Levi, Heidegger e la molecola fuori controllo

Nel racconto di Primo Levi La sfida della molecola, inserito in Lilít e altri racconti, Rinaldo, il giovane studente-lavoratore di una fabbrica di vernici, vuole licenziarsi perché sul lavoro gli è capitato un incidente traumatico, per il quale si sente in colpa. Gli è partita la cottura. Gli si è congelata precocemente la vernice. Si tratta di un fenomeno grave che non dovrebbe succedere, ma che pure qualche volta succede, e quando succede, per quanto si sia stati attenti, lascia il segno. Il ragazzo si sfoga sconsolato con un amico: è l’io narrante, dietro cui sembra adombrarsi lo stesso Levi, poiché questi, quasi per consolarlo, gli dice che anche a lui, nella sua lunga carriera di chimico, sono partite più volte le cotture. Entrambi sanno dunque che è accaduto qualcosa che non doveva accadere, nonostante tutto l’impegno profuso affinché non accadesse. Ora, proprio poiché l’autore di questo racconto è Primo Levi, un simile accadimento non può essere ridotto soltanto a una mera questione tecnica, a un problema chimico, a un incidente industriale. Non può in effetti non estendersi anche ad altri piani interpretativi: a quello culturale, a quello etico, a quello storico, a quello filosofico e finanche a quello biblico.

A quest’ultimo piano rimanda anzitutto la domanda che si pone Rinaldo dopo l’incidente. Proprio come Giobbe (una delle radici letterarie dello scrittore torinese), egli vorrebbe sapere almeno dove ha effettivamente sbagliato, essendo più che sicuro di aver fatto tutte le necessarie verifiche e di non aver commesso nessun errore. E come Elifaz, l’anziano amico dell’Uzita, anche l’amico chimico prova a consolare Rinaldo, dicendogli che lo comprende, non solo per quanto riguarda l’incidente tecnico occorso – «so abbastanza bene di cosa si tratta» –, ma anche in merito alla delicata questione etica legata al senso di colpa, a quella specie di pulsione che urge nel petto e che può essere attenuata solo se viene espressa, raccontata. «Raccontare – dice infatti l’amico chimico-Levi – è una medicina sicura», anche in questo singolare caso traumatico industriale.

L’interpretazione può inoltre essere traslata sul piano storico-culturale, giacché la Soluzione finale della questione ebraica non è stata solo un evento storico, ma un avvenimento soprattutto culturale. Analogamente all’incidente nella fabbrica di vernici, quello della Endlösung è stato infatti un evento che, dati i principi culturali umanistici, non sarebbe dovuto accadere, e che invece, nonostante tutto l’impegno della cultura, è accaduto ugualmente. Quella cultura conteneva quindi in sé contemporaneamente elementi positivi (fratellanza, cosmopolitismo, democrazia) e negativi (razzismo, antisemitismo, dittatura), rappresentava due moti paralleli e antitetici che si facevano ombra l’un l’altro, presentava un percorso binario su cui procedeva, talvolta anche in senso contrario, il treno della storia.

Tale cultura esprimeva due visioni del mondo dialetticamente interconnesse. E questa interconnessione era così inestricabile che, come si evince dalla stessa legge mosaica (ripresa dall’eraclitismo idealistico), i valori positivi potevano affermarsi solo in virtù della loro continua opposizione ai valori negativi, ossia a tutto ciò che di disumano l’essere umano poteva compiere già prima della fissazione di quella legge. Ma – avverte amaramente Levi in questo racconto “impolitico” e di sapore manniano – la cultura e le costituzioni, come espressioni della Zivilisation, si illudono se credono di potersi affrancare una volta per tutte da questa dialettica umano-disumano che le minaccia e le corrode dall’interno. E in tal modo illudono anche l’uomo, facendogli credere non solo che lo spirito possa spuntarla sulla materia, vale a dire di potersi liberare dall’animale che gli resta aggrappato alla carne con i denti e con le unghie, ma che sia in generale possibile porre un rimedio definitivo al negativo. Esse si illudono, in altre parole, se ritengono di poter eliminare la parte in ombra, l’oscurità irrazionale che la loro stessa luce, il suo stesso razionalismo talora stimola.

