indicatori di legittimità e di civiltà (e non solo di sostenibilità finanziaria).

Secondo. L’atteggiamento criminale che l’Europa continua a esprimere da anni, senza vergogna e spesso con ostentazione, nel campo migratorio è stato dettagliatamente descritto e qualificato: come sistema giuridico e contro l’umanità, come crimine di guerra, come genocidio in progress o a cascata. La responsabilità della società europea (nessuno Stato escluso) non ha bisogno di un altro grado di giudizio: non ne esistono la sede, né le categorie formali di giudizio, né soprattutto la cultura. L’unico giudizio – tecnicamente e sostanzialmente il più grave, ma non traducibile in termini penali e/o di dovere di cambiamento – è quello di inciviltà: il non riconoscimento degli umani come umani. Il Tribunale permanente dei popoli lo ha formulato espressamente. Lo ha richiamato in un appello recente. Ma l’impotenza del diritto sul potere ha una lunga storia.

Terzo È bastato un virus per far toccare con mano, tragicamente, l’arroganza ignorante dei sistemi di sviluppo globale, che avevano in comune l’esclusione degli umani dai loro obiettivi e dai loro indicatori dei diritti universali e, perciò, la considerazione della crescente diseguaglianza come indicatore di normalità e non di inciviltà (più o meno giuridicamente sanzionabile). La decisione europea di un Recovery fund può essere un indicatore di civiltà se i suoi progetti incorporano una nuova sfida al riguardo, che è sempre più chiaramente anche globale e senza una leadership di idee (anzi, con protagonisti chiaramente in guerra).

Quarto. Formazione, sanità, lavoro sono ambiti che sottendono-impongono una logica di ricerca con al centro non già commissioni di “scienziati” ma rappresentanti riconoscibili di una cultura del dialogo. Sono componenti imprescindibili di un tempo di sperimentazione difficile: per le sfide tecniche e ancor più per la necessità di cogliere la logica comune che li lega (mentre oggi sono fortemente separati se non contrapposti: tanto più quando si sa che il collegamento strettissimo con la ricerca e lo sviluppo passa per l’ecologia). Questi settori, che si presentano come pacchetti omogenei, toccano la grande variabilità delle popolazioni cui si riferiscono e hanno come comune esigenza – ignorata e negata a livello istituzionale ed economico ‒ la necessità di un’estrema flessibilità di pianificazione e valutazione: sono, a priori e obbligatoriamente, “soggetti” di ricerca-sperimentazione. Il bisogno di un loro rinnovamento radicale, riconosciuto da decenni, si è tradotto in disinvestimento e degrado. È, dunque, con un’attenzione molto seria, fortemente discussa con i destinatari, che si deve cercare un collegamento innovativo con gli investimenti disponibili. Con la coscienza che attraverso questi settori passa una declinazione credibile di cittadinanza democratica. Il grado e il tipo di priorità che si darà a questi settori sarà l’indicatore più certo della “buona direzione” (o meno) che si vuol dare agli anni difficili, ma aperti, che ci stanno davanti.

Quinto. Sono tanti i gruppi, i movimenti, le esperienze, le proposte che, con diverse modalità, si sono mossi nei tanti mesi in cui si è parlato del dopo Covid-19. Farne un elenco, anche solo suggestivo, è impossibile: da Sbilanciamoci!, a Laudato si’, al Forum diseguaglianze e diversità, ai vari modelli di organizzazione comunitaria della sanità. Questa ricchezza – grande, intelligente e plurale, che è la cosa più utile per sperimentare confrontandosi – mostra la possibilità di un coinvolgimento dal basso, intenso e in tempi rapidi, pubblico e trasparente. In altri settori potranno esserci strategie simili, ma diverse. In quelli che qui interessano è importante agire mostrando come una democrazia credibile è accessibile alla maggioranza di chi ne ha bisogno. In mancanza il ritorno o il riprodursi (non certo improbabile) degli scenari da cui si parte, al di là delle belle parole, sarebbe inevitabile. Avere entro la ripresa autunnale dei piani leggibili, in termini di idee e di progetti concreti e contestualizzati, per formazione, sanità, lavoro è necessario e possibile (molto più dei dibattiti demenziali su tipologia di banchi, o posti letto, o nuove figure professionali rigide…). Sarebbe uno strumento di alfabetizzazione diffusa, che permetterebbe anche al riconoscimento dei migranti (che rimane un indicatore base di diritto e di civiltà in qualsiasi scenario futuro) di essere ambito di crescita di democrazia perché radicato nelle tante, diverse realtà locali, e non dibattito di priorità e princìpi ormai sradicati dalla loro storia e dalla realtà.

Gianni Tognoni

Gianni Tognoni, medico, è esperto di epidemiologia clinica e comunitaria. E' stato direttore del Consorzio Negri Sud. Attualmente opera nel Dipartimento di Anestesia-Rianimazione e Emergenza-Urgenza , Fondazione IRCCS Ca’ Granda Ospedale Maggiore Policlinico, Milano. E' presidente delComitato Etico, Università Bicocca, Milano.

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