“Cristina Mittermeier. La grande saggezza”: una mostra per l’ecosistema

I più saggi tra noi sanno che il mare non ci è mai appartenuto: noi siamo suoi. Nel corso dell’ultimo millennio siamo stati capaci di asportare tutto il possibile dalle sue acque e in cambio lo abbiamo usato come discarica. È giunta l’ora di ricalibrare la nostra relazione con l’oceano per permettergli di continuare a tenerci in vita. Tornando a ricoprire il nostro ruolo di custodi di un vasto e complesso mondo brulicante di vita, impariamo a dare valore a biodiversità ed ecosistemi marini. Ogni singola azione che compiamo può favorire o ridurre la vita tra le onde. Le nostre scelte ci permettono di sostenere un ecosistema globale sano ed equilibrato, un mare di enoughness”

Ogni singola azione che compiamo può fare la differenza. Queste parole ci accolgono nelle sale di Gallerie d’Italia – Torino che ospitano, dal 14 marzo al 1° settembre 2024, la mostra “Cristina Mittermeier. La grande saggezza a cura di Lauren Johnston, in collaborazione con National Geographic. Cristina Mittermeier nasce biologa marina ma, quando si accorge che coinvolgere le persone attraverso la scienza è difficilissimo, scopre la fotografia e decide di usarla come linguaggio, come una finestra sul mondo, per facilitare un cambiamento nel nostro rapporto con il pianeta e tutte le sue creature. È cofondatrice di SeaLegacy, un’istituzione senza scopo di lucro che promuove la salute degli oceani.

Il percorso espositivo, ruota intorno ai tre grandi temi del mondo sottomarino, del mondo terrestre e delle popolazioni indigene che vivono in armonia con l’ecosistema che abitano. L’artista propone l’idea di enoughness (in italiano,“sufficienza”) come via per comprendere quale sia il nostro posto all’interno dell’ecosistema globale, chiedendoci di riflettere su quanto e cosa sia per noi “abbastanza” e compiere scelte quotidiane, che hanno un impatto sul clima e sul pianeta, più sostenibili e consapevoli. Il concetto di enoughness si scontra con la perpetua corsa all’accumulo di beni e ricchezze delle società consumistiche, in cerca di felicità e appagamento nell’abbondanza materiale. Di quante cose abbiamo bisogno per essere felici?

Nelle parole di Mittermeier, praticare l’enoughness è una ricerca personale che possiamo intraprendere attingendo da una saggezza indigena e millenaria, consapevole dei cicli naturali del mondo vivente che ci sostiene. I popoli indigeni – a cui è dedicata la prima parte della mostra – ancora connessi al funzionamento del pianeta, gli animali e gli ecosistemi della Terra sono portatori di una “grande saggezza“, che è il secondo punto focale dell’esposizione, che dobbiamo capire e rispettare se vogliamo guarire e ristabilire un equilibrio sul pianeta.

Attraversando la sala dedicata all’oceano risuona, insieme al canto delle balene, il suo monito: non può sussistere la vita sulla Terra se l’oceano muore. Più della metà dell’ossigeno che respiriamo è generato dall’oceano e dalle creature che lo popolano e almeno un quarto dell’accumulo totale di anidride carbonica viene riassorbito proprio dai mari e noi non facciamo che inquinarli e depredarli incessantemente senza renderci conto che stiamo derubando la fonte stessa della nostra vita. Così come ci possiamo nutrire grazie agli insetti che impollinano i nostri campi e dipendiamo dalle piogge che si formano proprio sull’ oceano. Stiamo facendo un grave errore dando per scontato questo selvaggio e meraviglioso mondo, consumando senza sosta e senza limite e ignorando i suoi fragili ecosistemi. Per approfondire e supportare dal punto di vista scientifico i concetti del percorso espositivo, si sono susseguiti interventi di diversi esperti, tra cui Elisa Palazzi (fisica e climatologa) e Serena Giacomin (fisica e meteorologa) che alla domanda – cosa possiamo fare per contrastare il cambiamento climatico? – invitano ad ascoltare la scienza. Scienza che già dal 1960, grazie al lavoro di Wallace Broecker e altri, comincia a mappare la circolazione oceanica e lo scambio di gas con l’atmosfera, fornendo le basi per tutti gli studi successivi di chimica marina e sulla relazione degli oceani con il clima. Lo stesso Broecker, che ricordiamo tra i Giusti per l’ambiente, che nel 1975 pubblica uno studio (intitolato Cambiamenti climatici: siamo sul punto di fronteggiare un forte riscaldamento?) che prevedeva la crescita della temperatura media globale nei futuri 40 anni “ben oltre i limiti degli ultimi mille anni”, a causa della concentrazione di CO2 nell’atmosfera, definendo sostanzialmente quello che da allora chiamiamo global warming.

