Un altro mondo va costruito con i lavoratori, non sulla loro testa

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Ci sono notizie che non fanno notizia, succede quando i media lo decidono. O meglio, neppure lo decidono, il loro comportamento cieco è nell’ordine delle cose. La cecità dell’informazione è una malattia provocata dalla cancellazione del soggetto da guardare: se l’operaio è invisibile, come si fa a vederlo, a osservare i suoi comportamenti, per non parlare dei suoi diritti? Sono un paio di decenni ormai che siamo interessati solo alla merce, non a chi la produce o la distribuisce, gli operai sono una variabile dipendente del mercato, un’appendice della macchina. Al momento opportuno, cioè in occasioni straordinarie, quest’appendice può anche tornare visibile e per un attimo vestire addirittura i panni dell’eroe: quando sfida il Covid 19 al posto nostro per portarci la spesa o la pizza a casa, ancor più se lavora in ospedali infestati dal virus, oppure in una fabbrica di mascherine. Però non ci chiediamo se il rider o persino l’infermiera o chi fa le pulizie nei reparti ha in dotazione una mascherina, questo non compete a noi atomi opachi del male. Poi passerà la nottata e l’eroe tornerà invisibile perché «tutto sarà come prima».

Veniamo allora alla notizia che non fa notizia. Il caso più eclatante ci porta nelle fabbriche metalmeccaniche del nord. Da settimane capitano cose che meriterebbero molta attenzione e l’avrebbero, se i media e purtroppo gran parte di un’opinione pubblica plasmata dalla filosofia neoliberista non fossero ciechi: gli operai hanno scioperato e qua e là ancora scioperano affinché le loro fabbriche vengano chiuse, o comunque non riaperte. Strano no? È dagli albori dell’industrializzazione che operai e sindacato si battono per evitare che le fabbriche vengano chiuse, adesso che succede? Semplice, dicono a noi ciechi e sordi che prima viene la vita e solo dopo la produzione e i profitti, per gridarlo perdono salario e suggeriscono una soluzione che li penalizzerebbe da un punto di vista economico: la cassa integrazione per chiudere le produzioni non indispensabili e quelle per cui i padroni non garantiscono sicurezza e protezione dal virus. Scioperando difendono la vita e la salute non solo loro, ma di tutti.

Perché se gli operai lavorano senza la sicurezza che sarebbe obbligatoria per tutti, o se lavorano per produrre merce non indispensabile in questa drammatica emergenza, allora non rischiano la vita per il bene comune, per aiutarci a difenderci dal virus ma solo per garantire al padrone la sua fetta di mercato, andando e tornando a casa dalla fabbrica, salendo sui mezzi pubblici, rischiando di infettarsi alla catena di montaggio e finiscono per diventare involontari diffusori del virus. Torna utile un’antica saggezza rivoluzionaria: liberando sé stessi gli operai liberano l’umanità. Solo per fare un esempio concreto, ci rendiamo conto di cosa voglia dire il diffondersi del contagio all’Ilva dove in condizioni normali, cioè non oggi, entrano escono e faticano oltre 10 mila lavoratori? In una città martire come Taranto? I primi contagi ci sono già, per fortuna l’impianto è attivo solo per una piccola parte.

C’è chi, a sinistra, se la prende con gli operai e i sindacati che lavorano all’Ilva che ha falcidiato lavoratori e cittadini tarantini, nonché pecore, cozze e pascoli. Oppure ce l’ha con gli operai che costruiscono pistole alla Beretta destinate all’esercito nordamericano o elicotteri da combattimento Agusta destinati alle forze armate israeliane. O bombe in una fabbrica tedesca impiantata nel Sulcis da esportare in Arabia Saudita che le fa esplodere sulla testa di uomini donne e bambini dello Yemen.

Vorrei dire ai fustigatori della presunta insensibilità operaia: cari amici, sparate sul bersaglio sbagliato. Pensate che all’operaio dell’Ilva faccia piacere rischiare la vita all’altoforno e spruzzare sé stesso e i tarantini di diossina? O che il metalmeccanico bresciano raggiunga l’orgasmo solo assemblando pistole, come quell’homo faber disegnato da Ermanno Rea in La dismissione che solo alla vista dalla barca del molo dell’Italsider di Bagnoli si eccitava? Ho intervistato ad Avellino un operaio ammalato di mesotelioma pleurico guadagnato scoibentando vagoni carichi di amianto, che diceva: se mai questa maledetta attività dovesse riaprire ci sarebbe la fila di giovani irpini pronti a fare domanda per lavorarci, in quella stessa fabbrica dove magari i loro stessi padri sono stati ammazzati dall’amianto. E aggiungeva: di amianto si può anche morire, di fame si muore di sicuro. E quello che pensano anche gli abitanti di Tamburi a Taranto.

