Qual è l’immagine più spontanea e immediata che ci viene in mente pensando, in generale, alla Resistenza italiana? Potrebbe essere un/una protagonista di essa, un luogo, un episodio suggerito da ricordi scolastici, da film o libri che ci hanno particolarmente colpiti. Un’immagine abbastanza univoca, in fondo. Nella realtà storica invece, la Resistenza ha avuto molti volti, molte diverse fonti per ricostruirla, molti racconti e testimonianze assai diverse. Se dovessimo ricomporre questo mosaico alla ricerca di un quadro unitario che ne illumini in modo esaustivo il cuore pulsante e in grado di “parlarci” ancora oggi veramente di essa, suggerirei la lettura di due romanzi: Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio (d’ora in poi PJ) e Diario partigiano di Ada Gobetti (d’ora in poi Dp) (1).
Si tratta, a mio avviso, di due opere complementari, simili e nello stesso tempo diversissime, che offrono la possibilità di ricomporre, sotto il segno della letteratura “alta”, un’immagine profonda, sfaccettata ed esaustiva di questo complesso e fondamentale snodo della nostra storia. Da che cosa deriva questa particolarità? Io credo dal fatto che tutte e due offrono ai lettori una visione “intima” della Resistenza. Si tratta cioè di due testi che appartengono entrambi (in modo originalissimo, come pochi altri sullo stesso tema) al genere letterario delle “scritture del sé”, nella forma particolare del diario-memoria. Non mi addentro nella puntigliosa classificazione delle scritture del sé (rimando solo al testo fondamentale di P. Lejeune Il patto autobiografico e al più recente Diario e narrazione di F. Scrivano, da cui traggo molti spunti di analisi (2) per notare come queste scritture siano in grado non solo di coinvolgere ampiamente i lettori, ma anche di offrire loro una particolare garanzia di attendibilità, fornita, da un lato, dalla personalità degli autori e dalla loro esperienza vissuta, e dall’altro dalla struttura retorica stessa del genere letterario da loro scelto e praticato. Assai significativo è, in questo senso, il fatto che le loro due opere maggiori abbiano ambedue come base di composizione degli “appunti”: per Fenoglio si tratta del testo postumo curato da Lorenzo Mondo ed edito da Einaudi nel 1994 Appunti partigiani ‘44-’45 (scritto tra la fine del 1945 e l’inizio del ‘46); per la Gobetti di taccuini scritti a mano in inglese (per sottrarli a eventuali mani nemiche), dove la scrittrice annotava gli avvenimenti salienti che poi confluiranno nel Dp:«Per tutto il periodo della lotta clandestina, scrissi ogni sera, su una minuscola agenda, scheletrici appunti in un inglese criptico, quasi cifrato, che mi permettono oggi non solo di ricostruire i fatti, ma anche di rivivere l’atmosfera e lo stato d’animo di quei giorni» (p. 31). Infatti, dal punto di vista delle strutture retoriche dei testi “intimi”, spesso succede che gli appunti personali trasmigrino verso altri tipi di testi, prendendo altre forme (ad esempio di romanzo), soprattutto quando lo scritto aspira a diventare pubblico e all’aspetto riflessivo si aggiunge come preponderante quello comunicativo.
Di fronte alla straordinaria esperienza della propria attiva partecipazione alla lotta di Resistenza, a distanza di alcuni anni, sia Beppe sia Ada hanno scelto la forma del “diario-memoria” (la scrittura intima per eccellenza) per fissarne i contorni: «il diario è il libro in cui si riafferma il qui dell’esperienza» (3), il testo che consente di ricollocare sé nel tempo e nello spazio, illuminando la propria relazione con il mondo e con la storia e consentendo al lettore di immergersi intimamente in quel mondo. Il dato strutturale di fondo è però che il lettore possa seguire, al pari del narratore, il cammino mnemonico interno, insomma che la scansione temporale degli eventi sia sempre riconoscibile. Nel Dp della Gobetti la scansione temporale è, in genere, indicata dalle date precise dei giorni, nel PJ la scansione temporale, ugualmente presente, è invece lasciata alla ricostruzione del lettore, attraverso indicatori interni al testo.
