L’incerto futuro della scuola

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Chiunque non sia molto addentro al mondo dell’istruzione penserà, ragionevolmente, che il «decreto scuola» (decreto legge n. 22/2020) convertito in legge dalla Camera sabato 6 giugno riguardi il difficile avvio del prossimo anno scolastico. Non è realmente così. Il cuore del provvedimento riguarda, da un lato, gli esami di fine ciclo che sono alle porte e le altre procedure di valutazione finale degli allievi e, dall’altro, il concorso straordinario per gli insegnanti che abbiano già lavorato per tre anni con supplenze annuali. Ma di tutto ciò di cui si legge sui giornali e si sente parlare in tv sulle modalità concrete con le quali oltre sette milioni di alunne e alunni ricominceranno a settembre – dalle lezioni nei parchi ai banchi con il plexiglass – non si dice nulla. Motivo per il quale la preoccupazione cresce, sia fra le lavoratrici e i lavoratori del comparto, sia fra gli utenti, come mostrano lo sciopero indetto dai sindacati più rappresentativi e numerose manifestazioni promosse dai genitori (a volte insieme agli stessi docenti).

La scuola dopo il coronavirus, insomma, stenta a vedersi. L’unica cosa certa è il ritardo con il quale il Ministero dell’istruzione sta affrontando la questione, sotto tutti i punti di vista. Primo fra tutti, quello delle risorse: quelle stanziate sinora nei diversi provvedimenti assunti nella fase dell’emergenza (1,4 miliardi) sono universalmente riconosciute come insufficienti a garantire davvero la possibilità di fare scuola in sicurezza. Se si stabilisce che occorre distanziare in classe bambini e ragazzi (e docenti), e non si vuole diminuire il tempo-scuola attraverso doppi turni, restano due ipotesi: raddoppiare (o quasi) le classi con relativo aumento del personale oppure avere a disposizione, fra meno di tre mesi, spazi diversi dalla gran parte delle aule attualmente esistenti. L’investimento necessario per una cosa o per l’altra ammonta in ogni caso a molto di più di quanto stanziato.

Allargando lo guardo, si coglie immediatamente come il problema non si riduca esclusivamente al luogo fisico nel quale si ritroveranno oltre 900mila lavoratrici e lavoratori (docenti e personale amministrativo, tecnico e ausiliario) insieme alle alunne e agli alunni, ma abbracci anche il delicatissimo tema della mobilità verso gli istituti, in particolare quelli secondari di secondo grado, spesso lontani da casa e raggiunti in autonomia da ragazze e ragazzi. Preoccuparsi di mantenere le distanze a scuola è un non-senso se prima e dopo studentesse e studenti si ammassano sugli autobus. Come, chiunque lo sa, avviene normalmente. Esiste, allo stato, una credibile ipotesi sulla gestione del trasporto pubblico verso le scuole che non sia il semplice riferimento – contenuto nel documento partorito dal Comitato tecnico-scientifico del 28 maggio – al “Protocollo condiviso di regolamentazione per il contenimento della diffusione del Covid-19 nel settore del trasporto e della logistica” allegato al DPCM del 26 aprile» e alle indicazioni fornite da INAIL e ISS nel “Documento tecnico sull’ipotesi di rimodulazione delle misure contenitive di fase 2 in relazione al trasporto pubblico collettivo terrestre nel contesto dell’emergenza da SARS-CoV-2”? No, non esiste.

