Covid-19: qualcosa abbiamo imparato ma la strada è ancora lunga

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A sberle e cinghiate, il professor Secondo Covidio mi ha costretto a ripassare tre o quattro lezioni basilari. Mi ha rimesso sul banco, testa china e polpastrelli inchiostrati, a compilare colonne di aste per ficcarmi in testa un abbecedario universale ma – ahimé – incrostato da muffe e nascosto da parassiti superficiali. Mi ha assegnato esercizi da svolgere chiuso in casa isolato dalle distrazioni: «Guai a te se esci prima di aver finito i compiti!».

Avevo proprio dimenticato che su questo pianeta posso ancora ritrovarmi preda. Mi ero troppo cullato nella tranquillità di essere solo io a cacciare e cibarmi degli altri. Quel passaggio de I Promessi Sposi, «La peggior condizione era quella di un animale senza artigli e senza zanne che pure non si sentisse inclinazione di essere divorato», era rimasto sepolto tra le memorie liceali studiate ma inutilizzate. Avevo proprio dimenticato che posso edificare tutti i muri, i fili spinati, le barriere che voglio; posso stabilire confini, dogane, dazi ovunque mi aggradi; posso comandare documenti, autorizzazioni, certificati finché mi pare. A virus, animali, piante, funghi, parassiti, alla natura insomma, non importa nulla. Quando vuole passare, passa – come ricordano tutti i Papillon del mondo (Steve McQueen nel 1973 o Orso M49 nel 2019; toh, lo stesso anno del mio sadico professore).

Avevo dimenticato che – se non siamo proprio tutti uguali alla partenza – almeno dobbiamo sforzarci di comprimere le disuguaglianze per giungere all’arrivo un po’ meno svantaggiati.

Avevo proprio dimenticato le priorità della vita vera: affetti, cibo, lavoro, educazione, socialità, arte.

Avevo proprio dimenticato che gli impieghi fondamentali sono produrre e distribuire cibo (contadini e fattorini), curare le persone (medici e infermieri) e le loro menti (maestri, professori, educatori di ogni livello e servizio), allargare gli orizzonti (gli stessi di prima, più ricercatori, artisti, sovrintendenti, guide, filosofi). E pensare che un libriccino studiato anni fa aveva già nel titolo tutto il sapere necessario: Buono, pulito, giusto! (Carlo Petrini di Slow Food).

Avevo proprio dimenticato che proteggere la natura, curare la biodiversità, studiare animali e piante, consumare poco e sprecare ancor meno, non sono fissazioni da idealisti rompiscatole ma carte vincenti nella partita della mia sopravvivenza terrestre. Mi ero illuso che qualche impresa eccezionale, qualche risposta immediata alle emergenze, un po’ di italiota («Ci penso io!») potesse sostituire manutenzione ordinaria e cure quotidiane. Fallocrazia versus custodia, anziché armoniose congiunzioni di entrambe.

Avevo dimenticato di leggere ogni sera, per conciliare sogni belli prima di addormentarmi, un articolo della Costituzione della Repubblica Italiana. Di colpo, sotto la bacchetta del prof. Covidio, mi sono ricordato che al liceo una professoressa severissima mi fece innamorare – oltre che di lei stessa … – di due in particolare. Il 4, là dove recita: «Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società», perché stabilisce che il lavoro – già esaltato da altri articoli fondamentali – non basta che sia garantito ma deve essere dignitoso e gratificante per il singolo e per la collettività. Una rivoluzione, ancora oggi! E il 9: «La Repubblica tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione», perché raduna e protegge insieme quello che ha fatto dell’Italia, l’Italia che il resto del mondo invidia: una lenta e sapiente commistione tra natura, storia, cultura e saper vivere (ma guarda: 4 e 9, come la sigla dell’orso fuggiasco!).

Avevo proprio dimenticato che uno Stato che vuole essere Nazione si regge su tre edifici: Sanità, Scuola, Carcere. Ognuno con molte stanze, aule, laboratori e qualche scantinato, ma tutti abitati da donne e uomini al servizio degli utenti e della comunità intera. Il resto sono supporti accessori, utili ma non indispensabili, non qualificanti, non identitari.

Avevo dimenticato il proverbio spagnolo: «Dio perdona sempre, l’uomo qualche volta, la Natura mai!» ma per fortuna mia – perché ha usato carezze e non schiaffi! – lo ha ricordato Papa Francesco durante la Giornata Mondiale per la Terra.

La lezione è stata durissima. L’ho vissuta come l’addestramento urlato ai marines di Full Metal Jacket dal sergente maggiore Hartman (che non a caso viene ucciso da un suo soldato). Riconosco che ne avevo bisogno, ma confesso che ne avrei fatto volentieri a meno.

Però. Miei pensieri in ordine sparso… 

Però se costringerà Milano a costruire piste ciclabili e le ferrovie a allungare i treni sovraffollati finalmente rispondendo alle annose e inascoltate lamentele dei pendolari; se concederà un bonus per acquistare biciclette e non automobili; se vieterà ai calciatori di sputare ogni momento; se porterà la banda larga in Val Chiusella; se farà riaprire qualche ospedale periferico, o punto nascite, o pronto soccorso; e poi scuole, uffici postali, negozietti e presidi forestali; se ci farà fare file ordinate senza numeretti; infine se (magari, forse, speriamo!) farà spostare gli investimenti pubblici da F35 a FP2, dai cacciabombardieri alla sanità e agli asili.

Epperò se intanto ha già: mostrato la netta differenza che passa tra i cialtroni onnipresenti e i competenti meno visibili; inflazionato il petrolio, abbattuto polveri sottili, ossidi di azoto, smog, traffico; favorito amplessi trascurati (forse anche i divorzi, ma il loro bilancio comparativo dovrà essere valutato sul lungo periodo – almeno 9 mesi); aumentato i libri letti e i manicaretti casalinghi; abbattuto gli euri buttati nelle slot machine; redento tanti tabagisti; stimolato fantasia e creatività per passare il tempo in casa e per motivare le autocertificazioni; esaltato persino le penne lisce, snobbate fino a febbraio; e infine e soprattutto convinto i maschi a lavarsi le mani dopo essere stati in bagno (nemmeno mamme mogli fidanzate c’erano riuscite!), allora le dure lezioni del prof. Covidio hanno avuto e avranno qualche buona conseguenza. Saranno state almeno in parte proprio “positive” (ah ah ah).

P.S.: Perché ci ostiniamo a scrivere pensierini su questa storia? Perché una raccomandazione ripetuta fino al lavaggio del cervello recita «Non mettere le dita su bocca, naso, occhi e orecchie». Cioè non fare come le tre scimmiette «non vedo non sento non parlo». Anzi. Proprio perché vediamo meglio di prima senza la folla sfuocante, perché sentiamo meglio nel silenzio inusuale, proprio per questo, parliamo. E prima, pensiamo.

L’articolo è pubblicato anche su “Piemonte parchi”

Luca Giunti

Luca Giunti, naturalista e guardiaparco sulle Alpi piemontesi, si occupa per lavoro di ricerche scientifiche, di educazione ambientale e di valutazioni di impatto ambientale. Ha pubblicato alcuni volumi fotografici e divulgativi e articoli scientifici, tra l’altro sulla linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione.

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