Immaginari pandemici

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È curioso come la sospensione dell’ordinario trasformi radicalmente la nostra percezione del tempo – della durata, per dirla con Bergson. In particolare per chi, come me, può permettersi il lusso di una quarantena totale, i ritmi quotidiani si dilatano, scanditi non più dagli orari lavorativi che sfumano – imponendoci spesso di lavorare più del solito –, ma dai bollettini medici con i loro grafici, le loro curve e il crudele conto dei morti; ma le notizie, le analisi, i commenti invecchiano assai più rapidamente, sembrando obsoleti e superati a poche ore dal momento della loro pubblicazione, già nascosti nel flusso della corsa al commento e alla testimonianza. Del resto, un orizzonte temporale di breve termine per questa sospensione, che fino a qualche settimana fa ci sembrava possibile, oggi appare un miraggio.

Ciò nonostante, provo anche io a dire la mia, sapendo bene di espormi al ridicolo dell’obsolescenza improgrammabile dei nostri sforzi di ragionare su qualcosa di radicalmente nuovo – non nella storia e, purtroppo, neanche nella geografia – ma nelle nostre vite.

Nel suo libro sull’influenza spagnola del 1918, Laura Spinney riparte dall’evocativa data del 9 novembre 1918: il Kaiser Guglielmo abdica, ponendo fine alla prima guerra mondiale, nelle stesse ore in cui un altro Guillaume – nientemeno che Apollinaire – moriva di spagnola, solo, nella sua casa di Parigi.

Tra la più grave pandemia del Novecento e il primo conflitto mondiale la battaglia per l’egemonia fu impari. La prima è sopravvissuta per lo più nei racconti e nei ricordi di una generazione ormai scomparsa; nella mia famiglia, ad esempio, è legata agli aneddoti sul temperamento insofferente della nonna che nel litigare con sua sorella, fortunata superstite, ogni tanto biasimava, in dialetto cilentano, “quella Spagnola, che non se la prese”. La prima guerra mondiale, invece, fu tra gli eventi più traumatici del secolo scorso, che cambiò radicalmente il modo di vedere il mondo, in particolare di una vecchia Europa, da sempre intenta a considerarsi ombelico del mondo e drammaticamente obbligata a guardare lontano, non più solo per sete di conquista.

Nascono e si trasformano immaginari globali. Il mondo è finalmente uno, grazie a bombe e a carrarmati.

A un secolo di distanza il globo è ancor più connesso, dagli scambi economici e da quelli turistici, dalle tecnologie informatiche ai conflitti a distanza. E la nuova pandemia sbarca in Europa, in tempo di pace. In poche settimane, alcuni dei nostri meccanismi di interpretazione del mondo si inceppano.

La provincia di Hubei, la Lombardia e lo stato di New York potevano ricorrere in una stessa frase forse solo per glorificare o per denunciare la cosiddetta globalizzazione: finanza, nuove tecnologie, viaggi intercontinentali, l’etica manageriale e il nuovo spirito del capitalismo. Oggi, e così sarà nei prossimi anni, il nesso più intuitivo è legato agli ospedali improvvisati, alle mascherine chirurgiche, al distanziamento sociale.

Il nostro modo di interpretare il mondo cambia.

Prima di tutto, siamo disposti a tollerare che l’esercito gestisca l’ordine pubblico – e tra poco l’approvvigionamento di viveri – di città deserte come neanche Roma in quegli agosto degli anni ’80; stiamo disciplinatamente a casa a contare quanti giorni sono passati dall’ultima uscita per procurarci cibo, possibile momento di contagio. Per chi, come me, ha passato anni a studiare gli “stati di emergenza”, criticandone il ricorso sempre più frequente e per i motivi più svariati – terrorismo, catastrofi naturali, disastri economici, flussi migratori – la situazione non è semplice da analizzare con lucidità. Con Hobbes – e senza bisogno di scomodare la biopolitica – la modernità politica nasce dal presupposto che lo stato è (un male) necessario alla sopravvivenza del singolo; la storia del consolidarsi della cultura dei diritti come limite ai poteri – e la battaglia contro le sempre costanti violazioni – ha posto una certa distanza fra noi e il “diritto alla vita”. Certo ci indigniamo di fronte a chi vuol negare il soccorso in mare ai migranti e ci preoccupiamo per i rischi di estinzione legati alla catastrofe ecologica in corso; ma in quei casi, semmai, scendiamo in piazza. Oggi restiamo in casa, per la nostra sicurezza e per quella degli altri. Per un po’ di sana paura, come direbbe Hobbes. Se prendiamo per buono l’adagio schmittiano per cui sovrano è «colui che decide sullo stato d’eccezione», ha sostenuto Ida Dominijanni, oggi sovrano è il virus; e da lui ci lasciamo disciplinare. O meglio, ci lasciamo disciplinare dalle scelte di chi è al comando per gestire lo stato di necessità.

