La scuola non è un’azienda

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1.

«Nulla sarà come prima. Sarà meglio». Tutti possiamo ricordare l’ottimistico augurio che, più o meno in questa forma, ha accompagnato l’ingresso nella nostra vita delle misure volte ad arginare il diffondersi dell’epidemia di Covid-19. Il realismo avrebbe imposto – e non furono certo in pochi a rilevarlo – un minore ottimismo, ma… bisognava pur farsi coraggio.

Oggi, tuttavia, una cosa è certa. C’è chi si sta adoperando perché la scuola non sia più come prima, ma sia peggiore. I difficili mesi che docenti, studenti, famiglie hanno alle spalle sembrano non aver contato molto per l’Associazione Nazionale Presidi (ANP) che ha prodotto sul tema della scuola post-coronavirus un ampio documento programmatico.

La preoccupazione principale, dopo aver dedicato un’attenzione abbastanza distratta a tutti i problemi che la chiusura delle scuole e la didattica a distanza (DAD) hanno determinato (ben illustrati qui da Claudia Dogliani), è quella di delineare, con piglio autoritario e verticistico, una nuova scuola, caratterizzata, sempre e comunque – anche quando, forse, sarà stato scoperto il vaccino? –, da una didattica mista, parte in presenza, parte a distanza. In questa scuola il dirigente scolastico potrà fare finalmente e pienamente il manager, realizzando così un sogno da lungo tempo coltivato dai soci dell’ANP. Alcune frasi sono assai illuminanti e meritano di essere riportate:

«I dirigenti, ipotizzando soluzioni organizzative da individuare in sinergia con le diverse figure professionali e avvalendosi eventualmente della collaborazione con soggetti esterni, dovranno agire come veri leader dell’innovazione».

«I docenti dovranno volgere decisamente la loro attività alla promozione dell’apprendimento autentico, attraverso un approccio di school improvement, ossia attraverso comportamenti di agevolazione del processo di formazione in uno scenario orientato alla cultura della competenza. L’introduzione di un vero middle management di supporto al dirigente non appare più rinviabile».

«Un primo aspetto che le istituzioni scolastiche dovranno considerare sarà senz’altro l’organizzazione delle risorse interne dedicate; sarebbe auspicabile creare un team di sostegno alla DAD”, composto, oltre che dall’animatore digitale, dal gruppo di docenti formati con il PNSD, dai referenti per l’inclusione e da un tecnico informatico».

In mezzo alla profusione di parole inglesi e malgrado la cripticità di alcuni passaggi, si possono, comunque, desumere dal documento le poche idee a cui l’ANP si è particolarmente affezionata:

  • la DAD è ormai entrata trionfalmente nella scuola; alle discussioni o ai dubbi sorti nei confronti dell’uso di tale pratica in questi mesi si può, al massimo, fare qualche riferimento di passaggio, ma non è necessario dedicare alcun serio approfondimento;
  • la scuola azienda richiede una nuova organizzazione, che vede al suo centro il dirigente: un vero e proprio leader, libero da «vincoli e costrizioni che nulla hanno a che fare con il principio costituzionale del buon andamento ma che favoriscono, al contrario, conflittualità deleterie per il clima relazionale e, in definitiva, per la funzionalità del sistema»;
  • i docenti devono adeguarsi, gli organi collegiali devono essere trasformati in modo da non creare intralci al dispiegarsi alle funzioni del dirigente e del consistente gruppo di coloro che sono chiamati ad affiancarlo (il middle management, team di sostegno alla DAD ecc.).

È abbastanza evidente che, come ha osservato Jacopo Rosatelli (https://volerelaluna.it/dopo-il-virus/2020/06/08/lincerto-futuro-della-scuola/), la proposta vuole «sfruttare la crisi del coronavirus come “un’opportunità” per trasformare in peggio la scuola, allontanandola dal modello costituzionale per piegarla ad una logica aziendalistica».

Sì, l’opportunità per i presidi si traduce in un vero e proprio rischio per la funzione costituzionale dell’istruzione. Potrebbe mai, del resto, una scuola appiattita sui temi dell’organizzazione e dell’utilizzo delle nuove tecnologie, dominata da una figura autoritaria e dai relativi satelliti, assolvere i compiti che sono assegnati all’istruzione dall’art. 3 della Costituzione? Potrebbe questa scuola contribuire davvero a «rimuovere gli ostacoli, di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese»?