Molto diversa nei due autori è anche la scelta del soggetto narrante e del “patto” con il lettore: in Ada la scelta è l’autobiografia in prima persona, in Beppe invece il personaggio Johnny e il racconto in terza persona sembrano allontanare il testo da alcuni canoni fissi del diario. In realtà la creazione dell’alter ego Johnny risponde a una precisa esigenza: trasferire l’esperienza reale del partigiano Beppe Fenoglio in un contesto esemplare, svincolato dalla semplice connotazione privata, per consegnarla al futuro con quei caratteri di epicità nella lotta eterna fra bene e male, che Gian Luigi Beccaria ha sapientemente illuminato ne La guerra e gli asfodeli (4). Insomma, sia che l’autore scelga l’io narrante (la Gobetti), sia un personaggio narrante (Fenoglio), la struttura diaristico-memoriale, attraverso la narrazione di un percorso personale, conduce gli autori a tracciare una storia partecipata da molti (i combattenti della Resistenza e la popolazione civile) e a rintracciare non solo il resoconto di fatti accaduti, ma anche e soprattutto la consapevolezza di quei fatti. Ed è proprio qui che la narrazione diventa straordinariamente “intima” ed esaustiva anche per noi lettori. Infatti, che cosa ricerchiamo in pagine scandite secondo la linea del tempo (in Dp dalle 4 di pomeriggio del 10 settembre 1943 al 25 aprile 1945; nel PJ dall’arrivo al Alba nel settembre 1943 al febbraio 1945)?
Intanto notiamo che, dal punto di vista della struttura retorica, la scansione temporale si pone già come una prima garanzia di autenticità, successivamente ricerchiamo l’“io c’ero” autentico (che sia l’io grammaticale, o quello del personaggio narrante). L’esperienza privata della lotta partigiana, in questi due libri, attraverso la scrittura del sé, viene nei fatti consegnata al futuro anche come storia collettiva, come sentimento e azione partecipata. Il racconto scandito nel tempo comunica al lettore un sentimento di presenza ai fatti narrati e lo invita a conoscere e interpretare la memoria privata degli autori e, contemporaneamente, gli eventi pubblici cui essi hanno partecipato. Questa caratteristica la ritroviamo anche nella scelta dei temi e dei personaggi che costituiscono il contenuto dei due romanzi che si integrano e si illuminano straordinariamente a vicenda, a partire dalle stesse scelte lessicali e stilistiche. In ambedue gli scrittori «il risultato è una lingua polifonica che attinge a diversi bacini lessicali e sintattici, tratto distintivo di molte opere di Resistenza» (5). Sia Ada sia Beppe possono essere dunque collocati «nella tradizione degli scrittori-traduttori antifascisti, che fecero della loro familiarità con le lingue straniere uno strumento di costruzione letteraria, indicando così una via alternativa al modello linguistico monotonale e alla retorica roboante promossi dalle politiche linguistiche del fascismo» (6). In particolare la lingua elaborata, con grande impegno e fatica, da Fenoglio, è una lingua polifonica assai particolare e straordinaria che obbliga il lettore ad un notevole sforzo di attenzione poiché si tratta, come ha ampiamente ed esemplarmente dimostrato Gian Luigi Beccaria di una lingua «non compromessa, remota, non reale, non praticata […] arditamente neologistica» (7), in cui anche il ricorso ai frequenti termini ed espressioni inglesi non ha funzione espressionistica, ma è oggetto di studiata rielaborazione inventiva. Insomma, proprio quel “grande stile” così ben descritto dal nostro linguista.
All’epoca della lotta clandestina Ada è una donna non più giovanissima, mamma di Paolo, il diciottenne figlio nato dal matrimonio con Piero, il noto antifascista ucciso dai fascisti a Parigi, è conosciuta fra gli intellettuali avversi al regime, è amica di Benedetto Croce con cui ha significativi scambi epistolari. Il suo Dp, preceduto da altri suoi scritti sul tema resistenziale, frutto di varie stesure e interessanti rimaneggiamenti (8) viene pubblicato da Einaudi nel 1956. Beppe Fenoglio, dopo l’interruzione degli studi all’Università di Torino nel 1943, frequenta il corso per ufficiali, dopo l’8 settembre lascia l’esercito, torna nella natia Alba e sceglie la lotta partigiana sulle colline delle sue amatissime Langhe, documentandola artisticamente nel PJ. Il romanzo, incompiuto, è stato pubblicato postumo per la prima volta nel 1968 a cura di Lorenzo Mondo.
