Riapertura delle scuole: due modelli a confronto

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1.

Se qualcuno avesse sul serio sperato che, alla fine della fase acuta della pandemia, qualcosa sarebbe cambiato in meglio nel nostro Paese, ecco che il mese di giugno dell’anno bisestile si incarica di far capire a tutti che una cosa sono le speranze un’altra la dimensione fattuale. Anche questa volta, la soluzione vincente dei reazionari e dei conservatori è quella di dirottare i propri avversari dalla via maestra, disperdendoli in viottoli e sentierucoli che portano molto lontano dalla soluzione del problema.
Non fa eccezione la scuola. La domanda è: come sarà la riapertura a settembre?
Depistati dalla via maestra, i “progressivi” immaginano soluzioni, purché le scuole riaprano. Mischiati a quel coro troviamo anche molti esponenti della parte avversa: c’è chi immagina barriere di plexiglass, chi ipotizza lezioni sui prati, chi propone soluzioni ibride tra scuola “a distanza” e scuola “in presenza”. A questo fastidiosissimo chiacchiericcio, che conferma il conto in cui davvero viene tenuta la scuola, opponiamo due citazioni.
La prima è tratta dalla lettera aperta indirizzata al Governo nel settembre del 2019 da Legambiente:

«Caro Governo, le scuole stanno riaprendo e per questo ti scrivo. Perché quasi il 40% degli edifici ha bisogno di interventi di manutenzione straordinaria urgente; in oltre l’80% non sono state realizzate indagini per verificare la sicurezza dei solai, oltre il 60% degli istituti non dispone del certificato di agibilità e più del 76% delle amministrazioni non ha effettuato le verifiche di vulnerabilità sismica. Insomma, se per te la Scuola è una priorità, sappi che è urgente intervenire per mettere in sicurezza tutti gli edifici e garantire le stesse possibilità educative agli alunni di tutte le regioni italiane, perché negli ultimi dieci anni la situazione non è migliorata e anzi sembra proprio essere bloccata: la progettazione è troppo lenta e quasi non c’è stato nessun passo avanti in tema di riqualificazione e sostenibilità».

Questa è la prima cosa da fare entro settembre 2020, accompagnandola con un piano di assunzioni massiccio, che dia alla scuola le risorse di cui abbisogna. E non stiamo parlando soltanto di insegnanti ma anche di collaboratori scolastici e personale tecnico ed amministrativo, decurtati vergognosamente negli ultimi decenni. Se continueremo a lavorare a scuola con scarse risorse, rischieremo, dopo la crisi sanitaria, una crisi culturale, i cui effetti saranno più lenti (già si vedono, però, ad occhio nudo) ma non meno devastanti. Quindi, in primo luogo, basta parole e aprite i cantieri: non quelli delle “grandi opere” ma quelli delle scuole.

2.

Partendo da questo punto, veniamo alla seconda citazione, tratta dalle “Schede di lavoro” del Piano Colao (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/06/12/il-vecchio-mondo-del-piano-colao/) e stilata da una task force composta da tre top manager, tre economisti, due sociologi, una psicologa, uno psichiatra, un fisico esperto di innovazione, uno specialista del lavoro, un avvocato, un commercialista e un esperto di disabilità. Era prevedibile che i malcapitati non sapessero bene cosa dire sul tema dell’istruzione, forse anche per la mancanza di “esperti” del settore. Vediamo cosa scrivono sull’edilizia scolastica. Alla scheda 41-42 (“Edilizia abitativa ed edilizia sociale”) veniamo informati che «circa l’87% degli edifici scolastici risulta non adeguato alle norme antisismiche». Notiamo che la percentuale è addirittura più alta di quella indicata da Legambiente, e notiamo anche che è l’unico aspetto evidenziato. Va bene che stiamo uscendo da una pandemia, ma è possibile ridurre il problema che concerne l’edilizia scolastica al rischio terremoti? E gli impianti non a norma, i locali inadeguati, i servizi igienici carenti, l’assenza di strutture scolastiche in numerose aree del Paese, il fatto che ogni tanto caschi un soffitto, una plafoniera, una finestra, dove li mettiamo? La gran parte del patrimonio edilizio che ospita le nostre classi è fortemente inadeguato al proprio compito, ma la task force, forse perché si sentiva sul collo il fiato pesante della catastrofe, ha pensato soltanto alle norme antisismiche.
Come sapranno coloro che hanno dato un’occhiata alle Schede, esse si articolano in “Contesto” (in questo caso, è la parte in cui si parla del non adeguamento alle norme antisismiche) e “Azioni specifiche”, dove apprendiamo come rimediare a quello che innegabilmente è un grosso problema in un Paese ad alto rischio sismico. Ecco: «Per le scuole, costituzione di un fondo che emetta “social impact bond” acquistabili non solo da grandi imprese ma anche da piccoli e medi imprenditori e risparmiatori». I social impact bond (SIB) sono strumenti finanziari innovativi «destinati alla realizzazione di progetti di pubblica utilità, con una remunerazione degli investitori solo in caso di effettiva generazione di impatto sociale positivo, opportunamente misurato». Comportano «la possibilità di generare un risparmio per la Pubblica Amministrazione attraverso l’iniziativa oggetto di finanziamento; la condizionalità della remunerazione, versata soltanto a seguito del raggiungimento degli obiettivi e, quindi, della generazione di un impatto sociale positivo (verificato e misurato). Proprio quest’ultimo, infatti, permette alla Pubblica Amministrazione di risparmiare le risorse che possono successivamente essere destinate alla remunerazione dell’investitore».
Speriamo che i lettori, abituati a parlare di scuola, abbiano capito l’astuzia della task force, che consiste nel reperire fondi privati che diventeranno remunerativi soltanto se si verificherà un impatto sociale positivo. Visto come va l’Italia nei test internazionali (ai quali la task force caldeggia la partecipazione) lo Stato difficilmente dovrebbe remunerare l’investitore privato. Riterremmo opportuno chiederci perché un investitore privato dovrebbe investire fondi in un progetto zoppicante, ma accantoniamo questa troppo banale domanda e guardiamo allo spirito dell’“azione specifica”. Intanto, i fondi pubblici possono andare a finanziare altro (immaginiamo a favorire la molto trascurata grande industria) e anche le tasse possono essere ridotte al minimo, poiché a finanziare la scuola pubblica ci penseranno i privati.