Il sindacato ha imposto al Governo un protocollo per individuare i lavori che vanno garantiti in condizioni di sicurezza per far funzionare le filiere indispensabili alla lotta al virus, a partire da quella sanitaria, e tenere chiuse le altre fabbriche. I padroni, che avevano mal digerito la scelta nella notte avevano fatto pressione sul Governo per allargare le maglie, costringendo i sindacati a uno scontro per ripristinare garanzie, sicurezza e chiusure. Poi la delega è passata dal Governo ai prefetti, evidentemente molto sensibili alle sirene confindustriali, che hanno consentito deroghe su deroghe cosicché nel Bresciano e nella Bergamasca ha riaperto i cancelli la metà delle fabbriche. E qua e là sono ripresi gli scioperi. Si sa che aria tira da quelle parti.

Ora, se siamo convinti che il coronavirus potrebbe essere l’occasione per prefigurare un altro mondo, un altro modello di sviluppo, una produzione ambientalmente e socialmente compatibile; se riteniamo una follia pensare che tutto debba tornare com’era prima perché siamo convinti che quella normalità è il problema; se pensiamo che ci hanno fregato con l’idea che privato è bello, meglio del pubblico, cosicché hanno privatizzato sanità, energia, istruzione, acqua aprendo un’autostrada ai virus e all’individualismo proprietario; se pensate che l’acciaio che servirà per la città futura dovrà essere prodotto in sicurezza, e che per riempire i granai non serviranno bombe e mitragliatrici; se pensate questo e altro ricordatevi che l’altro mondo possibile non va costruito sulla testa dei lavoratori ma insieme a loro. Parafrasando un vecchio saggio orientale, non sempre gli operai hanno ragione ma non c’è ragione rivoluzionaria che non passi attraverso gli operai.

Loris Campetti

Loris Campetti è nato a Macerata nel 1948. Laureato in chimica, già nella seconda metà degli anni Settanta è passato al giornalismo. A “il manifesto” fino al 2012, ha ricoperto tutti i ruoli e si è occupato prevalentemente di lavoro e lotte operaie. Ha scritto molti libri di inchiesta e due mesi fa è stato pubblicato da Manni il suo primo romanzo, “L’arsenale di Svolte di Fiungo”.

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One Comment on “Un altro mondo va costruito con i lavoratori, non sulla loro testa”

  1. Faccio commentare a Marcuse! Se lo ricorda ancora qualcuno?
    Herbert Marcuse e l’immaginazione al potere
    Tecnologia e immaginazione: un binomio che può suscitare un’idea e un concetto di contrasto o antagonismo tra due ambiti apparentemente opposti come la razionalità, il pensiero scientifico e la creatività artistica, la fantasia, entrambi espressioni caratteristiche delle facoltà umane. Riprendendo le visioni utopiche di un importante e quasi dimenticato filosofo del ʼ900 come Herbert Marcuse, possiamo prendere spunti per riconsiderare oggi alcuni aspetti dell’attualità del suo pensiero e della sua concezione di immaginazione. Egli fece appunto dell’immaginazione la sua bandiera rivoluzionaria, che riuscì a svettare sulle barricate dei movimenti studenteschi del ʼ68 nella sua espressione più simbolica de “l’immaginazione al potere”.
    Marcuse partiva dalla sua visione contemporanea e critica di una immaginazione ormai appiattita dalla tecnologia sulla sola dimensione produttiva del profitto e del consumo. Nel suo saggio del 1964 “L’uomo a una dimensione” espone infatti il suo concetto di unidemensionalità. Una tesi che prende le mosse dalla critica della società capitalistica occidentale e di quella socialista sovietica e in cui viene rappresentato il declino della libertà individuale e sociale dell’uomo contemporaneo. È da questa analisi sociale che Marcuse evidenzia la scomparsa di una intera dimensione come la perduta capacità dell’uomo di individuare il carattere dualistico, dialettico e antagonistico nei confronti del sistema sociale. Liberare l’immaginazione significa invece, per Marcuse, concederle tutti i suoi mezzi di espressione che possano esaltare la capacità libera della mente dell’uomo di immaginare con la propria logica e coscienza. Occorre quindi liberarla dal ruolo di strumento di controllo e potere, abusato dal progresso tecnologico, che tende a far coincidere l’immaginazione nella sola dimensione materialistica. È necessario, di conseguenza, contrastare la creazione di bisogni non autentici e l’uso di modelli di riferimento consumistici che inducono al solo sviluppo del profitto, in una società sempre più ingabbiata da un sistema economico dominato “dall’ansia di prestazione“.