Nel Dp di Ada il tema forse preminente (come negli altri suoi scritti resistenziali) è quello del “materno” e del familiare. Molto spazio occupa infatti il suo amore e le sue preoccupazioni per il giovane e unico figlio Paolo, che si unisce fin da subito alla lotta partigiana. Saperlo in pericolo, attendere con angoscia i suoi ritorni è una costante, come nel caso della prima impresa rischiosa con un gruppo di partigiani valsusini per far saltare il ponte dell’Arnodera: «Ora, ripensandoci, capisco come possa apparire eccessiva questa mia disperazione, paragonata alle angosce ben più gravi che poi seguirono. Ma era la prima volta che lo sapevo in un pericolo così grave e non ero con lui. E soprattutto m’angustiava il non saper dove fosse, dove poterlo pensare» (p. 53). Ma un amore e una compassione altrettanto forte, Ada li prova anche per tutte le dolenti madri di giovani partigiani feriti o uccisi, per il coraggio dei quali ha parole di infinita ammirazione e pena. Compassione che è in grado di provare anche verso soldati nemici, grazie a quella «coscienza universale ed eterna della solidarietà che lega tutte le madri» (p. 116). Nel Dp i famigliari (ad esempio Ettore, diventato il suo secondo marito nel 1937) occupano molto spazio, come pure persone semplici (la portinaia Espedita che veglia consapevolmente sulla loro casa di via Fabro, le donne che organizzerà nei Gruppi di difesa), ma quasi alla pari con i tanti personaggi illustri che incontra, da Duccio Galimberti, a Ferruccio Parri e tanti altri. L’intenzione di Ada era cioè uno scritto familiare e corale in cui la solidarietà e la collaborazione prevalessero ampiamente come motore delle azioni, rispetto alle tattiche o alle imprese militari.
Nel PJ il tema familiare (soprattutto il rapporto genitori-figli) ha minore rilevanza in termini di spazio narrativo, ma all’inizio del romanzo Fenoglio delinea, con parole di grande efficacia e bellezza, i sentimenti di Johnny per il padre: «Vide distintamente, a grande distanza, suo padre salire alla villetta, ancora sull’asfalto suburbano, colpì Johnny la stanchezza, la non-joy del suo cammino. […] Ogni suo passo parlava di angoscia e abnegazione, ed il figlio alto e lontano sentiva che non avrebbe mai potuto ripagarlo, nemmeno in parte centesimale, nemmeno col conservarsi vivo. L’unica maniera di ripagarlo, pensava ora, sarebbe stata d’amare suo figlio come il padre aveva amato lui: a lui non ne verrà niente, ma il conto sarà pareggiato nel libro mastro della vita» (p. 8). Nel PJ la coralità è presente, ma per così dire, riassunta nella figura stessa di Johnny e nella sua scelta definitiva e perentoria: «Il cuore di Johnny s’apriva e si scioglieva, girò tutta l’aia apposta per farsi partecipe e sciente d’ogni uomo. Erano gli uomini che avevano combattuto con lui, che stavano dalla sua parte anziché all’opposta. […] Egli era come loro, bello come loro se erano belli, brutto come loro, se brutti. Avevano combattuto con lui, erano nati e vissuti, ognuno con la sua origine, giochi, lavori, vizi, solitudine e sviamenti, per trovarsi insieme a quella battaglia» (p. 71).
