Un altro mondo va costruito con i lavoratori, non sulla loro testa

20/04/2020 di:

Ci sono notizie che non fanno notizia, succede quando i media lo decidono. O meglio, neppure lo decidono, il loro comportamento cieco è nell’ordine delle cose. La cecità dell’informazione è una malattia provocata dalla cancellazione del soggetto da guardare: se l’operaio è invisibile, come si fa a vederlo, a osservare i suoi comportamenti, per non parlare dei suoi diritti? Sono un paio di decenni ormai che siamo interessati solo alla merce, non a chi la produce o la distribuisce, gli operai sono una variabile dipendente del mercato, un’appendice della macchina. Al momento opportuno, cioè in occasioni straordinarie, quest’appendice può anche tornare visibile e per un attimo vestire addirittura i panni dell’eroe: quando sfida il Covid 19 al posto nostro per portarci la spesa o la pizza a casa, ancor più se lavora in ospedali infestati dal virus, oppure in una fabbrica di mascherine. Però non ci chiediamo se il rider o persino l’infermiera o chi fa le pulizie nei reparti ha in dotazione una mascherina, questo non compete a noi atomi opachi del male. Poi passerà la nottata e l’eroe tornerà invisibile perché «tutto sarà come prima».

Veniamo allora alla notizia che non fa notizia. Il caso più eclatante ci porta nelle fabbriche metalmeccaniche del nord. Da settimane capitano cose che meriterebbero molta attenzione e l’avrebbero, se i media e purtroppo gran parte di un’opinione pubblica plasmata dalla filosofia neoliberista non fossero ciechi: gli operai hanno scioperato e qua e là ancora scioperano affinché le loro fabbriche vengano chiuse, o comunque non riaperte. Strano no? È dagli albori dell’industrializzazione che operai e sindacato si battono per evitare che le fabbriche vengano chiuse, adesso che succede? Semplice, dicono a noi ciechi e sordi che prima viene la vita e solo dopo la produzione e i profitti, per gridarlo perdono salario e suggeriscono una soluzione che li penalizzerebbe da un punto di vista economico: la cassa integrazione per chiudere le produzioni non indispensabili e quelle per cui i padroni non garantiscono sicurezza e protezione dal virus. Scioperando difendono la vita e la salute non solo loro, ma di tutti.

Perché se gli operai lavorano senza la sicurezza che sarebbe obbligatoria per tutti, o se lavorano per produrre merce non indispensabile in questa drammatica emergenza, allora non rischiano la vita per il bene comune, per aiutarci a difenderci dal virus ma solo per garantire al padrone la sua fetta di mercato, andando e tornando a casa dalla fabbrica, salendo sui mezzi pubblici, rischiando di infettarsi alla catena di montaggio e finiscono per diventare involontari diffusori del virus. Torna utile un’antica saggezza rivoluzionaria: liberando sé stessi gli operai liberano l’umanità. Solo per fare un esempio concreto, ci rendiamo conto di cosa voglia dire il diffondersi del contagio all’Ilva dove in condizioni normali, cioè non oggi, entrano escono e faticano oltre 10 mila lavoratori? In una città martire come Taranto? I primi contagi ci sono già, per fortuna l’impianto è attivo solo per una piccola parte.

C’è chi, a sinistra, se la prende con gli operai e i sindacati che lavorano all’Ilva che ha falcidiato lavoratori e cittadini tarantini, nonché pecore, cozze e pascoli. Oppure ce l’ha con gli operai che costruiscono pistole alla Beretta destinate all’esercito nordamericano o elicotteri da combattimento Agusta destinati alle forze armate israeliane. O bombe in una fabbrica tedesca impiantata nel Sulcis da esportare in Arabia Saudita che le fa esplodere sulla testa di uomini donne e bambini dello Yemen.

Vorrei dire ai fustigatori della presunta insensibilità operaia: cari amici, sparate sul bersaglio sbagliato. Pensate che all’operaio dell’Ilva faccia piacere rischiare la vita all’altoforno e spruzzare sé stesso e i tarantini di diossina? O che il metalmeccanico bresciano raggiunga l’orgasmo solo assemblando pistole, come quell’homo faber disegnato da Ermanno Rea in La dismissione che solo alla vista dalla barca del molo dell’Italsider di Bagnoli si eccitava? Ho intervistato ad Avellino un operaio ammalato di mesotelioma pleurico guadagnato scoibentando vagoni carichi di amianto, che diceva: se mai questa maledetta attività dovesse riaprire ci sarebbe la fila di giovani irpini pronti a fare domanda per lavorarci, in quella stessa fabbrica dove magari i loro stessi padri sono stati ammazzati dall’amianto. E aggiungeva: di amianto si può anche morire, di fame si muore di sicuro. E quello che pensano anche gli abitanti di Tamburi a Taranto.

Il sindacato ha imposto al Governo un protocollo per individuare i lavori che vanno garantiti in condizioni di sicurezza per far funzionare le filiere indispensabili alla lotta al virus, a partire da quella sanitaria, e tenere chiuse le altre fabbriche. I padroni, che avevano mal digerito la scelta nella notte avevano fatto pressione sul Governo per allargare le maglie, costringendo i sindacati a uno scontro per ripristinare garanzie, sicurezza e chiusure. Poi la delega è passata dal Governo ai prefetti, evidentemente molto sensibili alle sirene confindustriali, che hanno consentito deroghe su deroghe cosicché nel Bresciano e nella Bergamasca ha riaperto i cancelli la metà delle fabbriche. E qua e là sono ripresi gli scioperi. Si sa che aria tira da quelle parti.

Ora, se siamo convinti che il coronavirus potrebbe essere l’occasione per prefigurare un altro mondo, un altro modello di sviluppo, una produzione ambientalmente e socialmente compatibile; se riteniamo una follia pensare che tutto debba tornare com’era prima perché siamo convinti che quella normalità è il problema; se pensiamo che ci hanno fregato con l’idea che privato è bello, meglio del pubblico, cosicché hanno privatizzato sanità, energia, istruzione, acqua aprendo un’autostrada ai virus e all’individualismo proprietario; se pensate che l’acciaio che servirà per la città futura dovrà essere prodotto in sicurezza, e che per riempire i granai non serviranno bombe e mitragliatrici; se pensate questo e altro ricordatevi che l’altro mondo possibile non va costruito sulla testa dei lavoratori ma insieme a loro. Parafrasando un vecchio saggio orientale, non sempre gli operai hanno ragione ma non c’è ragione rivoluzionaria che non passi attraverso gli operai.