Certo, non tocca solo alla scuola svolgere un compito assegnato alla Repubblica. C’è, però, uno stretto rapporto fra l’istruzione e il secondo comma dell’art. 3. È indubbio che sui banchi di scuola si cominciano ad avere i primi rapporti costanti di natura pubblica e collettiva. È sui banchi di scuola che si cominciano a sviluppare le caratteristiche personali, si prende coscienza dei diritti e doveri del cittadino, si comincia a immaginare e a costruire il proprio futuro, compreso quello lavorativo. Anche l’idea stessa di democrazia comincia ad assumere significato – o a perderlo ‒ in questa fase della vita.

Per svolgere pienamente una funzione così delicata e complessa, la scuola non può limitarsi ad essere un’azienda ‒ più o meno bene organizzata, più o meno dotata di strumenti informatici ‒ incaricata di fornire al mercato la forza lavoro necessaria in quel preciso momento storico. La scuola non deve certo ignorare le caratteristiche del mercato del lavoro, ma deve inserirle in una visione complessiva, in un progetto condiviso di sviluppo economico, culturale e civile del Paese.

2.

Occorre, allora, sgomberare il campo da un’aspirazione, purtroppo coltivata da molti datori di lavoro e probabilmente destinata a rafforzarsi in un momento di grave crisi: quella che attribuisce alla scuola il compito di fornire professionalità immediatamente spendibili sul mercato del lavoro. Appiattire la scuola su tale compito vuol dire snaturarla e lanciarla all’inseguimento di domande di formazione destinate a mutare velocemente e talvolta a divenire rapidamente obsolete e a scomparire. Sono richieste sbagliate che impediscono alla scuola di svolgere la sua vera funzione: quella di fornire i saperi di base, che permettono alle persone di individuare le proprie attitudini, di progettare il proprio futuro e di tornare in formazione lungo tutto l’arco della vita, anche per finalità diverse dal cambiamento delle mansioni lavorative. Una funzione che permette di mettere in discussione le stratificazioni sociali e di dare possibilità a ognuna e a ognuno.

A questo proposito, non si deve dimenticare l’invito rivolto, circa due anni fa, dai rappresentanti della Confindustria di Cuneo ai genitori in procinto a scegliere percorsi formativi per i propri figli: abbiamo bisogno di operai specializzati, forniteceli. Non mandateli ai licei, ma a imparare un mestiere. Un ritornello che si sente spesso anche in contesti più vasti, soprattutto sulla bocca dei soggetti che affollano le trasmissioni televisive. Sottesa a queste indicazioni c’è l’idea che studiare sia inutile, che la laurea non serva a granché. Questo accade perché gli imprenditori italiani hanno schiacciato e schiacciano la forza lavoro verso un basso livello di istruzione che condanna il nostro Paese – tranne che in alcuni validi e specifici settori – ad avere una posizione marginale e subalterna nella divisione internazionale del lavoro. A essere un Paese che esporta molti laureati: giovani che abbiamo preparato, pare non male, e che scelgono di andare all’estero – dove sono accolti generalmente a braccia aperte – poiché non hanno trovato nel nostro Paese un’adeguata occupazione.

La radice del problema è, almeno in parte, collegata al limitato livello di istruzione di cui sono in possesso gli imprenditori stessi. In un rapporto dell’ISTAT sulla conoscenza – uscito nel 2018 e oggetto di scarsa attenzione generale – è presente un’accurata indagine sul livello di istruzione degli imprenditori titolari di piccole e medie imprese, che, come è noto, rappresentano la stragrande maggioranza del nostro tessuto produttivo. I laureati rappresentano solo il 14,6% del totale, mentre i diplomati e i licenziati della scuola secondaria di I grado raggiungono, rispettivamente, il 47,7% e il 37,7%. Lo stesso rapporto segnala anche due correlazioni assai interessanti. A ogni anno di scolarizzazione aggiuntiva dell’imprenditore rispetto alla media corrispondono 1,3 mesi aggiuntivi di istruzione della forza lavoro occupata nell’impresa. A ogni anno di istruzione in più dell’imprenditore corrisponde un miglioramento del 5% del tasso di sopravvivenza dell’impresa, che registra un ulteriore incremento pari a circa il 3% per ogni anno aggiuntivo del livello di istruzione dei dipendenti.