Ciò che accomuna le vicende di lotta clandestina, pur diversissime fra loro, presenti nei due romanzi e nella realtà storica (una vera e propria guerra militare e tattica fra schieramenti opposti nel PJ, un tessuto organizzativo valsusino, torinese e di collegamento con la Resistenza francese coadiuvato da Ada, con alcune azioni sul territorio anche francese, soprattutto di sabotaggio e ostacolo ai nazifascisti nel Dp), è la scelta non solo del campo in cui combattere, ma anche della inevitabile presa delle armi. Sia nel PJ sia nel Dp la scelta di campo avviene con immediatezza, direi quasi con la consapevolezza che sia una reazione naturale e razionale. Quando la madre di Johnny velatamente gli prospetta la possibilità di prestare giuramento alla Repubblica di Salò, lui risponde: «Possono crepare se aspettano il giuramento da me» e quando i genitori gli chiedono cosa pensa di fare, risponde che avrebbe cercato il professor Monti, aggiungendo: «Debbo pur tenere qualche contatto, qualcosa sta maturando, ed è impossibile, ed illogico, tenersi soli» (9). Nel Dp Ada afferma nel capitolo iniziale di ricordi: «Capivo, pur confusamente, che s’iniziava per noi un periodo grave e difficile, in cui avremmo dovuto agire e lottare senza pietà e senza tregua, assumendo responsabilità, affrontando pericoli d’ogni sorta. […] In momenti simili, parole e programmi erano inutili. Avremmo fatto giorno per giorno quel che avremmo sentito di dover fare» (p. 29-30).
Nelle due opere l’uso della violenza e delle armi, che discende da questa netta scelta di campo, è sempre giustificato solo come necessaria risposta alle armi e alla violenza dei nazifascisti che rappresentano (soprattutto in Fenoglio) non solo un fenomeno storico contingente, ma la personificazione di un “male” assoluto, a cui si devono, con tutti i mezzi, contrapporre le forze del “bene” e così dalla notte dei tempi e per sempre. Nel Dp il limite che comunque deve essere posto all’uso della violenza è ben espresso in un episodio raccontato nella giornata del 13 marzo 1944 in cui Ada riporta il racconto del figlio Paolo a proposito di un capo partigiano, Zama, che aveva ordinato la fucilazione di una spia: «Mentre Paolo raccontava, osservavo con una certa ansia il suo volto, temendo di trovarvi soddisfazione o indifferenza. Invece ha detto, con pudore rattenuto: – M’ha fatto una certa impressione -. E ho tirato il fiato. Può esser necessario uccidere, ma guai se lo si trova semplice e naturale» (p. 100). L’uccisione a sangue freddo di una spia da parte di Johnny è uno degli episodi del libro più significativi ed emblematici della visione resistenziale dell’autore: non della sola lotta clandestina infatti si tratta, ma di uno scontro di altissima tensione fra opposti e inconciliabili “valori”. In questo senso la figura della spia è doppiamente, anzi infinitamente negativa e catalizzerà su di sé la violenza totale del partigiano. Nella lotta “militare” si oppongono forze avverse ma, per così dire, in genere sullo stesso terreno. La spia è invece personificazione del tradimento, anche di quello stesso codice militare che in guerra deve essere rispettato. Johnny diventa l’Ulisse che uccide scientemente i Proci, rei appunto di imperdonabile e insanabile tradimento. La scena obbedisce a un ordine interno, quasi dei piani-sequenza: dapprima gli elementi che consentono il riconoscimento del falso venditore ambulante di pellami (la striscia di capelli bianchi e il sorriso gelido), poi i tragici dubbi che i contadini possano aver sbagliato nell’averlo definito una spia, infine la decisione, altrettanto tragica, di ucciderlo comunque e, da ultimo, il sollievo di aver trovato, nelle armi nascoste dal venditore nel portapacchi della bicicletta, la prova che di una spia realmente si trattava.
La lotta clandestina in risposta alla barbarie nazifascista può giustificare l’uso della violenza (Ada afferma «può essere necessario uccidere»), ma in Fenoglio emergono ulteriori dati: il conflitto interiore, la trama tragica del dubbio, lo schierarsi definitivo da una parte della Storia, fino al rischio estremo della perdita di umanità. Il lettore, attraverso questo schema tragico che rimanda alla classicità, partecipa intimamente a quel conflitto e ne può cogliere tutto il dramma: «Sentì che la sua anima e il suo destino erano in gioco, in quei pochi minuti lenti e precipiti. Poteva arrestarlo, legarlo, magari cambiarlo con Ettore. Ma no, questo non poteva e non doveva essere cambiato, se era quello che era». Una presunta spia cioè non poteva (come un prigioniero qualsiasi) servire come elemento di scambio, neanche per salvare l’amico fraterno Ettore. Al contadino che ha assistito da lontano alla tragica uccisione «Con voce calma e grata Johnny disse: “Era proprio quel che voi dicevate. – E che? E tu dubitavi che fosse una spia. E tu eri l’uomo giusto per eliminarlo ed io di questo non avevo mai dubitato. Hai fatto un lavoro pulito. Debbo dirti che stavo male per te, Johnny, ma quando ho sentito la raffica ho capito che tu vincevi e lui moriva» (p. 362). Nella lotta eterna fra il bene e il male e che, come tale, si ripresenta e si ripresenterà, non esistono tragicamente spazi di neutralità o di ambiguità: all’eroe (“l’uomo giusto”) che assume su di sé le scelte piccole e grandi dei tanti, tocca il destino più arduo.
