“Medioccidente”: una possibile via di salvezza?

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In Medioccidente (Marsilio, 2026) Giuseppe Lupo si produce nel tentativo di ricreare un angolo incontaminato di civiltà disegnando dei confini evocativi del nostro presente. Il tentativo di marcare il nostrano Occidente con delle mappe propizie non è un distinguo geopolitico di indipendenza dagli imperi in dissoluzione (soprattutto quello americano) quanto un’immersione subliminale nei valori che potrebbero riportare a galla l’Europa. Del resto, si sa che le dichiarazioni geografiche lasciano il tempo che trovano. Il Medio Oriente è una fumosa espressione inventata dagli inglesi e da noi incoscientemente adottata anche se dalla nostra prospettiva si tratta di Vicino Oriente. Così per l’Asia minore, l’Europa occidentale eccetera.

Indicata la mission del libro, Lupo cerca di riempire il quadro con un recupero di quanto può arricchire questa riscoperta, dimostrando quanto e quale senso di frustrazione si celi dietro il disagio che proviamo, sospesi tra le guerre e un senso di inanità. Dopo il proposito, i riferimenti che non si preoccupano della cronologia ma obbediscono alla descrizione dei topos più affini al suo percorso accademico. Quindi può accadere che un certo senso di sconcerto prenda il lettore di fronte alla ricchezza delle citazioni di un libro che avrebbe potuto prendere anche tutt’altra direzione e meritarsi il titolo di “Utopie mediterranee”. Nell’argomentato quanto ciclonico elenco, ricco di mitopoiesi, ci sono Giovacchino Da Fiore, il viaggio di Enea, la rinuncia di Papa Celestino, il Pensiero Meridiano di Cassano, l’apostolato di Adriano Olivetti. Lupo si tiene aggrappato alla definizione di comunità cara a Bauman per indicare una strada possibile che non è quella sic et simpliciter della socialità o del collettivismo.

Il termine “comunità”, per quanto abusato e inviso a Paolo Flores D’Arcais, è un possibile sostegno per una palingenesi delle anime e dei corpi. Il viaggio non è solo simbolico perché ci porta da Roma a New York, da Gerusalemme a Istanbul, da Oslo a Tangeri cercando di evitare di venire fagocitati da Trump, l’ombra non detta e non citata, incarnazione del mostro americano, pronto a ingoiare ogni spiritualità. Questa auspicata utopica nuova civiltà s’abbevera a riferimenti importanti, a solidi ancoraggi intrecciando letteratura, storia, antropologia e teologia, urbanistica ed economia, perché l’autore è conscio che solo l’unificazione dei saperi potrebbe portarci a un salto di qualità in questo vigoroso progresso di auto-coscienza che è scuotimento del tranquillo adagio in cui siamo immersi.

La nuova mappa dello stare al mondo, maturando dall’abbrivio di uno sconsolato pessimismo, plana su una possibilità di recupero che, in fondo, è una prospettiva ottimistica: non tutto è perduto anche se qualcosa è andato storto. In senso sportivo possiamo ancora prenderci la rivincita e imporci sui modelli che ci hanno inculcato. E da cui non riusciamo a uscire. Quella a cui guarda Lupo è un’Europa che recuperi il suo senso più profondo: evidentemente niente a che vedere con le direzioni sbagliate dell’Unione Europea economicista.

Il libro si regge su una tensione inquietante nello sforzo di affollare il quadro del concetto riassunto nel titolo. La necessità della memoria e il senso del sacro sono i compagni di viaggio dell’autore (e dei lettori) nel lodevole sforzo sincretico di indicare una suggestione e una coerente direzione da prendere. Come se volesse dirci: “Sarà un viaggio lungo e difficile ma non è escluso che possiamo farcela”.

Gli autori

Daniele Poto

Daniele Poto, giornalista sportivo e scrittore, ha collaborato con “Tuttosport” e con diverse altre testate nazionali. Attualmente collabora con l’associazione Libera. Associazioni, nomi e numeri contro le mafie. Ha pubblicato, tra l’altro, Le mafie nel pallone (2011) e Azzardopoli 2.0. (2012).

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