    Marcuse, anche attraverso la rilettura di Freud, individua nel principio di piacere, insito nella natura dell’uomo, la fonte della vera liberazione dell’immaginazione come componente primaria della libido e dell’eros. Non si tratta infatti di una liberazione puramente sessuale, come potrebbe essere interpretata riduttivamente sotto un aspetto esclusivamente psicoanalitico, ma di una vera rivoluzione della sensibilità umana. Tale riscoperta e liberazione dell’eros, attraverso l’immaginazione, può esprimere il progetto di far riemergere una dimensione estetica, creativa, di bellezza e piacere in cui è percepita la vera essenza e natura dell’uomo. Nel suo libro “Eros e Civiltà” Marcuse formula su queste basi il suo progetto utopico di liberazione che attraverso una tecnologia positiva, indirizzata a nuovi scopi, può ridare all’uomo lo spazio, il tempo e l’energia togliendola al lavoro oppressivo che può essere svolto dalle macchine. Una rivoluzione del tempo libero oggi ancora più concretamente possibile da parte della robotica e della cibernetica. Tale disponibilità di tempo ed energia creativa, anziché aumentare esponenzialmente la ricchezza nelle mani di pochi gruppi e uomini di potere, potrebbe essere redistribuita nel valore e nella libertà di realizzare i veri bisogni e desideri creativi tesi a un modello che Marcuse definisce di “Società come opera d’arte”.

    Ma quanti di noi oggi intravedono ancora questa possibile utopia? Marcuse riteneva che l’utopia non fosse una immaginazione negativa di sogno irrealizzabile ma, come si espresse nel 1967 nel suo saggio “La fine dell’utopia”, riteneva possibile dare all’immaginazione la sua forza scientifica e razionale di realizzazione. Una forza, tuttavia, che non poteva che per (io correggerei eliminando il “che per”) prescindere da una nuova sensibilità spinta a nuovi bisogni e a una nuova razionalità in grado di contrastare la repressione e le resistenze al modello consumistico e illiberale dei sistemi tecnologici avanzati. È appunto con l’immaginazione artistica e libidica che questa forza di cambiamento e liberazione può trovare la sua identità rivoluzionaria di ricostruzione della realtà.
    Con la stessa visione e la stessa determinazione di Marcuse, può essere oggi concepita una dimensione dell’immaginazione che possa condurre alla liberazione da un sistema sempre più oppressivo nella proposizione dei suoi valori? Potremmo superare le spinte all’omologazione, all’uniformità di una servitù volontaria al nostro sistema accomodante, a volte confortevole e illusoriamente democratico che di fronte a queste tesi di alternativa ci induce a farci sorridere? Potremmo avere, al contrario, la forza di sostenere una simile proposta oltre il ridicolo e la sarcastica reazione che la realtà sociale in cui siamo immersi è capace di farci suscitare? Marcuse ne era profondamente convinto e ha avuto il coraggio di crederlo fermamente come filosofo e pensatore. Egli, tuttavia, ci ha lasciato senza soluzioni pratiche da applicare ma solo con una visione di realizzabilità, forse ancora attuale, nella sua immagine di società libera. Una visione sufficientemente forte da far nuovamente riflettere anche le nuove generazioni sulla reale possibilità di una trasformazione culturale che oltre ogni ideologia tenda a una possibile alternativa sociale aperta alle nuove e antiche esigenze di libertà.

    Leggere la tesi di Federico Sollazzo. “Tra Totalitarismo e democrazia” fa capire molto.

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