Tanto la rielaborazione, a distanza di anni, della vicenda resistenziale nel Dp è improntata dunque ad una colloquialità concreta, quasi familiare, straordinariamente efficace, tanto quella operata nel PJ si svolge invece su una linea di assolutezza, di dichiarata epicità, altrettanto efficace: «Ma egli amò tutto quello, notte e vento, buio e ghiaccio […] perché tutti erano i vitali e solenni attributi della libertà» (p. 346); «E fuori fischiava eternamente un vento nero, come originantesi dalla radice stessa del cuore folle dell’umanità» (p. 58). Nei due romanzi si avverte la presenza (come nel caso di queste due ultime citazioni) anche di uno sguardo attento e partecipe rivolto alla natura e all’ambiente in cui si svolgono le vicende narrate. Colgo uno spunto dall’ultimo libro di Duccio Demetrio, non a caso intitolato “La natura è un racconto interiore” (10) per evidenziare, ancora una volta, affinità e differenze fra i due scrittori. È infatti abbastanza comune che nelle scritture del sé la natura occupi uno spazio rilevante, costituendo un vero e proprio “racconto interiore”: il paesaggio converge sulla propria interiorità, e viceversa. Nel Dp assistiamo ad una progressiva interiorizzazione: dapprima il paesaggio è quello del ricordo, di quando cioè la protagonista osservava i giochi sereni del figlioletto Paolo nel prato fiorito della loro casa di Meana, in Val di Susa. Poi la guerra distrugge l’ambiente e la natura pare indifferente: «È tramontato il sole dopo aver brillato per tutto il giorno, imperturbato e indifferente, sul mondo e nel cielo; e son fiorite le stelle, innumerevoli» (p. 175). Successivamente lo sguardo di Ada sulla natura riesce a comunicare non solo conforto, ma anche motivazione all’agire, come in questo caso, all’inizio di una difficilissima e pericolosa traversata alpina con gli sci dalla Valle di Susa alla Francia per stabilire contatti con i partigiani di quel paese: «Eran circa le 10 quando partimmo; la neve splendeva nel chiarore lunare; e i grossi abeti scuri sembravano tanti alberi di Natale infiocchettati di stelle lucenti. Era così bello che alla depressione di poco prima successe in me un senso di felice esaltazione. – Come sono fortunata! – dicevo tra me, procedendo in quello che mi pareva un paese di fiaba: – E pensare che avrei potuto non vedere mai una cosa simile!» (p. 261).
È proprio lo spettacolo delle montagne che accompagna questa parte dell’esperienza resistenziale di Ada, difficile, faticosissima, ma vissuta e ricordata anche con i toni di una profonda interiorità: «Ma quando soffiando e lamentandomi, giunsi alla vetta, dimenticai di colpo ogni stanchezza, tanto era fantastico lo spettacolo che s’offriva ai miei occhi. Era un immenso scenario, in cui le montagne si succedevano, una catena dietro l’altra, senza fine: picchi, guglie, massicci, fusi in un unico incanto dalla rosea luce dell’alba. […] In quel momento ebbi la sensazione d’una realtà eterna e sovrumana che tutto il tormento della conoscenza dell’uomo non riuscirà mai completamente a intendere e dominare. – Chi va alle montagne è come se andasse da sua madre – pensai. E sentii nella solidità impassibile della montagna qualcosa di primevo, d’essenzialmente, fondamentalmente materno» (p. 310). E giunge finalmente anche la primavera e la ripresa per Ada delle attività di organizzazione resistente, anche femminile, a Torino e la notizia che verrà designata vicesindaco della città liberata, come poi effettivamente avverrà, per la durata di circa un anno e mezzo. Il suo ricordo della fine di aprile 1945 nella città ormai libera dai nazifascisti, ma profondamente segnata dalla tragedia della guerra, è ancora una volta legato al paesaggio, questa volta urbano: «Non dimenticherò mai quella passeggiata. Il cielo, grigio e mutevole nei giorni scorsi, s’era definitivamente schiarito; il sole d’aprile illuminava sui viali gli alberi superstiti adorni di gemme nuove, le case più o meno straziate, le strade e le piazze su cui la gente timidamente ricominciava a muoversi» (p. 367).
