Nella notte tra il 3 e il 4 ottobre del 1226 muore, alla Porziuncola, Francesco d’Assisi, a quarantaquattro anni. A ottocento anni da quella morte, il rischio è ricordarlo ancora una volta nel modo più innocuo: come il santo da calendario, il san Francesco degli uccelli, dei fioretti, della mitezza senza urto. Ma il Francesco più interessante è un altro: non il predicatore sentimentale della bontà, bensì l’uomo che comprese una verità scomodissima, e cioè che la violenza non si disarma soltanto opponendole una violenza più forte. La si disarma quando si capisce da dove nasce, quale bisogno la nutre, quale ferita la rende possibile. Francesco non nega il male, ma fa qualcosa di più difficile: rifiuta di identificare l’altro con il suo atto peggiore.
Si pensi all’episodio del lupo di Gubbio, certamente leggendario. Ma le leggende non sono per questo false: spesso sono vere in un altro modo, perché condensano in una scena ciò che un ragionamento astratto non riuscirebbe a rendere altrettanto visibile. La città ha paura. Il lupo aggredisce, uccide, impedisce agli uomini di uscire. La soluzione ordinaria sarebbe una sola: cacciare il mostro e sopprimerlo. Francesco invece va verso il lupo. Non nega che sia pericoloso, ma sa bene «che qualunque male fai, lo fai per rabbia di fame»; ne riconosce perciò il bisogno. La pace nasce quando il lupo viene nutrito: gli abitanti si impegnano a dargli da mangiare, ed egli promette di non aggredire più. Il punto è questo: il lupo non viene semplicemente domato; viene ammesso dentro un patto. Francesco lo tratta come un essere capace di promessa. È un patto tra galantuomini, se si può usare questa espressione per un lupo. E appunto qui sta lo scandalo: anche nel lupo c’è una dignità minima che non può essere calpestata con la pura violenza. Non perché sia innocente, ma perché non è solo colpa. È fame, paura, istinto, abbandono. Quando una comunità lascia crescere la fame ai suoi margini e poi si stupisce della violenza che ne nasce, prima crea lupi e poi organizza battute di caccia.
Lo stesso schema ritorna nell’episodio dei ladroni di Borgo San Sepolcro. Essi derubano i passanti e anche i frati. La reazione prevedibile sarebbe denunciarli, inseguirli, punirli. Francesco sceglie un’altra via: non li maledice, non li perseguita, non ordina ai frati di opporre durezza a durezza. Chiede che si porti loro cibo. Non perché rubare sia giusto, ma perché la violenza del brigante va affrontata partendo da ciò che la alimenta. Quei ladroni rubano per procurarsi pane, spinti da grave necessità. Francesco applica una pedagogia del perdono fatta di disponibilità, carità, amicizia, dolcezza. Non “crudeli riprensioni”, non minacce, non esibizione della pena. E quella bontà ottiene ciò che la repressione non avrebbe ottenuto: i ladroni promettono prima di non percuotere e maltrattare più le persone, poi di mutare vita, fino al punto che alcuni entreranno nell’Ordine. Il perdono francescano non cancella la colpa; riapre il futuro del colpevole. Non dice al ladro: non hai fatto nulla. Gli dice: non sei costretto a essere per sempre ciò che hai fatto. Gli restituisce la possibilità di una promessa, e dunque la dignità morale che egli stesso aveva compromesso. Qui Francesco è più moderno di molti moderni. Comprende che il male non è sempre una sostanza misteriosa, inchiodata per sempre all’anima dell’uomo. Spesso è fame, umiliazione, marginalità, abbandono, brutalità ricevuta e restituita. Comprendere non significa giustificare: significa impedire al male di diventare destino. Il lupo affamato non si placa con un sermone; il ladro che ruba pane non si redime con un editto. Prima viene il riconoscimento del bisogno; poi può cominciare la conversione.