Ciò, forse, sul piano biblico potrebbe significare che la relazione seduttiva di Eva con il demone della Genesi risente ancora della presenza di Lilíth, del demone femminile mesopotamico portatore di disgrazia, malattia e morte, il cui nome è legato non solo all’ebraico laila (notte), ma anche forse allo stesso termine greco alétheia, verità, che etimologicamente significa non-oblio. Secondo Heidegger, infatti, per passare al piano filosofico – secondo cioè un pensatore che, come Levi, amava l’etimologia – nell’a-létheia il non-oblio non solo non elimina l’oblio, la léthe, «ma ne ha bisogno, per poter essere com’è» (Alétheia, 1943). Ebbene, secondo questo filosofo tedesco – che, pur accennando a una «mostruosa sofferenza che trascorre sulla terra» (Oltrepassamento della metafisica, 1936-46, XXVIII), non ha mai voluto dire nulla sulla questione ebraica – l’ambiguità della verità è analoga a quella che sta alla base della questione dell’essenza della tecnica. Quest’ultima, infatti, può bensì essere sfruttata sia in senso positivo che in senso negativo, ma il pericolo che essa rappresenta per l’umanità potrebbe essere in grado di farci capire per tempo la minaccia vera che ha già raggiunto l’uomo nella sua essenza, ossia quella che è inscritta nel destino dell’Occidente, il cui pensiero metafisico ha determinato il dominio della tecnica e con essa non solo la devastazione della terra e del cielo, ma anche la dissoluzione dei mortali e dei divini. Il fatto che, dice Heidegger, «non sappiamo a cosa porterà il dominio della tecnica», vuol dire che il senso della tecnica si cela, ci resta nascosto. Il pericolo di estinzione che si preannuncia con il dominio della tecnica non consiste solo nella distruttività atomica di una terza guerra mondiale (purtroppo già in atto), bensì (a proposito di intelligenza artificiale) nella negazione dell’essenza pensante propria dell’uomo. E aggiunge: «Oggi la domanda decisiva suona: in che modo possiamo riuscire a domare e ad imbrigliare queste quantità di energia atomica inimmaginabilmente grandi, in che modo possiamo assicurare all’umanità che questa enorme riserva di energia improvvisamente non si ribelli, anche per effetto di una guerra, non ‘sfugga di mano’, non annienti ogni cosa?» (L’abbandono, 1955). Ne La questione della tecnica (1953) scriveva ancora: «Si vuole dominare la tecnica. Questa volontà di dominio diventa tanto più urgente, quanto più la tecnica minaccia di sfuggire al controllo dell’uomo».

Ebbene, nell’inattesa gelazione della vernice, avverte Levi, è come se la molecola – ossia l’elemento inanimato della mater-materia a cui si contrappone lo spirito e che, secondo i principi della cultura tecnico-scientifica, dovrebbe essere dominato e controllato dall’anima razionale – sì, nella gelazione della vernice è come se la molecola lanciasse spavaldamente una sfida a tale cultura. Quella stessa sfida che – Levi lo sa bene – la molecola di materia ha ingaggiato nei Lager e che, paradossalmente, almeno lì dentro, ha vinto proprio grazie al contributo della ragione strumentale, alla tecnologia. La gelazione, dice inoltre l’amico chimico (Levi), «racchiude in sé una qualità beffarda: è un gesto di scherno, l’irrisione delle cose senz’anima che ti dovrebbero obbedire e invece insorgono, una sfida alla tua prudenza e previdenza». Non solo: è «simbolo delle altre brutture senza ritorno né rimedio che oscurano il nostro avvenire, del prevalere della confusione sull’ordine, e della morte indecente sulla vita». Come per Heidegger, dunque, anche per Levi, l’irreversibilità e l’irrimediabilità di eventi inattesi in cui l’irrazionale materico ha la meglio sul razionale spirituale, rappresentano un pericolo che può non solo oscurare, ma anche cancellare del tutto il nostro futuro.

Gli autori

Franco Di Giorgi

Ha Insegnato per due decenni filosofia e storia presso il Liceo scientifico "A. Gramsci" di Ivrea. La sua riflessione si muove tra filosofia (Aporia, 2004), memorialistica (concentrazionaria e resistenziale) (Lettera da Mauthausen e altri scritti sulla Shoah, 2004; A scuola di Resistenza, 2006), esegesi biblica (Giobbe e gli altri, 2016; Il Luogo della Vita. Riflessioni sul Vangelo di Tommaso, 2018) ed estetica (letteraria e musicale) (Tolstoj, Flaubert, Rilke, Proust, Ibsen, Pergolesi, Vivaldi, Beethoven, Rachmaninov, Mahler). Tra le riviste che hanno ospitato i suoi scritti: Testimonianze, Fenomenologia e Società, Paradigmi, Interdipendenza, Nuova Rivista Musicale Italiana, Israel, Historia Magistra...

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2 Comments on “Levi, Heidegger e la molecola fuori controllo”

  1. Interessante, anche se accostare il nazista Heidegger (un gigante del pensiero, sì, ma un nano in politica) a Primo Levi mi sembra sacrilego

    1. Gentile Bianca, non creda che non abbia tenuto conto di quell’accostamento e degli inquietanti silenzi di Heidegger sulla Shoah, ma ritengo che il confronto con Levi non possa essere sacrilego se viene portato sulla questione sempre più attuale del possibile rischio nucleare (questo il motivo del mio articolo) e sul piano della pur diversa passione che i due condividevano per l’etimologia. Il filosofo poi non si reputava certo un politico, avendo ben presente il catastrofico esempio platonico, ed era consapevole, specie dopo la fine della guerra, che a grandi pensieri corrispondano grandi errori. Anche se è con l’errore che si rivela la verità. E questa, come saprà, è un’altra questione squisitamente pascaliana di cui si è sempre occupato il pensatore. Ma al di là di ciò, pur dalla loro diversa e opposta prospettiva, quanti nani del pensiero si possono annoverare, specialmente oggi, tra i presunti giganti della politica? Un cordiale saluto.

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