La natura (i paesaggi delle Langhe con le sue colline, i suoi fiumi, la sua terra morbida o il suo fango, i prati e i cespugli, i fenomeni atmosferici di vento, pioggia, nebbie, nevicate, ghiaccio) sono una una presenza costante nel PJ: in realtà tutti gli eventi narrati sono scanditi dai suoni o dalle immagini degli elementi naturali che accompagnano angosce, attese e anche i rari momenti di conforto dei combattenti. La natura è comprimaria al personaggio principale, è “altro da sé” rispetto a Johnny e nello stesso tempo profondamente inscritta nel racconto interiore dello scrittore, laddove vita e scrittura si intersecano: «In the stillness of night, il suo suono (del fiume) s’arrampicava frusciante su per lo sperone sino alle finestre della villetta, come per un agguato. Ma Johnny amava il fiume, che l’aveva cresciuto, con le colline. Le colline incombevano tutt’intorno, serravano tutt’intorno, sempre più flou autunnalmente, in un musicale vorticare di lenti vapori, talvolta le stesse colline nulla più che vapori» (p. 4). Siamo all’inizio del romanzo, quando il protagonista trova rifugio, grazie ai genitori, in una villetta sulle colline di Alba, dove maturerà la scelta di unirsi ai partigiani. Intanto «aveva visto molto paesaggio (talvolta quarti d’ora e più su un solo dettaglio di esso), tentando di escludervi i segni e gli indizi degli uomini. La villetta era stupida e pretenziosa, ma sorgeva su uno sperone in livrea d’amore autunnale, dominante a strapiombo il corso del fiume all’uscita dalla città, scorrente fra basse sponde come una inalterabile colata di piombo, solennemente limaccioso per le prime piogge d’autunno» (p. 4). Il suono del fiume pare un “agguato”, le colline “incombono”: la natura pare anticipare l’evento di guerra che irromperà a breve in questo familiare paesaggio naturale. Le colline amatissime diventano così non solo scenario di una lotta spesso impari, ma segno metaforico, biblico e pregnante della stessa distruzione dove la pioggia si accanisce: «Il sole non brillò più, seguì un’era di diluvio. Cadde la più grande pioggia nella memoria di Johnny: una pioggia nata grossa e pesante, inesauribile, che infradiciò la terra, gonfiò il fiume pauroso […] e macerò le stesse pietre della città» (p. 205).