Allo stesso tempo, però, la pandemia incrina molti altri tic del nostro modo di vedere il mondo. Certo il virus è democratico e contagia indistintamente tutto (pan) il popolo (demos). Ma, come il suffragio universale, il virus non si impone nel vuoto sociale e non garantisce quel radicale riequilibrio di condizioni, a volte evocato con troppa facilità. Certo ci sono una serie di variabili naturali – come la differente mortalità per fascia d’età – ma, un po’ come nei discorsi di Bernie Sanders e di Elizabeth Warren, la tua probabilità di sopravvivere dipende da quanto solido è il sistema sanitario pubblico del luogo in cui ti trovi a trascorrere la quarantena. Del resto, si è già smesso di parlare del sistema sanitario come dell’esempio di ogni spreco ma lo si guarda come la fonte di ogni salvezza. Inoltre, la retorica della Milano produttiva che non molla neanche in tempo di pandemia, ci spaventa e ci innervosisce, ci pare intollerabile leggerezza. Persino alcuni fra i più disciplinati interpreti del rigore economico più miope oggi iniziano a dubitarne; taluni, addirittura, difendono l’inversione di tendenza a proposito di spesa pubblica, come risvegliati d’improvviso davanti ai rischi di una catastrofe sociale e della fine dell’Unione europea, che pure da ben prima della pandemia incombevano sulle nostre teste. Infine, come per miracolo, abbiamo smesso di contare i morti “per etnia” mentre fino a pochi giorni fa la nazionalità del defunto era d’obbligo in ogni notizia di cronaca nera.

Non sappiamo quando tutto questo finirà, ma sappiamo che finirà; è successo anche a flagelli peggiori. Ciò che sappiamo è che il bilancio sarà terribile, è già terribile; e sappiamo anche che molto cambierà nel nostro modo di rapportarci agli altri, di immaginare il mondo e di pensare la politica anche se non sappiamo ancora come tutto ciò cambierà.

A noi resta lo sforzo di tentare di dare una direzione a questo cambiamento di immaginario. Possiamo lasciare che nel mondo-del-dopo-Corona la faccia da padrone la paura – quella che Montesquieu definiva principio del governo dispotico –; è possibile che, spaventati e scossi, continueremo a invocare l’uomo forte, il solo capace a gestire ogni emergenza. Colui che non esita, come in quella Cina che, per efficienza, pare ormai a molti un modello. È possibile che le immagini dell’esercito che scorta carovane di feretri siano così potenti da anestetizzarci nei confronti di altre presenze militari per le strade delle città; così come possibile è che i poteri di emergenza trovino altre scuse ben meno “fondate” della crisi sanitaria in corso. In Ungheria, del resto, lo stato di indiscutibile necessità è già stato pretesto per completare il percorso che da stato di diritto ha portato a stato d’eccezione permanente.

Oppure possiamo ripensare la libertà. Ribadire l’importanza della libertà di movimento, proprio perché ne abbiamo sperimentato la drastica limitazione, magari ripartendo dal senso comune sulle migrazioni e sul diritto penale. Forse guarderemo con occhi differenti chi è costretto a lasciare la propria casa, dopo essere stati confinati nelle nostre, ben più confortevoli; e anche il carcere, forse, ci parrà più odioso, infintamente più odioso. Poi potremmo anche ricordarci che non c’è libertà senza diritti sociali; la salute prima di tutto – come nei vecchi adagi degli anziani, ai quali più di tutti dobbiamo procurare aiuto e sostegno – perché dalla spesa sanitaria dipende la nostra sopravvivenza prima ancora che il nostro stile di vita. A chi avanza strane proposte di nuove assemblee costituenti, proporrei più sommessamente un’abolizione rapida della riforma costituzionale del 2001, che restituisca subito la gestione del sistema sanitario allo stato centrale, sottraendolo all’inesorabile iniquità della regionalizzazione – e si tratterebbe comunque solo di un punto di partenza. L’istruzione, poi; chi come me passa le sue giornate a chiedere ai propri studenti “mi sentite?” – quante volte mi ronza nella testa Tommy, can you hear me? – si è resto conto di quanta voglia e bisogno di confronto abbia quella generazione spesso liquidata come pigra e ignorante. E poi, ovviamente, il lavoro; perché sul lavoro come diritto – quant’altri mai più violato – mi pare chiaro che si giocherà la partita più importante. Vecchie diseguaglianze di classe si aggraveranno e nuove si imporrano, forse ancora più drammatiche. La partita è aperta, il risultato quanto mai incerto.

Se, in tempo di sospensione, non possiamo immaginare il quando, dobbiamo almeno sforzarci di pensare il come. Se penseremo al mondo come fonte di paura o come luogo di libertà molto dipenderà dalle scelte della politica; ma anche queste sono influenzate (almeno) in parte dalla nostra capacità di intervenire e dal nostro modo di guardare a questo mondo da ricostruire. Rilanciare un modello sociale che guardi alla redistribuzione, ripensare i nostri stili e i nostri ritmi di vita, presidiare i nostri spazi di libertà: sono questioni che non possono restare sospese nel limbo della quarantena. Pensare e discutere, per quanto difficile, si può fare anche restando in casa. Infondo, come sosteneva con cauto ottimismo Italo Calvino, “fare di tutto per volgere al bene comune tutte le forze che possono essere volte al bene comune non è eclettismo, è atteggiamento di scelta attiva e di rigore discriminante, fiducia nel poter sottomettere a ragione la storia, finora mossa dal ritmo catastrofico e biologico dei maremoti e delle epidemie”.

E sulle epidemie, passo e chiudo.

Massimo Cuono

Massimo Cuono insegna Filosofia politica all’Università di Torino. Studia le critiche alla rappresentanza e alla mediazione politica, l’arbitrarietà e la discrezionalità del potere, la razionalità e la ragionevolezza della legge. Coordina la redazione della rivista Teoria politica, è curatore scientifico di Biennale Democrazia e membro del Consiglio direttivo dell’Unione culturale Franco Antonicelli. Tra le sue pubblicazioni: "Decidere caso per caso. Figure del potere arbitrario", Marcial Pons, Madrid 2013.

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