Memoranda/ Ogni giorno è il 25 aprile. Un messaggio di libertà per i giovani d’oggi

25 aprile

Celebrare la Festa della Liberazione oggi, a settantanove anni di distanza, significa rinnovarne la memoria, ma soprattutto soffermarci  sul grande privilegio di poter condividere a tutti i livelli, nei vari contesti di vita, il senso e la portata di quella libertà dolorosamente riconquistata e ufficialmente proclamata nell’indimenticabile alba del 25 aprile 1945, dopo anni di dittatura, di orrore e di angoscia.

Uno spettacolo desolante quel mattino: le città isolate, ancora scosse dagli ultimi scontri mortali, tra colonne in ritirata e partigiani, con morti e feriti anche fra i civili. E l’ancora vivo ricordo delle crudeltà commesse dai repubblichini innervositi, delle minacce naziste, delle bombe sulle città, dei rastrellamenti. Dolore per i morti, paura e smarrimento, ma anche sprazzi di felicità, di vera e propria esaltazione, gesti di rara umanità e fratellanza: è ciò che ricordano gli ultimi Testimoni.

Ma la Resistenza non è stata soltanto la lotta contro gli occupanti nazisti e la dittatura fascista, ma uno straordinario atto d’amore verso il nostro Paese e il suo futuro. Un atto d’amore scolpito nei nostri cuori, nei monumenti, nelle lapidi, sulle pietre dei cippi dei caduti, il cui generoso sacrificio ci insegna ancora oggi cosa sia il senso di appartenenza, il perseguimento del bene comune, il mutuo riconoscersi e credere in un’identità collettiva, nonché l’etica della responsabilità, la coerenza nel difendere le proprie idee, il coraggio di ribellarsi alle ingiustizie, all’oppressione e alla violenza.

All’indomani dell’8 settembre 1943, erano state queste convinzioni a muovere e a ispirare le scelte e le azioni dei nostri partigiani e di chi, dalle più diverse provenienze di pensiero, culturali e sociali, dagli operai ai contadini, da chi vestiva l’abito talare o la divisa, dagli avvocati ai medici, dagli intellettuali agli studenti, si trovò unito nel non restare indifferente alle aberrazioni del regime, alla brutalità delle sopraffazioni, alla perdita dei diritti delle persone.

Venti mesi di guerriglia, con ricerche di armi, attacchi a obiettivi strategici, agguati, rastrellamenti, spostamenti tattici, rappresaglie, arresti, torture, fucilazioni. Le giovani partigiane e i giovani partigiani si schierarono dalla parte più rischiosa, ma giusta in coscienza e giusta nella prospettiva storica. Non era e non è affatto indifferente stare di qua o di là, stare con i resistenti o con il fascismo e il nazismo. Sta a noi ritrovare e sentire quella solidarietà umana che portò così tante famiglie di allora a rischiare la vita e tutto ciò che possedevano per ospitare, rifocillare e nascondere i partigiani, consapevoli che offrire una speranza di salvezza voleva dire esporsi all’eventualità dell’arresto, della tortura, della morte.

Furono innanzitutto le donne, con il loro ruolo spesso in prima linea non solo come staffette e infermiere, ma anche nell’imbracciare le armi, ad assicurare accoglienza e protezione alle minoranze perseguitate, trasformando le loro case in centri di distribuzione della stampa clandestina, depositi di munizioni e quartier generale, sfamando i fuggitivi, fornendo loro abiti civili, prestando cure e assistenza.

È dalla Resistenza che sono nate la nostra Repubblica, la nostra democrazia, la nostra Carta costituzionale. Quella meravigliosa Costituzione di cui l’antifascismo, lungi dall’esser solo una parola,rappresenta la radice e lo spirito profondo. L’antifascismo, ovvero il filo che lega la lotta di liberazione- intesa anche come liberazione dalla sopraffazione, dalla privazione delle libertà personali, dal condizionamento del consenso, alla Carta costituzionale. Una Carta costituzionale antifascista, ma anche antirazzista, perché si fonda sulla libertà, sull’uguaglianza, sulla democrazia, su una società aperta che si arricchisce nelle diversità.