Ma v’è un terzo episodio, importante perché porta il discorso sul terreno politico e religioso: la missione presso il sultano al-Malik al-Kamil durante la quinta crociata. Siamo a Damietta, nel 1219, nel cuore della violenza sacralizzata. Francesco va in mezzo agli eserciti, disarmato. Non vi va come diplomatico armato, né come capo militare, né come predicatore d’odio. Si consegna, letteralmente, nelle mani dell’altro. Vuole fare da mediatore, vorrebbe evitare lo scontro, esorta inutilmente le truppe cristiane alla mitezza. Riesce a incontrare il sultano e a predicare le virtù del cristianesimo, con parole di lode per Gesù, ma senza criticare né parlar male di Maometto — e Francesco, del resto, non parla mai male di qualcuno. Ciò poteva risultare accettabile anche per i musulmani, per i quali Cristo è un profeta; la reazione nasceva semmai quando si passava alla denigrazione diretta di Maometto, presentato come ingannatore e perfido. Il tentativo fallisce, ma il fallimento storico non cancella il significato del gesto. Francesco non cerca la vittoria dialettica sull’altro; cerca un varco, un rapporto, una possibilità di parola. Certo, occorre evitare l’anacronismo: Francesco resta un cristiano del XIII secolo; desidera la conversione del sultano, non predica il relativismo religioso né l’equivalenza delle fedi. Ma proprio per questo il suo gesto è più notevole: testimonia la propria fede senza insultare quella altrui. Non va dal sultano per condannare l’Islam come male assoluto, né per provocare il martirio attraverso l’oltraggio. Annuncia Cristo. Cioè si espone, segnando una distanza decisiva da san Bernardo. Questi, parlando dei Templari, aveva potuto sostenere che uccidere l’infedele non fosse propriamente homicidium, ma malicidium: non uccisione di un uomo, ma del male che quell’uomo incarnerebbe. È un passaggio mentale pericolosissimo. Nel malicidium l’altro non è più davvero un uomo: diventa funzione, simbolo, minaccia teologica. Ucciderlo non è più uccidere, ma purificare. Francesco compie invece il movimento opposto. Non dissolve l’altro nel male che gli attribuisce; lo mantiene uomo. Non annulla la differenza; la attraversa. Non dice: siamo tutti uguali, dunque nulla conta. Dice, con il corpo prima ancora che con le parole: tu sei dall’altra parte, ma io posso venire da te senza odiarti. Posso testimoniare ciò in cui credo senza trasformarti in una creatura indegna di ascolto. È la differenza tra conversione e costrizione. La conversione, per Francesco, non può essere estorta. Non nasce dall’umiliazione dell’altro, né dalla sua sconfitta, né dalla paura. Può nascere solo da una testimonianza capace di rendere visibile una vita diversa. Perciò il dialogo non è debolezza della fede, ma sua prova. Chi ha davvero fede non ha bisogno di insultare l’altro per sentirsi più saldo.
Anche verso le eresie del suo tempo Francesco non assume il tono dell’inquisitore. Vive in un’epoca segnata dalla crociata contro gli Albigesi, sa quanto sottile sia il confine fra riforma evangelica e sospetto di eresia, resta pienamente figlio della Chiesa; e tuttavia non lo troviamo alla testa di crociate contro infedeli o eretici. Non costruisce la propria fedeltà ecclesiale sulla persecuzione dell’altro. La sua radicalità è diversa: non polemizza con la guerra santa; va inerme dal sultano. Non teorizza una riforma della pena; porta cibo ai ladroni. Non scrive un trattato sulla convivenza; stringe un patto con il lupo.
I tre episodi compongono così una piccola teoria francescana della pace. Col lupo, Francesco mostra che la violenza può nascere da un bisogno elementare e che si disinnesca creando un patto in cui quel bisogno venga riconosciuto. Con i ladroni, mostra che la ferinità morale può essere vinta non dalla paura della pena, ma da una bontà che restituisce all’altro la possibilità di rispondere. Con il sultano, mostra che il nemico non va prima demonizzato per poi essere combattuto, ma incontrato come uomo, persino quando la storia lo colloca dall’altra parte del campo. Questa pace non è debolezza. È una forma superiore di forza. Reprimere è spesso più facile che comprendere; punire più semplice che trasformare; odiare più comodo che riconoscere. Francesco non elimina il conflitto fingendo che non esista. Lo attraversa portando una logica diversa. Non dice alla città di Gubbio: lasciatevi sbranare. Non dice ai frati: fatevi derubare. Non dice ai crociati: la vostra fede non conta. Dice piuttosto: prima di colpire, domandatevi che cosa state colpendo.
Sta qui la sua attualità più scomoda. Viviamo in un tempo che ama fabbricare nemici assoluti. Il delinquente è mostro; il povero è colpevole della propria povertà; il migrante è invasore; l’avversario politico è traditore; il nemico religioso è fanatico; il popolo dall’altra parte del fronte è barbarie. La modernità ha cambiato i nomi, ma non sempre ha cambiato il meccanismo. Abbiamo droni, algoritmi, missili intelligenti, talk show, tribunali mediatici; ma il riflesso è spesso ancora quello del malicidium: non colpisco un uomo, colpisco il male che dico egli rappresenti. La grande intuizione francescana è che nessuno viene davvero convertito dall’umiliazione. La conversione comincia quando qualcuno ti chiama a una dignità che forse avevi dimenticato. Il lupo viene chiamato a essere più della sua fame. Il ladro più della sua rapina. Il sultano più del nemico religioso. E forse anche noi più della nostra paura. Una comunità è davvero umana non quando riesce a uccidere tutti i suoi lupi, ma quando sa togliere alla fame, alla paura e all’abbandono il potere di generarne sempre di nuovi.
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