La guerra è apocalissi e genera apocalissi, mai però totali nel mondo della natura, che non può disconoscere completamente il ristoro di un’alba o di un tramonto: «Il giorno ruppe su quiete, immote, sgombre colline, da un cielo quieto e promettente pace» (p. 258). Il mondo degli uomini è dunque sconvolto dalla guerra (da tutte le guerre sempre e dovunque), ma nel romanzo c’è un luogo che assurge a simbolo di “salvezza” e di umanità fraterna, bellissimo: è la Cascina della Langa. La proprietaria è un’anziana donna che, fin dall’inizio della guerra di liberazione, cucina e sfama i partigiani. Per questo verrà arrestata dai fascisti e incarcerata. Poi, liberata, tornerà alla sua cascina, semidistrutta nel corso di un rastrellamento e lì troverà rifugio per qualche tempo Johnny, stremato dal freddo e dalla necessità di sfuggire alla caccia all’uomo sulle colline operata dai nazifascisti nel durissimo inverno del 1944. Questo luogo tornerà comunque a essere simbolo di vita grazie alla solidarietà dei contadini della zona che, in quello che appare come un vero e proprio rito votivo, porteranno generosamente doni di farina, uova, suppellettili, coperte. Lo sarà compiutamente però solo dopo il ritorno della vera “custode” di essa, una bellissima cagna lupa catturata insieme alla sua padrona dai fascisti e poi, dopo essersi liberata, giunta faticosamente verso la sua casa e verso la libertà. La descrizione di questo momento è di grande efficacia nel romanzo perché sancisce il riconnettersi dell’umano al suo primigenio rapporto con tutti gli esseri viventi su questa terra, nonostante il mondo brutalmente lacerato dalla guerra e dalla violenza: «(Johnny) Prese ad attingere: aveva girato la carrucola in modo da dar la fronte alla strada e le armi gli pesavano sulla spalla in esercizio. Stava portando alla stalla il quarto secchio quando lo investì un ansimare e un rullar di zampe, e vide giusto la lupa sorpassarlo in tromba, mandando un solo latrato, grosso e istantaneo come un colpo di clakson, poi schettinando sul ghiaccio irruppe nella cucina dalla quale subito si alzò un grido al miracolo. […] – Gli è scappata – gridava la vecchia al colmo della felicità e della fede: – Gli è scappata! La mia piccola lupa mica ha sbagliato strada, il vero Dio l’ha guidata! […] E Johnny s’impadronì delle zampe anteriori, gonfie e scalfite da ore di galoppo e se le applicò sulle guance per amore e gratitudine» (p. 348).
Alla accogliente, pur nella sua violata integrità, Cascina della Langa, si oppone il paesaggio descritto nelle pagine finali del romanzo: un gruppo di cascine disabitate dove si sono asserragliati i fascisti attaccati dalla squadra di Johnny. Nel conflitto a fuoco che oppone i due schieramenti si staglia la figura del partigiano, descritto per l’ultima volta in piedi con il fucile alzato, con il celebre stacco finale: «Due mesi dopo la guerra era finita». Questa immagine finale di Johnny non può non ricordare la famosissima fotografia “Il miliziano morente” del 1936 di Robert Capa (Erno Friedmann-Gerda Taro) (11). Il finale del romanzo (non dimentichiamo incompiuto) è però aperto: Johnny viene ucciso o riesce a retrocedere e a salvarsi? In tutti e due i casi la sua figura riassume i due tragici aspetti della Resistenza: il sacrificio e la morte di tanti e l’aver combattuto, avendo salva la vita, di tanti altri. D’altra parte, la stessa fotografia del miliziano anarchico di Capa ha generato identiche ambiguità e anche la trasposizione cinematografica del PJ, opera del regista Guido Chiesa, sceglie di lasciare il finale aperto sulle due possibilità.
Se questo è l’esito fatale di ogni guerra che annovera vincitori e vinti, uccisi e superstiti, nella breve Prefazione al Dp, Ada aggiunge una considerazione che arricchisce e illumina questo inevitabile e, in ogni caso, drammatico esito: «Dedico questi ricordi ai miei amici: vicini e lontani […] perché proprio l’amicizia […] m’è parso il significato intimo, il segno della nostra battaglia. E soltanto se riusciremo a salvarla, a perfezionarla o a ricrearla al di sopra di tanti errori e di tanti smarrimenti […] soltanto allora potremo ripensare al nostro passato e rivedere il volto dei nostri amici, vivi e morti, senza malinconia e senza disperazione». Il “significato” della lotta resistenziale è, nei due romanzi, il nucleo centrale che viene consegnato a noi lettori senza enfasi retorica, ma con un impegno nella scrittura, nel ricordo, nella trasposizione dei fatti vissuti che davvero ci aiuta nella comprensione profonda, intima appunto, di quel fondamentale periodo storico, fondamentale anche per il nostro impegno sempre più difficile nella costruzione di un mondo futuro di pace fra gli uomini e di accordo operoso con la Natura.
