Poche volte un autore teatrale si è illuso di poter chiudere i conti con le proprie ossessioni con la radicalità con cui lo ha fatto Tennessee Williams in Improvvisamente l’estate scorsa. È uno degli aspetti di quest’opera che più colpisce oggi, a quasi settant’anni dal debutto. A fornirci l’occasione di una riflessione è la versione che ne ha dato il regista Stefano Cordella, prodotta da LAC Lugano. In apparenza ci troviamo davanti a un thriller psicologico, in cui la suspense è creata con molto mestiere dallo scrittore americano attraverso la spasmodica attesa di quel che dovrà rivelare la giovane Catharine a proposito della morte del cugino Sebastian, avvenuta “improvvisamente l’estate scorsa” in circostanze misteriose, durante un viaggio in Europa.
Quell’attesa ha la funzione di un “distrattore”, la stessa che potremmo attribuire al titolo, tanto suadente quanto anodino. Quel che premeva dire all’autore lo sappiamo in realtà con estrema chiarezza fin dalle prime battute. Più che “dire” dovremmo però scrivere “confessare”, in senso letterale, cioè religioso, anche se di una religiosità morbosa e decadente. Ad emergere con forza è il fatto che sui motivi che hanno ispirato le sue opere maggiori, da Lo zoo di vetro a Un tram che si chiama Desiderio, Williams opera qui una radicale semplificazione, quasi un depauperamento. Il bisogno d’amore, e la solitudine che ne consegue, i motivi che avevano tramato variamente quelle opere, vengono qui declinati nella loro più nuda estroversione.
La scelta di Cordella di eliminare alcuni personaggi come Miss Foxhill e Sister Felicity, così come la decisione di far interpretare il giovanissimo Dottore a un attore maturo, amplificano questa radicalità tematica. Ne risalta in tutta la sua ossessività il triangolo tematico madre-giovinezza-morte con i suoi derivati: la contemplazione narcisistica della giovinezza, il conseguente desiderio di immobilità e quindi di morte, la pulsione masochistica a osservare la dissoluzione del proprio corpo. La sensualità, sempre così presente nelle opere di Williams, diventa qui in modo ancora più deciso sessualità, e insieme esibizione insistente di una religiosità barocca e mortuaria, fortemente regressiva. Essa si era annunciata del resto già nelle indicazioni d’autore sulla scenografia che aprono il dramma. Prima ancora che i personaggi aprano bocca, leggiamo infatti che nel giardino-giungla allestito da Sebastian ci sono «enormi fiori sugli alberi che ricordano organi corporei strappati, luccicanti di sangue non ancora rappreso», che nella scena di Guido Buganza sono trasfigurati, con una lettura più simbolica che realistica, in una inquietante pergola vegetale.
Che Williams voglia portare lo spettatore fuori dal territorio di finzione detto letteratura per farlo entrare nel cuore delle proprie ossessioni ce lo fa capire ancora più chiaramente la madre di Sebastian. Stratificata in larghi panni rosa e vinaccia, in testa un turbante che le dà un’aria da ex diva del muto, l’eccellente Vivien di Laura Marinoni è sorella in ispirito della Norma Desmond di Sunset Boulevard di Billy Wilder. Ne ha l’aria di dama snob e psicopatica. Dice: «Mio figlio stava cercando Dio. Dio mostra una faccia feroce all’umanità e le grida cose feroci, e questo è tutto quello che sappiamo di Lui». È forse l’affermazione più importante dell’opera, quella che ne riassume in un’unica sentenza estetismo, religiosità decadente, ansia di confessione e senso di colpa, in modo così esplicito da lasciare sgomenti. Se non che la prima e la seconda parte dell’opera, nella regia di Cordella, sono ancor più nettamente distinte che nell’originale. A separarle simbolicamente è quello che, introducendo Lo zoo di vetro, Williams definisce “espediente”.
Qui l’espediente di Cordella è un’automobile bianca, assente nell’originale, che riempie il centro della scena: un’auto semidistrutta, che nella prima parte dello spettacolo era irriconoscibile perché interamente coperta da un folto fogliame. Scopriamo allora che, passeggera muta e sepolta sotto un letto di foglie secche, Catharine, interpretata da Leda Kreider, durante l’incontro tra la madre di Sebastian e il Dottore, era dentro l’abitacolo. Eccola ora uscire dall’auto, fantasma della verità, epifania di quella realtà che i personaggi del dramma, che si rivelano pressoché tutti come rattrappiti mostri, vogliono nascondere. Pallida come una principessa triste, Leda Kreider è avvolta in un luttuoso cappotto di astrakan che si toglierà con un memorabile scatto di nervi. Stretta in un abitino che ne evidenzia la sottile figura, i capelli ondeggianti negli irrequieti attraversamenti della scena, la sua persuasiva Catharine trova nel Dottore, nella bella voce calda, profonda, rassicurante di Edoardo Ribatto l’unica sponda umana positiva su cui poter contare nel cammino che porterà alla verità e alla liberazione.

Le foto a corredo dell’articolo sono di Luca Del Pia e si riferiscono alla rappresentazione dell’opera al teatro Storchi di Modena