La Resistenza e lo spirito della nostra Costituzione ci trasmettono la consapevolezza che non esiste destino individuale slegato dal destino collettivo – che la mia vita non è staccata da ogni altra vita -, che il diritto di ciascuno trova compimento nell’eguale diritto dell’altro, perché la società viene prima dell’individuo, gli altri vengono prima di noi. Questo è uno dei grandi insegnamenti della Resistenza: saper accantonare gli individualismi, le differenze e le contrapposizioni politiche, culturali e religiose, sentendosi parte integrante, facendosi carico e assumendosi in prima persona la responsabilità di un bene più grande e universale, perché il partigiano era il partigiano della libertà di tutti gli italiani.

Oggi vediamo iniziative di donne in cammino per la pace, vestite di nero con la scritta “cessate il fuoco” portata sui loro corpi in lutto, una fascia bianca al braccio, senza simboli né bandiere, perché ciascuna di loro esprime la necessità di azioni vere e concrete di pace e implora di non restare indifferenti di fronte al dolore che ogni guerra porta con sé. Perché la guerra è orrore e produce orrori: i nazisti invasori e i fascisti torturarono in modo sistematico e scientifico, assassinarono i partigiani, massacrarono le popolazioni civili, deportarono gli ebrei e gli oppositori nei campi di sterminio, internarono i prigionieri politici, impiccarono ragazzini, bruciarono case e chiese.

25 aprile
Strage di Marzabotto – 29 settembre 1944

Quando ricordiamo le stragi nazifasciste di Boves, Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema e delle Fosse Ardeatine, sappiamo che non è servito a nulla dire: «Mai più una cosa del genere».

25 aprile
Strage di Boves – 19 settembre 1944

Perché l’odio può sempre generare orrori e guerre, come quelle che vediamo crescere oggi. E la Costituzione ci ricorda da sempre che dobbiamo condannarle, sapendo che non esistono guerre pulite, perché l’essere umano non uccide per la propria sopravvivenza, ma per ottenere dal vinto il riconoscimento della sua superiorità.

Guerre, distruzioni e barbarie hanno soprattutto il volto dei bambini, di ragazzi come voi, privati dell’infanzia. Ciò che è successo a Mariupol, in Israele, nella striscia di Gaza è già successo in Siria o in Yemen. Si può sempre risvegliare l’aggressività, se ogni giorno la cultura e la scuola non agiscono per circoscrivere il fenomeno nelle persone e nelle generazioni che si susseguono, se chi opera negli ambiti dell’istruzione e dell’educazione non offre il proprio fondamentale contributo per creare una cultura e una società egualitarie, che sappiano arginare ogni forma di sopruso.

Il nazismo e il fascismo hanno dimostrato che non sempre «chi pensa il bene fa il bene» e che si può pensare in modo eccellente anche il male. E, come ci ricorda l’illustre professor Luciano Canfora, il fascismo non è mai morto. Per questo non è inutile chiarire a voi giovani che il fascismo nasce nel mito della forza e della violenza, della disuguaglianza delle nazioni, delle razze e dei sessi.  Nasce da un concetto totalitario e assoluto di nazione. La nostra democrazia, seppur imperfetta, è invece costruita sull’uguaglianza. Occorre però un’evoluzione culturale che ci porti dall’idea del nemico all’idea della fratellanza che si è persa. Perché democrazia e libertà sono scatole vuole senza umanità. E ciò che oggi spesso manca è proprio un sentimento di umanità.

Come ci ammonisce il professor Umberto Galimberti, non dobbiamo dimenticare che siamo cittadini del mondo e non possiamo pensarci solo come membri di uno Stato, bensì di una umanità con uguale interesse a preservare la vita, una umanità che ha cura di sé, degli altri esseri umani, degli esseri viventi e del pianeta.Per affrontare l’emergenza climatica in atto, pertanto, dobbiamo difendere la terra prima di difendere lo Stato, perché quello è l’interesse comune preminente.

Termini come speranza, auspicio, augurio sono tutte “parole della passività”, anche se si pensa che portino rimedio ai danni compiuti nel presente. Non è così, continua il professor Galimberti:«O ti dai da fare o il semplice fatto di sperare non ti porta da nessuna parte».