3.

Se qualcuno pensasse che il progetto di riduzione della spesa pubblica per la scuola riguardi solo l’edilizia scolastica si sbaglia di grosso. Dopo averci informato che, oltre a leggere e scrivere con difficoltà i nostri studenti non se la cavano bene in financial literacy (secondo l’ultimo rapporto PISA il 20% risulta analfabeta finanziario contro circa il 14% OCSE) i nostri esperti ci suggeriscono le azioni da mettere in campo per recuperare il gap di 1,4 punti di PIL che ci distanzia dalla media europea.
Questo il che fare: «Lanciare una campagna di volontariato che affianchi le strutture pubbliche (ovviamente senza sostituirle) nel supporto della formazione, sia “cash” che “in kind”». Seguono una serie di “progetti”, che riportiamo tal quali:

– “Adotta una classe”: campagna di crowdfunding e donazioni per potenziamento delle strutture “educational”, […] con la quale infrastrutturare digitalmente e tecnologicamente classi di diverso ordine e grado in modo da contribuire a creare un sistema “equal opportunity” nell’istruzione (ad es. dotare di streaming, PC e supporti informatici le classi per didattica a distanza). Contribuzione “cash”.
– “Impara dai migliori”: programma nazionale coordinato di “aggiornamento degli educatori” per il quale 20 sabati all’anno grandi aziende high tech, enti di ricerca e università fanno corsi di aggiornamento su temi innovativi agli insegnanti di liceo e medie. Le lezioni possono essere frontali o a distanza. I contenuti vanno sincronizzati e resi omogenei a livello nazionale. L’iniziativa è gratuita. La formazione va riconosciuta dal MUR . Contribuzione “in kind”.
– “Gara dei talenti”: aziende e donatori organizzano una serie di concorsi tipo Hackathon per giovani studiosi (scuole superiori) su temi di grande rilievo tecnologico, sociale e culturale. I concorsi premiano gli studenti e le scuole (e casomai li mettono in contatto con investitori). Contribuzione “cash/in kind”.

Qualsiasi commento è superfluo per chi ha a cuore la scuola pubblica. Mettiamo in evidenza soltanto la precisione con cui si alterna cash e in kind, cosa che, per i profani, sembrerebbe rimandare a una sincronica convivenza tra scambio monetario e baratto, non si sa bene a qual fine. Dalle orrende “tre I” berlusconiane in poi è stata una ignobile gara a ridurre le risorse della scuola pubblica e ad asservire lo studio alla “occupabilità”. Naturalmente questo vale per i figli delle classi subalterne. Gli altri, i figli dell’attuale “razza padrona” andranno a studiare fuori d’Italia e troveranno lavori prestigiosi non in base al merito, ma in base al privilegio dell’esser nati in uno strato sociale ultra-privilegiato. E, soli o quasi, potranno permettersi di studiare anche argomenti la cui utilità immediata non esiste.
Sta a chi ancora riesce a comprendere che imparare è un atto di emancipazione ed è il punto di partenza per una società migliore dell’attuale, l’opporsi al “modello Colao” e a ogni succedaneo, magari più edulcorato.

4.

Intanto, per settembre c’è una sola esigenza: forti investimenti per la scuola pubblica, affinché, soprattutto a chi ha di meno, possa essere offerta dallo Stato la possibilità di crescere e diventare non un lavoratore asservito e funzionale ma un cittadino che esercita i diritti che gli spettano in una società democratica. E infine, battiamoci per la gratuità del sapere, contro ogni avvilente tecnocrazia, contro ogni ottuso utilitarismo. Il momento è favorevole, perché un virus sconosciuto ci ha appena ricordato la fragilità delle nostre esistenze e l’importanza di custodire i valori più alti della nostra società – e questi non coincidono né con il cash né con l’in kind.

Giovanna Lo Presti

Giovanna Lo Presti è portavoce nazionale CUB Scuola

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