Intendiamoci. Nessuno pensa che il compito di riavviare una macchina così complessa come la scuola italiana sia facile. E sarebbe ingeneroso e politicamente disonesto attribuire all’attuale ministra la responsabilità di problemi molto risalenti nel tempo, dai tagli voluti dal Governo Berlusconi con la ministra Maria Stella Gelmini procedendo a ritroso sino a decenni di malgoverno democristiano. E tuttavia, alcuni drammatici errori di Lucia Azzolina hanno reso ancora più difficoltosa l’opera. L’incamponimento durato settimane nell’immaginare un concorso impossibile, che nelle sue intenzioni si sarebbe dovuto tenere a luglio e agosto, coinvolgendo decine di migliaia di aspiranti docenti di ruolo, è solo il più clamoroso, che è costato la rottura delle relazioni sindacali. Relazioni che, mai come in un momento simile, dovrebbero invece essere curate con saggezza. Discorso simile vale per il ritardo nella decisione di digitalizzare le graduatorie dei supplenti, che sono in alto mare. Se, come afferma la ministra, dal primo settembre tutte le cattedre saranno davvero coperte si tratterà di un autentico miracolo. Un po’ di laico scetticismo maturato con l’esperienza autorizza a pensare che, purtroppo, non avverrà. Evidenti limiti, innanzitutto di «cultura della scuola», sono emersi anche nella gestione del tema della valutazione numerica degli apprendimenti a distanza e degli esami finali – irrigimentati al punto da annullare quasi del tutto l’autonomia professionale dei docenti.

Il vuoto di visione e indirizzo politico rischia così di essere riempito da quelli che vogliono sfruttare la crisi del coronavirus come “un’opportunità” per trasformare in peggio la scuola, allontanandola dal modello costituzionale per piegarla a una logica aziendalistica: esemplare, in questo senso, il documento programmatico dell’Associazione nazionale presidi (ANP), influente lobby che da tempo cerca di managerializzare la gestione degli istituti secondo un impianto verticistico e antidemocratico. Anche Confindustria, naturalmente, si è fatta sentire. L’insipienza della ministra, inoltre, rischia di impedire che il sistema scolastico, insieme a studenti e famiglie, possa riflettere auto-criticamente sull’esperienza della scuola durante l’emergenza, con la ormai famosa «didattica a distanza» (https://volerelaluna.it/in-primo-piano/2020/04/19/la-scuola-e-finita-e-ora-riflessioni-sulla-didattica-a-distanza/), provando a trarre conclusioni valide e impegnative per tutte e tutti. Cominciando, ad esempio, dal rapporto con le piattaforme utilizzate, che non sono affatto «neutrali»: fare scuola con le tecnologie digitali fornite da Google oppure pensate e prodotte dal Ministero dell’istruzione, ad esempio, non è affatto la stessa cosa. Se si dovesse malauguratamente rendere necessario un nuovo periodo di sospensione delle lezioni in presenza per ragioni di salute pubblica, bisognerebbe essere molto più attrezzati nell’affrontare il rischio – divenuto tristemente realtà in questi mesi – di perdere di vista gli alunni più fragili economicamente, socialmente e psicologicamente.

Subire gli eventi, farsene travolgere, come sembra capiti al ministero di viale Trastevere, non è un destino. Le drammatiche settimane che abbiamo alle spalle non sono state vissute passivamente dal mondo della scuola. Contrariamente alle false e becere rappresentazioni della stampa di destra (valga per tutte la campagna contro «i prof vigliacchi» de Il Giornale), docenti e personale tutto si sono dati da fare, sicuramente talvolta anche in maniera confusa e sbagliata, ma senza restare inerti. E una parte del mondo della scuola fatta di associazioni professionali come il CIDI e la sua rivista, di gruppi spontanei come «Priorità alla scuola», di singoli, ha anche sviluppato riflessioni critiche, come dimostra l’incontro online promosso da “Volere la luna” (https://www.youtube.com/watch?v=kEbJJyv9qek&feature=youtu.be), che sarebbe molto importante potessero essere la base di una nuova fase di impegno civile e democratico per un sistema pubblico di istruzione che, uscendo dalla drammatica crisi del coronavirus, riesca davvero a compiere la missione che gli affida la Costituzione: rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano la libertà e l’uguaglianza di tutti e tutte.

Jacopo Rosatelli

Jacopo Rosatelli, dottore di ricerca in Studi politici, insegna nelle scuole superiori. Collabora con il manifesto, L’Indice dei libri del mese e Aspenia online. Insieme a Gianrico Carofiglio ha scritto, per Edizioni Gruppo Abele, Con i piedi nel fango. Conversazioni su politica e verità.

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