El Dorado è un outlet. L’amore secondo Señor Serrano

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Diciamo subito che se Historia del amor, lo spettacolo della catalana Agrupacíon Señor Serrano ospitato al festival Terreni Fertili di Gualtieri, a ridosso del Po reggiano, prima di partire per le date cinesi di Qinghuandao, riesce a diventare ciò che è nell’esperienza dello spettatore, lo deve molto alla sua interprete, Blanca Garcia-Lladò. È, la sua, una triplice o quadruplice bravura: di attrice dal viso selvatico e fanciullesco, di performer, di manipolatrice d’oggetti e immagini video, di “maga”, nel senso omerico del termine, artefice di una relazione ambigua con il pubblico, che guida lo spettatore, irretito come un bambino e reso consapevole come un adulto, fuori e dentro il fatto teatrale. L’inizio, rivelatore, agisce come un sortilegio attraverso la gigantesca epifania del suo volto nella proiezione video sullo schermo-fondale, in un’orchestrata latitudine di mimiche facciali.

In un’atmosfera resa ancor più maliosa dal fondale e dalle quinte, i palchetti del Teatro Sociale, settecentesco teatrino all’italiana custodito dentro un palazzo-fortezza che domina il paese della campagna reggiana, le espressioni di quel volto ci dicono che dietro la semplicità fuori dal tempo e dalla storia di quella ragazza in canotta bianca si celano persuasive rappresentazioni dell’esperienza umana: lo stupore, la gioia, l’illusione, il disincanto, la menzogna, la tristezza, il dolore. Quanto dire la vita stessa e, insieme, la storia. Con il che lo spettacolo ha già diramato il proprio manifesto poetico, mentre noi spettatori, come i compagni di Ulisse, abbiamo accettato di farci trasformare in porci, vittime mansuete di un incantesimo.

La relazione tra il volto reale della ragazza e la sua proiezione moltiplicata precede un preciso congegno narrativo. Quel che interessa non saranno tanto le vicende narrate, episodi di vite quotidiane dalla preistoria ad oggi, non sarà cioè la historia del amor, ma la vicenda strutturale dello spettacolo, la storia della sua forma. Il congegno misteriosamente germinato dalla maschera di Blanca dilatata sullo schermo, ridente e piangente a freddo, prima che nulla sia ancora accaduto, è il frutto di una precisa trovata formale, che comprende due diverse lingue e due diverse voci. La prima è una voce fuori campo in inglese, un autorevole BBC-English, inquietante emanazione dall’alto, cronista-storiografo della historia. «Perché amiamo? Perché amiamo nel modo in cui amiamo? Abbiamo sempre amato allo stesso modo?».

Alle domande che ci rivolge questa voce, divinità sapienziale più che narratore onnisciente, seguono tante tranches de vie: cartoline costruite, alla maniera di Señor Serrano, su altrettanti tavoli di laboratorio disposti sulla scena, su cui Blanca riprende con il video le proprie animazioni di immagini, tanto più semplici e artigianali quanto più ambiscono a raffigurare con grandiosità allegorica l’amore attraverso i secoli: il congiungimento carnale di una ragazza della preistoria, il rifiuto di un efebo greco alle avances di un ricco mercante, le giovani mogli morte di parto di un contadino olandese, la noia della rampolla di un’elevata classe sociale inglese di fronte al corteggiamento di un pretendente, una giovane attrice distrattamente insidiata da un regista di mezza età barcellonese.

A questa prima lingua/voce, cornice narrativa e spina dorsale della struttura formale dello spettacolo, se ne intreccia però, con un meccanismo a catena, una seconda, stavolta in spagnolo. È, questa, la fabula vissuta e parlata in diretta dalla stessa Blanca, rapita dentro la menzogna e il sortilegio di un amore visto nella sua historia individuale, microcosmo della più grande storia che lo contiene: origine, rapimento, sviluppo, disincanto, crepuscolo. La tessitura narrativa si ramifica ulteriormente per la presenza, allusa da un testo scritto sullo schermo ed esterna ai due fili narrativi principali, del mito di El Dorado, la leggendaria città dorata, mito dei conquistadores spagnoli dell’America precolombiana, qui emblema di un altro mito, quello amoroso. Non è un caso se l’eroe di questa epica amorosa è un’eroina. Tutto il viaggio di scoperta, la quest esistenziale e diacronica è compiuta da una giovane donna, che sostituisce il protagonista maschile di tutte le opere-mondo dell’epica occidentale, dall’Ulisse di Omero all’Enea di Virgilio, dal Roland dell’epica medievale al Chisciotte di Cervantes fino al Leopold Bloom di Joyce.

Circa un’ora dopo, questo periplo nel mare amoroso termina, invece che nella città di El Dorado, in un supermarket, dove la protagonista proverà, senza mai trovare soddisfazione, il piacere mediocre e inquieto di gustare una merce insipida, ma collocata e archiviata nell’ordine perfetto degli scaffali. Con ciò veniamo riconnessi all’inizio del viaggio, perché l’odissea evocata dal dio-narratore in inglese era partita con l’esperienza erotica di una giovane cavernicola, vissuta dentro una grotta ed evocata nelle sue manifestazioni sensoriali, fisiche, reali. L’olfatto, il gusto, il tatto erano ciò che nella memoria dello spettatore si era impresso maggiormente della prima “cartolina”.

 

Ebbene, potremmo dire che quel che manca più dolorosamente nel suo approdo al “supermercado”, copia miserevole dell’agognato El Dorado in cui era consistito il suo desiderio (e quello dell’umanità), è lo sgomento per l’assenza di sensorialità, di una verità incarnata, nel luogo che più di ogni altro rappresenta realmente i valori della società occidentale: l’ordinato inventario delle merci, la visualizzazione del nostro rapporto con la perfetta organizzazione, collocazione e rappresentazione delle merci. Il “supermercado” dove Blanca approda è dunque un mall speciale, un outlet dell’amore, dove l’umanità ha stipato quel che resta dell’eros reso inerte, oggi, dalla sua riduzione a surrogato. La ragazza della preistoria, nascosta nella sua grotta, aveva invece conosciuto un’esperienza erotica ricchissima, densa, vera, umanamente incommensurabile se paragonata con i surrogati del piacere di oggi, simboleggiati dai bricchi di latte insipido assaggiati e sparsi ora, tristemente, sulla scena.

Le foto in homepage e nel testo sono di Lorenzo Benelli

Gli autori

Olindo Rampin

Olindo Rampin è nato a Venezia e vive a Parma. Insegna Discipline Letterarie nelle scuole superiori. Scrive, tra racconto e critica, di teatro e di danza.

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