Nel nostro Paese, quindi, i laureati non sono troppi, sono troppo pochi. Purtroppo, la grave situazione economica in cui ci troviamo sembra non essere la più adatta a incentivare un mutamento di prospettiva. Per quanto ne sappiamo al momento, anche nel piano Colao non ci sono proposte che indichino un cambiamento di direzione. Pur ammettendo la necessità di aumentare il numero di coloro che giungono all’istruzione terziaria, il piano pone in particolare evidenza «il superamento del mismatch fra l’offerta di competenze prodotte dal sistema formativo e la domanda del tessuto socio-economico», ipotizzando che anche i dottorati di ricerca siano subordinati alle domande del sistema economico, con il quale sembra che non si possano mai contrattare i cambiamenti che sarebbero necessari per l’avvenire del Paese.

Proprio dal settore della conoscenza l’Italia deve, invece, partire per cercare di uscire dalla nicchia poco accogliente in cui si trova e che la rende poco permeabile all’innovazione e allo sviluppo sostenibile.

L’istruzione obbligatoria, compito esclusivo della scuola, dovrebbe essere innalzata sino al diciottesimo anno di età, tenendo conto che gli stessi Costituenti ebbero la preveggenza di scrivere “almeno” otto anni, indicando semplicemente un limite minimo, liberamente e opportunamente innalzabile. Le vicende dell’obbligo scolastico e le difficoltà di portarlo a dieci anni effettivi di scolarità, senza ibride commistioni con la formazione professionale, sono sin troppo note e sono una palla al piede che ci portiamo dietro da anni.

La formazione professionale regionale deve fare la sua parte, caratterizzandosi sempre più come uno strumento flessibile di raccordo con il mercato del lavoro, in grado di fornire le qualifiche necessarie a un’economia in rapido mutamento. Le imprese, inoltre, debbono avere e rispettare precisi doveri di formazione nei confronti dei propri dipendenti. E, infine, poiché giustamente si discute di una riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, probabilmente necessaria per superare la grave crisi occupazionale, all’interno di questo progetto si potrebbero collocare ore di formazione, sia professionale sia di più ampio respiro culturale. Per favorire l’attuazione di un progetto di formazione lungo tutto l’arco della vita, che nel nostro Paese è particolarmente carente.

Per l’Italia, la vera opportunità offerta dall’attuale crisi – e dalle potenziali risorse aggiuntive che potrebbero rendersi disponibili – consiste nella possibilità di progettare politiche economiche e interventi pubblici – in primo luogo a favore della scuola e dell’università – che permettano di modificare profondamente la nostra società, e, conseguentemente, anche di contrastare la tendenza ad assecondare, sempre e comunque, le richieste del mercato in omaggio a vecchie idee dell’economia, e dell’istruzione, che, anche se ben celate dietro il culto dei dispositivi informatici e l’uso compulsivo di parole inglesi, non sono certo in grado di permetterci di affrontare il futuro.

Maria Chiara Acciarini

Maria Chiara Acciarini è stata insegnante e preside in una scuola media superiore e ha fatto parte della segreteria della CGIL Scuola di Torino. È stata consigliera comunale di Torino e, poi, deputata e senatrice in rappresentanza dei Democratici di Sinistra, che ha lasciato nel 2007. Ha scritto tra l’altro, con Alba Sasso, il libro “Prima di tutto la scuola” (2006).

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3 Comments on “La scuola non è un’azienda”

  1. La scuola non è un’azienda? E’ vero. Finora ne è stata solo l’anticamera:
    «Che cosa si impara a scuola? Si impara che più ore vi si passano, più aumenta il proprio prezzo sul mercato. Si impara a valorizzare il consumo scaglionato di programmi. […] Si impara a valorizzare l’avanzamento gerarchico, la sottomissione e la passività […] Si impara a brigare senza indisciplina i favori del burocrate che presiede alle sedute quotidiane, il professore a scuola, il capo in fabbrica. Si impara a definirsi detentori di un capitale di sapere nella specialità in cui si è investito il proprio tempo. Si impara, infine, ad accettare senza mugugni il proprio posto nella società, cioè la classe e la carriera precise che corrispondono rispettivamente al livello e al campo di specializzazione scolastica.» (I. Illich).
    Ma non è questa, perdio, la funzione che le assegna la Costituzione! E’ vero anche questo. Ma voi dimenticate, animucce belle, che una cosa è la costituzione formale altra quella materiale, e che la scuola (quale apparato ideologico di stato, come insegnava Althusser) serve più a questa che a quella.

