Quattro scenari per il futuro dell’Europa dopo il Covid-19

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Che tipo di Europa prenderà forma dopo la crisi del coronavirus? Sono possibili quattro scenari, che possono variare ampiamente le conseguenze sociali ed ecologiche.

Ora è chiaro che la pandemia di Covid-19 avrà a lungo termine importanti conseguenze. Le basi stesse dell’Unione Europea e la sua integrazione vengono messe in discussione. L’UE è definita dai suoi “pilastri”: il mercato unico e la libera circolazione, l’euro e il patto di stabilità e crescita, la legislazione in materia di concorrenza e aiuti di Stato. Questi tre pilastri sono stati scossi dalla pandemia e saranno sicuramente al centro dei dibattiti sul futuro dell’Europa.

Per quanto riguarda la libera circolazione delle persone, la chiusura, ancora una volta, dei confini nazionali è stata una misura altamente simbolica, a dimostrazione del fatto che “altri” europei sono ancora considerati stranieri potenzialmente pericolosi perché possono portare malattie. La questione pone domande molto delicate. Quando e quali condizioni (sanitarie, economiche, politiche) saranno prese in considerazione per una riapertura senza comportare troppi rischi? E su quale scala: l’area Schengen o gruppi di paesi con livelli di rischio simili (Benelux, gli Stati del Baltico, la penisola iberica), come sembra suggerire la Commissione europea? In assenza di un approccio comune alla gestione della crisi sanitaria, molto probabilmente si assisterà alla persistenza di confini interni più o meno stretti per lungo tempo. Per quanto riguarda le frontiere esterne dell’UE, l’esempio della Cina suggerisce un rigoroso “bozzolo” attorno al proprio territorio nazionale nei confronti del mondo esterno tendente a diventare norma, una volta superata all’interno la crisi sanitaria.
Nel contesto di un’unione monetaria priva di meccanismi di solidarietà e senza politica sovranazionale di governance, le regole del Patto di stabilità e crescita sono state (temporaneamente) sospese, per contrastare la crisi dell’eurozona. Ma, di nuovo, cosa succederà dopo? Esistono diversi modi per finanziare il bilancio in deficit e i debiti statali destinati a esplodere. Le conseguenze di queste scelte apparentemente tecniche varieranno notevolmente in termini di impatto fiscale e, manifestamente, sociale. Sia che ricorriamo ai soldi del “coronabond” sia che ci atteniamo al meccanismo europeo di stabilità rimane la domanda: come verrà finanziata la ripresa e che tipo di recupero sarà? Il dato influenzerà notevolmente il futuro. Inoltre, tra le innovazioni istituzionali adottate temporaneamente o a più lungo termine c’è l’iniziativa SURE a sostegno di modalità di lavoro short-time, a tempo ridotto. Sarà l’inizio di un nuovo sistema di assicurazione della disoccupazione nell’UE? Mentre la precedente crisi non ha consentito alcun progresso verso una governance sovranazionale delle valute, questa dovrebbe essere l’ultima opportunità per farlo.
Infine, la riduzione delle restrizioni sugli aiuti di Stato e il salvataggio di aziende in difficoltà tenderà a riconfigurare ciò che è considerato possibile e legittimo. È in gioco la legittimità dello Stato a intervenire nella vita economica. Gli effetti di questa crisi sull’economia reale dureranno a lungo, il che significa che l’Europa non tornerà presto alla normalità del passato. Questa situazione a sua volta consente scelte diverse da quelle del passato. Il ruolo dello Stato nell’economia, sia diretto che indiretto, dovrà concentrarsi sul “salvataggio” dei settori tradizionali (trasporto aereo, produzione di petrolio o di veicoli) o sarà quello di spingere le nostre economie verso una trasformazione ecologica?

L’Unione Europea post-crisi sanitaria ‒ supponendo che sopravviva ‒ potrebbe avere basi molto diverse. La discussione sui suoi tre i pilastri continuerà. Ma in quale ambiente globale questo accadrà? Ci sono quattro scenari possibili.