Note
(1) Il Partigiano Johnny ha avuto una complessa vicenda editoriale, a partire dalle carte manoscritte lasciate dall’autore in forma frammentaria e incompiuta. La prima edizione (quella a cui farò riferimento) uscì nel 1968 a cura di Lorenzo Mondo per la casa editrice Einaudi. La seconda uscì nel 1978 con la cura filologica di Maria Corti. La terza è del 1992 a cura di Dante Isella sempre per la casa editrice Einaudi. Il Diario partigiano di Ada Gobetti fu pubblicato per la prima volta nel 1956 per la casa editrice Einaudi. Fu ripubblicato poi più volte nel corso dei decenni: l’edizione con prefazione e note a cura di Goffredo Fofi è quella cui farò riferimento.
(2) P. Lejeune, Il patto autobiografico, Il Mulino, 1986; F. Scrivano, Diario e narrazione, Quodlibet, 2014.
(3) F. Scrivano, op. cit. , p. 56.
(4) G.L. Beccaria, La guerra e gli asfodeli (Romanzo e vocazione epica di Beppe Fenoglio), Serra e Riva editori, 1984.
(5) E. Fratocchi, Nel laboratorio del “Diario partigiano” di Ada Prospero Marchesini Gobetti, in AA.VV Guerra Resistenza Liberazione (Lo sguardo delle donne), a cura di R. Colombi e D. De Liso, p. 60.
(6) Ibidem , p. 60.
(7) G.L. Beccaria, op. cit., p. 22.
(8) L’articolo cit. di Elisiana Fratocchi mette sapientemente in luce, con osservazioni rigorosamente filologiche, la genesi del romanzo, anche grazie a ritrovamenti recenti nell’archivio del Centro studi Piero Gobetti a Torino. Il nucleo iniziale del romanzo è costituito infatti da tre agendine risalenti agli anni 1943, 1944, 1945 fitte di appunti in inglese criptico, ma recentemente è stato ritrovato anche un manoscritto composto da sei quaderni datati fra il 1947 e il 1949 in cui si può riconoscere la prima vera elaborazione del Diario, nella sua veste narrativa che alterna porzioni memorialistiche e porzioni strettamente diaristiche. Dal manoscritto si passa poi a un dattiloscritto del medesimo testo, eseguito probabilmente fra il 1949 e 1951. La Fratocchi mette in luce i vari affinamenti stilistici nel passaggio fra le stesure e gli interessanti, probabili cambiamenti nella costruzione di senso, prospettive e interpretazioni della sua esperienza resistenziale, cambiamenti influenzati anche da indicazioni editoriali einaudiane, in particolare di Italo Calvino, che di quella redazione faceva parte.
(9) Soprattutto tre furono gli intellettuali che ebbero un ruolo importante, sia culturale sia etico, nella formazione e nell’impegno civile di Fenoglio: Augusto Monti (1881-1966), Pietro Chiodi (1915-1970) e Leonardo Cocito (1914-1944). Chiodi e Cocito erano stati insegnanti di Fenoglio al liceo classico di Alba, successivamente avevano aderito alla Resistenza, in particolare Cocito venne arrestato e ucciso per impiccagione dai nazifascisti. Anche Augusto Monti, insegnante al liceo D’Azeglio di Torino, fu antifascista, arrestato e incarcerato per 5 anni dal tribunale speciale fascista. Partecipò alla Resistenza nel Partito d’Azione. Nel PJ la figura del Professor Monti (in questa citazione a p. 24) ricorda artisticamente il filosofo e suo insegnante Pietro Chiodi, ma il cognome Monti è sicuramente un tributo al professor Aurelio. Nel dopoguerra infatti Fenoglio e Monti si frequentarono sia nella sede della casa editrice Einaudi, sia solidali in una comune battaglia ecologista, quella contro il dissennato e pericolosissimo inquinamento del fiume Bormida a opera dell’ACNA di Cengio. Fenoglio ne trattò in un racconto della raccolta Un giorno di fuoco, Monti nel suo libro I Sansossì.
(10) D. Demetrio, La natura è un racconto interiore, Mimesis, 2024.
(11) Su questa celeberrima fotografia, le polemiche non sono ancora sopite (fu uno scatto reale o un fotomontaggio, chi realmente la scattò, il miliziano restò ucciso o si salvò): si veda il contributo di D. Leveghi, Il “caso irrisolto” del Miliziano di Capa, in HistoryLab Magazine, della Fondazione Museo storico del Trentino (15 gennaio 2026).