  2. Analisi decisamente condivisibile e soprattutto molto apprezzabile per la scelta di una lingua non settoriale ( spesso incomprensibile) quando si parla di questa importante istituzione.
    C’ è però, come succede non di rado, un’ attenzione fissata prevalentemente sull’ articolo 3 della Costituzione che sancisce l’ uguaglianza e si tende ad attribuire a questo fondamentale obiettivo l’ unica funzione dell’ istruzione.
    Vi sono, invece, anche gli articoli 33 e 34 , l’ uno sulla libertà di insegnamento che è la base della formazione critica dei giovani: non è un caso, infatti che il D.Lg 16 Aprile 1994, n.297 (Parte III, titolo I, Capo I), affermi che la “funzione docente è intesa come esplicazione essenziale dell’ attività di trasmissione della cultura, di contributo alla elaborazione di essa e di impulso alla partecipazione dei giovani a tale processo e alla formazione umana e critica della loro personalità”. L’ altro che parla di ” meritevoli”. Nel discorso sulla scuola in generale ( e non in questo contributo) si trascura tutta la visione di Calamandrei – temo avendola in orrore,-quando sostiene che scopo della scuola sia la formazione della classe dirigente.
    Siamo davvero sicuri che aver trasformato il diritto all’ istruzione in diritto al “successo formativo” sia stato positivo? Siamo sicuri che parlare dei docenti come di ” mediatori culturali ” – come se la cultura arrivasse dal web- sia utile all’ interesse generale della Repubblica?

  3. A prescindere dal fatto che nell’art. 3 della Costituzione della scuola non si fa parola, e che l’eguaglianza vi è intesa in un senso molto, ma molto limitato (la Costituzione, giova ricordarlo, non disegna una società senza classi); delle due l’una: o il compito della scuola è quello di promuovere l’uguaglianza, e in tal caso occorre avere l’onestà di riconoscere che essa ha fallito; oppure il suo compito – quello effettivo, intendo – non è questo, e nemmeno la “formazione critica” dei giovani.
    Insomma, lasciatemelo dire: questa è una rappresentazione astratta, idealistica, della scuola (anche di quella della repubblica), che prescinde, vale a dire, totalmente dal fatto che il contesto in cui essa è chiamata a svolgere la sua funzione è quello di una “formazione sociale capitalistica” (bisogna innanzitutto chiamare le cose col loro nome, se si vuol capirle) alla cui riproduzione essa deve partecipare; ed è una rappresentazione ideologica, perché questo fatto lo nasconde (altro che “formazione critica”).
    Se non vi convince Athusser, ve lo faccio dire da Celine: “I negri – scriveva Celine nel Voyage – funzionano solo a randellate. Conservano, loro, questa dignità. Noialtri, perfezionati dall’educazione pubblica facciamo tutto da soli” . La scuola, come analogo, dunque, del randello coloniale? Come luogo deputato alla trasmissione della logica del comando? Esattamente. Basti pensare alla strutturale dissimmetria di potere che caratterizza la relazione docente/discente. E’ a questa dissimmetria che il discente deve educarsi. Se dopo tredici lunghi anni di scolarizzazione la troverà naturale, lo si potrà dichiarare “maturo”, pronto a fare il suo ingresso in società e, soprattutto, nel “mondo del lavoro”.
    Come evitare che le classi subalterne si trasformino in classi pericolose, come ottenere che si pieghino alle esigenze produttive e riproduttive di una società capitalistica? E’ questa la domanda a cui la “coscrizione scolastica” (assieme, ovviamente all’industria culturale e al suffragio universale) fornisce la risposta. Scolarizzazione: straordinaria pratica di produzione di soggettività assoggettate.
    Homo scholasticus, homo hierarchicus. Uomo scolarizzato, uomo disciplinato. Date al subalterno la possibilità di “sortirne da solo” (con l’ascensore sociale della laurea), dategli la possibilità, o l’illusione, di collocarsi, col suo bel titolo di studio, su un gradino più alto di quello su cui sgobbano i suoi genitori, e ne farete un lealista, un disciplinato sostenitore dell’ordine (materiale e simbolico) costituito. Per farla breve, finché c’è scuola, per l’uguaglianza non c’è speranza.

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