Il primo (contrariamente a quanto ho scritto prima) è un possibile ritorno all’ortodossia neoliberale, un po’ come è avvenuto nella crisi precedente (2008-2013), quando l’Europa è tornata ancora più radicalmente ai fondamentali neoliberisti dopo un incerto e parziale tentativo di recupero “verde” nel 2009, che eminenti ricercatori definirono la strana non morte del neoliberismo. È  improbabile che questa volta si ripeta, ma non è escluso. È vero, è difficile vedere l’austerità applicata al settore pubblico tra uno o due anni. Eppure le reazioni di alcune organizzazioni nazionali di datori di lavoro, le crescenti tensioni all’interno di alcuni Stati (come pure il conflitto negli Stati Uniti tra governatori dei singoli Stati e presidente) e i salvataggi dei settori industriali e dei servizi in crisi puntano proprio, ignorando le reali le condizioni sociali o ambientali, in questa direzione.

Il secondo scenario è il modello cinese, in base al quale ci si indirizza verso un controllo statale più autoritario verso la popolazione con nuovi mezzi basati sull’intelligenza artificiale, con restrizioni talvolta imposte alle libertà fondamentali in cambio di una sensazione di sicurezza e di protezione (presumibilmente del territorio del paese). Il fatto che questa crisi sanitaria possa essere ricorrente apre possibilità a governi più autoritari, come ad esempio in Ungheria e Polonia, per affermarsi come garanti della sicurezza dei loro cittadini. Questo scenario va di pari passo con la frammentazione globale, una sorta di “deglobalizzazione” più o meno radicale. Qui ancora una volta, l’esempio è dato dagli Stati Uniti di Donald Trump, come sta proponendo per il suo secondo mandato. Il luogo dell’unità diventa il territorio nazionale, con un controllo sociale sostenuto dall’aiuto delle reti 5G.

Il terzo scenario è un ritorno alla crescita a qualsiasi prezzo, con un recupero dei consumi senza alcuna considerazione per l’ambiente. Ricordando la Belle Époque, questo non sarebbe altro che la fine della festa per il mondo. Mentre avrebbe ovviamente un impatto positivo sugli indicatori economici convenzionali (come il prodotto interno lordo) e ridurrebbe i fallimenti e la disoccupazione a breve e medio termine, avrebbe importanti conseguenze a lungo termine. La richiesta di alcuni Governi, come quello della Repubblica Ceca, e di attori di diversi comparti produttivi è quella di dimenticare la proposta europea di Green Deal sottolineando così la forza di questo scenario. E se i consumi non dovessero davvero riprendere, gli appelli per un loro recupero darebbero un nuovo slancio alle richieste di un minore rispetto delle preoccupazioni ambientali e di una ulteriore e maggiore “flessibilità” nel mercato del lavoro a spese dei lavoratori. Visto in questo modo, il terzo scenario potrebbe notevolmente assomigliare al primo.

Lo scenario finale prevede l’accelerazione della transizione ecologica e un rapido ripensamento del nostro modello di sviluppo, con un ritorno ai servizi pubblici, ai beni comuni e alla solidarietà nel cuore dell’economia e degli affari sociali. Stiamo vedendo i semi di questo, con diversi Governi e attori della società civile sostenere il Green Deal e alcune città, come Parigi e Bruxelles, che stanno mostrando la strada per una più veloce transizione, pur molto difficile da realizzare stretta tra alta disoccupazione e crisi economica. Due fattori potranno avere un’influenza decisiva. Il primo è la parziale ricollocazione delle catene di produzione considerando l’ambiente in una sorta di protezionismo ambientale. Ciò, in extremis, potrebbe avere molto in comune con il secondo scenario nazionalistico. La domanda chiave sarebbe se si potrà affermare il protezionismo cooperativo (mirato a raggiungere lo stesso obiettivo) piuttosto che il protezionismo antagonista (vincere contro gli altri). Il secondo fattore chiave è la riduzione dell’orario di lavoro. Costituisce una linea di demarcazione tra restaurazione neoliberista e scenario di ripresa a tutti i costi e si presenta come un punto di svolta strategico. Nel mio modo di vedere è strategicamente l’aspetto più importante per i futuri dibattiti.

Questi scenari non si escludono a vicenda e possono essere combinati e sviluppati in parallelo in diverse regioni del mondo, a seconda dei relativi equilibri di potere. E non sarebbe difficile passare da uno a un altro.
La strategia dei soggetti collettivi avrà quindi un ruolo chiave, con conseguenze sul modo in cui i tre pilastri architettonici dell’attuale Unione Europea potranno essere trasformati.

Da https://www.socialeurope.eu/four-scenarios-for-europes-future-after-the-crisis.
Traduzione è di Fulvio Perini

 

Philippe Pochet

Philippe Pochet è il direttore generale dell’Istituto di ricerca del sindacato europeo (ETUI).

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