Il Maggio musicale fiorentino e il senso dell’arte

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La stagione 2026 del Maggio musicale Fiorentino si apre con l’opera The Death of Klinghoffer di John Adams (1991), affidata alla regia del pluripremiato Luca Guadagnino. Il libretto, dell’americana Alice Goodman, fu scritto pochi anni dopo quella terribile vicenda. Nel 1985 un gruppo di terroristi del Fronte per la Liberazione della Palestina dirottò la nave da crociera ‘Achille Lauro’, e quando le autorità siriane, su pressione americana, negarono l’attracco al porto di Tartus, la ritorsione consistette nell’uccisione di Leonard Klinghoffer, ebreo americano immobilizzato sulla sedia a rotelle. Due passeggeri furono costretti a gettarne il cadavere in mare, segnando l’apice drammatico di una vicenda che sfociò in quella che è probabilmente (e almeno finora) la crisi più grave dei rapporti tra Usa e Italia.

Quella del Maggio non appare una scelta neutrale. Al di là del risultato artistico dell’allestimento, la vera questione è: perché proprio questa storia, perché proprio adesso? E quale messaggio si intende far passare attraverso il palcoscenico di uno dei principali teatri lirici italiani? Non sfugge che riproporre oggi, in pieno genocidio di Gaza e mentre Israele sembra trascinare il mondo in una crisi globale potenzialmente fatale, significa suggerire un posizionamento culturale e politico ben preciso. Tanto è vero che all’interno del teatro è in corso un dibattito tra lavoratori e artisti, perché si sostiene che lo spettacolo non debba essere messo in scena senza una discussione pubblica. I lavoratori e le lavoratrici del Maggio hanno infatti pubblicato una lettera dove si esprime il dissenso per l’opera, vista come offensiva e distorta, che mette sullo stesso piano oppressi e oppressori, ignorando così le sofferenze del popolo palestinese. Esprimono dubbi sull’attualità dell’opera, su come lo spettacolo rappresenti gli arabi in modo caricaturale e segnalano ulteriori criticità simboliche. Del resto, da parte di alcuni membri delle comunità ebraiche e dalla destra americana l’opera viene anche accusata di antisemitismo, perché dà voce e dignità ai palestinesi, pur condannando l’omicidio che mette in scena: un nodo complesso, che richiederebbe un ampio e informato dibattito pubblico.

Proprio il Maggio è stato, non molte settimane fa, il luogo di un altro cortocircuito sullo stesso tema, con un’opera classica dell’Ottocento allestita in modo da parlare del presente. In quell’occasione il Macbeth di Giuseppe Verdi diretto da Mario Martone è stato fischiato. Non per ragioni musicali, ma per una scelta precisa: l’attualizzazione di alcune parti dell’opera. L’opera, tratta dal Macbeth di Shakespeare, è rimasta nel complesso fedele alla rappresentazione teatrale tradizionale. Tuttavia, Martone ha introdotto elementi di contemporaneità: durante il coro “Patria oppressa” sono state proiettate immagini di una Gaza devastata; al momento degli applausi, il regista è salito sul palco con uno striscione recante la scritta “fermate il genocidio”. È su questo che una parte del pubblico ha reagito con fischi e dissenso. Il tema del dibattito equivale a una delle grandi contrapposizioni dell’estetica occidentale: autonomia contro eteronomia dell’arte. Non occorre riproporre la questione in forma accademica; basta riconoscere che una parte del pubblico non solo del Maggio – tradizionalmente borghese e conservatrice – continua a concepire l’opera come spazio separato dal conflitto storico, come patrimonio da custodire più che come linguaggio da riattivare. L’insofferenza verso ogni intervento attualizzante nasce anche da qui. Ma c’è probabilmente un secondo movente, più politico e meno confessabile: una marcata mancanza di sensibilità verso ciò che accade oggi a Gaza. I fischi possono essere letti anche come il sintomo di una borghesia di destra, tendenzialmente filosionista, che non accetta l’irruzione del genocidio palestinese in uno spazio percepito come neutrale. Se così è, il dissenso non riguarda soltanto l’estetica, ma il rifiuto stesso di nominare il presente.

Sarà del più grande interesse, quasi una prova del nove, osservare le reazioni alla rappresentazione della Death of Klinghoffer. Va da sé che, su questo punto, stiamo dalla parte di Martone. Introdurre il genocidio in Palestina nel contesto dell’opera musicale è stato un gesto politicamente necessario. Un’opera che canta “Patria oppressa” non può fingere di non vedere un popolo oppresso oggi. Le perplessità, tuttavia, non riguardano l’intenzione ma la forma. L’inserimento di quelle immagini, potente e ben eseguito, è rimasto circoscritto a un momento isolato. Un riferimento così necessario, così bisognoso di approfondimento e contestualizzazione, rischia – se inserito come scena singola – di apparire come un’aggiunta, quasi una spilla impegnata, appuntata al bavero di un impianto che resta per il resto tradizionale. Mi domando allora: sarebbe stato più coerente osare di più? Trasportare l’intera azione scenica a Gaza, fare del genocidio non un controcampo ma lo spazio stesso della tragedia? Costringere il pubblico a “vedere” fino in fondo, senza possibilità di relegare quelle immagini a parentesi simbolica? Forse qualcuno avrebbe abbandonato la sala. Ma non è proprio questo il rischio che un’arte politica deve assumersi? Durante l’intervista successiva allo spettacolo, Martone ha ribadito l’importanza di un teatro aperto alla contemporaneità e rispettoso della dignità storica e culturale del popolo palestinese. Eppure, nella sola scena proiettata, quella complessità non emergeva pienamente. Si percepiva la forza del gesto, ma anche il limite della sua parzialità.

Il pensiero corre allora a un’idea di arte combattiva, più vicina a Bertolt Brecht che a una semplice estetica della compassione. Un’arte che non si limita a lavarci la coscienza, ma ci mette realmente a disagio, ci costringe a prendere posizione, incrina la nostra permanenza tranquilla in platea. Paradossalmente proprio quella di The Death of Klinghoffer: anche se bisogna vedere in quale direzione, e con quali risultati. Forse è questa la questione decisiva: non se l’arte debba essere autonoma o eteronoma, ma se sia davvero disposta a sconvolgerci. Non aggiungere il presente come citazione simbolica, come frammento, ma farlo esplodere nella struttura stessa dell’opera come mondo. Solo così il teatro potrebbe smettere di essere il luogo in cui ci emozioniamo per poi tornare a casa intatti, e diventare lo spazio in cui qualcosa, davvero, si rompe.

Gli autori

Alessandro D’Angelo

Alessandro D’Angelo è nato nel 2005 e vive a Firenze. Studia Filosofia all’Università degli Studi di Firenze. Si interessa e scrive di filosofia e letteratura.

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2 Comments on “Il Maggio musicale fiorentino e il senso dell’arte”

  1. Ero presente. I fischi sono stati pochi ed isolati, tanto da farmi pensare che più che una contestazione contro l’uso politico dell’opera d’arte in generale, fosse espressione di persone che semplicemente appoggiano la politica dello stato Israeliano.

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