E allora torniamo a umanizzare la nostra società, piccola o grande che sia, per strapparla al cinismo, al menefreghismo, alla freddezza dell’indifferenza, all’«io non sono razzista, però… ». Il nostro Mediterraneo custodisce tanti, troppi morti senza nome. Morti che vengono dai più indicati come immigrati, extracomunitari. Siamo veramente abili nel dare una definizione a tutto e a tutti, ma non siamo più capaci di parlare di persone, di esseri umani. Invece dietro ogni persona c’è una storia. Dietro ogni migrante c’è una storia. E lo sa bene l’Italia, che nel suo passato ha sperimentato lunghe e dolorose migrazioni, che nel 1800 e 1900 ha visto partire 30milioni di persone per le Americhe, l’Australia e altri Paesi lontani. Parlare di numeri è facile. Ad un certo punto c’è pure il rischio che intervenga l’assuefazione. Ma le cose bisogna vederle. Quantomeno ascoltarle.

25 aprile
Strage di Scicli – Una delle tante sulle nostre coste

Se non vogliamo perdere uno dei grandi insegnamenti del 25 Aprile, cioè la possibilità di vivere nel nostro contesto sociale come soggetti attivi, dobbiamo tornare a contribuire alla crescita morale della comunità. Altrimenti si lascia spazio a comportamenti scorretti e illegali: degradare e sporcare le città, non pagare le tasse, non rispettare gli spazi comuni, non essere un buon amministratore pubblico o un buon politico. Dobbiamo tornare a vivere con gli occhi, la mente e il cuore ben aperti, osservando con senso critico ciò che succede vicino, ma anche lontano da noi, assumendo ciascuno la propria parte di responsabilità per quanto accade. Dobbiamo indignarci di fronte ai raduni e al riorganizzarsi di gruppi con le camicie nere che inneggiano al fascismo, perché a noi quelle cose lì non piacciono.

Nel 1946 si tornava liberamente alle urne e, per la prima volta, finalmente anche le donne. Con percentuali oggi impensabili si votava per le comunali, per il referendum, per l’Assemblea Costituente. La democrazia italiana ha una lunga storia di alta partecipazione, innanzitutto elettorale. Com’è possibile che oggi siano sempre di più gli elettori che non si recano alle urne e il partito del non voto sia ormai stabilmente il primo partito in Italia? La democrazia è fatta dall’espressione del voto, segreto e libero da ogni condizionamento, da ogni pressione, da ogni promessa di scambio, da ogni ricatto. Diceva don Aldo Benevelli: «Mi guardo attorno e vedo tanta gente che ha paura del futuro e si rintana nel proprio guscio. E invece il mondo avrebbe bisogno di una rivoluzione civile per riportare all’ordine del giorno i valori della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità. Sarà di questo che dovremo rispondere a Dio nel giorno in cui saremo chiamati davanti a lui».

La memoria non può essere fatta solo di parole di circostanza, ma deve diventare impegno. Perché la democrazia è fatta anche di cose pratiche: la sanità pubblica per tutti, il diritto allo studio anche per i meno abbienti, gli asili, lavoro per tutti, ma anche sicurezza sul lavoro. Morire in fabbrica, nei cantieri, nei campi, in qualsiasi luogo di lavoro è inaccettabile, un fardello insopportabile per le nostre coscienze, soprattutto quando dietro agli incidenti si scopre la mancata o la non corretta applicazione di norme e procedure. Perché la sicurezza sul lavoro non è un costo, né tantomeno un lusso, ma un dovere cui corrisponde un diritto inalienabile di ogni persona.

La democrazia è fatta di una stampa libera. Non ci può essere democrazia senza una stampa libera. Perché la democrazia sta nelle mani del popolo, che dev’essere informato e consapevole per prendere decisioni.La democrazia è fatta di una cultura che consenta alla donna di essere padrona del proprio corpo, che le riconosca il proprio ruolonella società e che sia capace di porre fine ai femminicidi, alla violenza domestica e di genere: ancora oggi in Italia ogni tre giorni una donna viene uccisa da un uomo. Continuano incessanti e inaccettabili le violenze sessuali, i maltrattamenti e le molestie, lo stalking, la violenza psicologica e quella economica, il revenge porn e la violenza digitale. Le leggi ci sono. È la cultura che manca!

E allora noi adulti dobbiamo educare alla non violenzai nostri figli, abituandoli sin da piccoli alla condivisione e all’ascolto. Dobbiamo educarli alla cultura del rispetto, in famiglia e nel quotidiano. Dobbiamo insegnare ai giovani che, diventando partigiani degli ultimi, saranno liberi e forti nel perseguirele loro aspirazioni.

Dobbiamo difendere la scuola, perché – diceva Calamandrei – è il completamento necessario del suffragio universale. Una scuola pubblica, che non deve mai essere utilizzata per secondi fini, perché è espressione del diritto di voto, segreto e libero. Libero da oppressioni, da condizionamenti, da ricatti, da scambi, da favori.

Dobbiamo impegnarci tutti per una cultura della legalità, che è qualcosa di più della semplice osservanza delle leggi. Dobbiamo essere di esempio e insegnare ai giovani la libertà difare il proprio dovere contro le mafie, la criminalità organizzata e la corruzione.

Dobbiamo aprire una battaglia vera contro la povertà e non contro i poveri.

Non dobbiamo dimostrarci immaturi, incapaci di autodisciplina, di stima e benevolenza verso gli altri, non dobbiamo scandalizzare con risse, pigrizie, divisioni, egoismo, brama di potere, capricci morali. Non sono questi gli esempi della Resistenza. Non possiamo mostrarci così ai giovani. In una lettera agli amici, mai spedita, il partigiano Giacomo Ulivi ha scritto: «No, non dite di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere». E, ancora, Antonio Gramsci: «Mi sono convinto che quando tutto è o pare perduto bisogna rimettersi tranquillamente all’opera, ricominciando dall’inizio».

Non avremo dunque l’Italia sognata nella Resistenza e nella Carta costituzionale antifascista se non riusciremo a ricostruire un patrimonio morale, una coscienza civile matura e responsabile, basata su umanità, fratellanza, solidarietà, uguaglianza, legalità, giustizia sociale, ma anche sulla capacità di provare sdegno, indignazione contro le manifestazioni di fascismo ovunque sempre più evidenti.
Continuiamo ad amare la nostra Carta costituzionale antifascista e antirazzista, proteggiamo la nostra libertà di scegliere da che parte stare.

L’augurio per voi, ragazze e ragazzi, è che possiate scegliere come fecero le partigiane e i partigiani nel 1943-45: scegliere da che parte stare. Loro scelsero, mettendo a rischio la propria vita e quella dei propri famigliari. Scelsero di stare con la libertà, con la democrazia. E anche voi oggi potete scegliere.Anche voipotete conquistare il vostro pezzettino di responsabilità se non distogliete mai gli occhi, la mente e il cuore da ciò che vi accade attorno o che capita dall’altra parte del mondo.

Scegliete dunque di stare dalla parte degli ultimi, degli emarginati, dei bisognosi, di chi soffre, di chi è malato, di chi è in difficoltà, di chi è più debole. Non date ascolto a chi vi dice che la ragione è sempre del più forte, non è vero. E non date ascolto a chi vi dice che, proprio perché non state con il più forte, siete dei perdenti. Perché voi avete già vinto.

E allora sognate, continuate a coltivare i vostri sogni, così come fecero i partigiani e le partigiane. Non permettete a nessuno di rubarveli e lottate per realizzarli.

 

25 aprile
Claudia Bergia parla ai ragazzi delle scuole della Resistenza e della Liberazione

Gli autori

Claudia Bergia

Laureata in Scienze Politiche e in Giurisprudenza, è dirigente del Ministero dell'Interno. È inoltre presidente dell’Associazione partigiana “Ignazio Vian”, del Centro culturale “don Aldo Benevelli”e presidente onorario del “Service Center onlus”, associazione di volontariato e promozione sociale voluta e fondata da don Aldo Benevelliin Cuneo.

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One Comment on “Memoranda/ Ogni giorno è il 25 aprile. Un messaggio di libertà per i giovani d’oggi”

  1. Una pagina di storia da divulgare in tutte le scuole e da mandare a tutti i parlamentari che hanno giurato sulla Costituzione. Grazie Claudia Bergia

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