A che punto siamo? Serena Giacomin risponde che temperature come quelle registrate in questi giorni a Nuova Delhi – di oltre 52 gradi – sono preoccupanti soprattutto perché si inseriscono all’interno di una tendenza globale che corre a gran velocità. Nessuno può mettere più in dubbio la correlazione tra le emissioni di gas climalteranti di origine antropica e il riscaldamento globale. L’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) nell’ultimo report sul cambiamento climatico per definire questa correlazione ha utilizzato un termine che, per metodo, è poco usuale in ambito scientifico: inequivocabile. Assistiamo a un’estremizzazione climatica, molto stressante e impattante anche dal punto di vista della salute, che Nature Communication ha definito recentemente come l’aumento in frequenza di colpi di frusta climatici (weather whiplash) capaci di farci sobbalzare da un estremo meteorologico all’altro, passando per esempio da un lungo periodo di siccità a una stagione alluvionale, come sta accadendo anche alle nostre latitudini, che saranno sempre più frequenti e più ravvicinati, riducendo la nostra capacità di adattamento. Il riscaldamento globale ha come effetto diversi cambiamenti climatici sui nostri ecosistemi: gli oceani mostrano segnali di estrema vulnerabilità (i dati sulla corrente del Golfo che svolge un ruolo fondamentale di equilibratore climatico, pubblicati su Science Advance, ci dicono che sta rallentando e che entro il secolo si potrebbe interrompere con effetti drammatici, questa volta raffreddando alcune regioni del nord Europa).

Elisa Palazzi ci spiega poi perché alcuni luoghi sono e saranno più colpiti di altri, quelli che vengono definiti hotspot climatici, regioni che si riscaldano più di altre, per meccanismi intrinsechi che intensificano quelli del riscaldamento globale: l’Artico, l’Antartide e le zone montane e loro ghiacciai, ma anche l’area mediterranea per effetto della circolazione atmosferica cambiata (sempre come conseguenza del cambiamento climatico, l’anticiclone delle Azzorre non ci raggiunge quasi più, sostituito da quello africano che porta con sé ondate di caldo e siccità). Racconta come per alcuni ecosistemi e i loro abitanti, il cambiamento sia oggi troppo veloce per potersi adattare: la pernice bianca diventa bianca per mimetizzarsi con la neve e non essere predata; la sempre minor presenza di neve e l’assurda autorizzazione alla caccia ne fanno oggi una delle specie in via di estinzione. Vale anche per la specie umana e i nostri sistemi di produzione agricola o la struttura delle nostre città, i servizi turistici, sono stati tutti pensati per il clima in cui viviamo e dovremo essere capaci di adattarli velocemente. Dovremo usare le migliori tecnologie che abbiamo e avremo a disposizione per realizzare l’indispensabile transizione energetica, senza pensare però di poter fare a meno della grande saggezza e delle capacità di adattamento che le popolazioni ancestrali della Terra e le creature che vivono ancora in simbiosi con i suoi ecosistemi, possiedono.

Le comunità indigene ritratte nelle fotografie di Cristina Mittermeir sono tra le più colpite dalle conseguenze del cambiamento climatico e sono anche le meno responsabili del processo di riscaldamento atmosferico ed è qui che emerge chiaro il tema della responsabilità e quello della giustizia climatica. Questa presa di coscienza deve trasformarsi in azioni di riconoscimento dei danni di questo impatto su alcune popolazioni e paesi che non hanno sufficienti mezzi per contrastarli efficacemente, anche attraverso azioni come il Fondo Loss and Damage, istituito alla COP27 – per cui però sono mancati accordi su diversi aspetti fondamentali – per la compensazione di perdite e danni subiti, accanto alle azioni di mitigazione e adattamento.

E ognuno di noi cosa può fare? Anche le scelte delle persone singole hanno un loro impatto, per esempio scegliendo cosa non mangiare possiamo indirizzare le produzioni del sistema alimentare che è uno dei grandi responsabili in termini di emissioni di gas serra. In questo ognuno di noi può fare la differenza e alcune persone più di altre: per il loro ruolo di scienziati, divulgatori scientifici e/o di attivisti per l’ambiente, alcune persone possono essere esemplari, motivarci e guidarci attraverso il cambiamento necessario alla nostra sopravvivenza sul pianeta. Pensate alla potenza di un gesto semplice e disarmante come quello di Greta Thunberg che, appena quindicenne, dopo le eccezionali ondate di calore e incendi senza precedenti che avevano colpito il suo paese (la Svezia) durante l’estate, nel 2018 decide di non andare più a scuola fino alle elezioni successive, ma di sedere di fronte al Parlamento svedese ogni giorno con un cartello che recitava Skolstrejk för klimatet (sciopero della scuola per il clima) dando vita al più partecipato movimento studentesco internazionale degli ultimi anni, Fridays for Future.

Storicamente è stata però data troppo facilmente la responsabilità al singolo, raccontandoci di poter salvare gli oceani bandendo le cannucce di plastica pur continuando a praticare una pesca intensiva e dannosa: è il sistema che non funziona e che va cambiato. Noi dovremo essere capaci di accettare il cambiamento, che dovrà essere veicolato e realizzato dalle istituzioni del mondo, che andrà anche comunicato molto meglio di quanto si faccia ora: la transizione energetica raccontata solo come scomoda e dolorosa per tutti e l’attivismo ridicolizzato dalla stampa quando non addirittura colpito e criminalizzato, alimentando i discorsi d’odio, discriminatori e violenti, come mai prima d’ora secondo un recentissimo report di Amnesty International Italia. È di recente pubblicazione anche il primo Rapporto sulla situazione dei difensori del clima in Europa, prodotto dal Relatore Speciale Onu Forst, che afferma che si moltiplicano i casi registrati di violazioni dei diritti di chi difende l’ambiente anche nel continente europeo, anche se non con casi drammatici come quelli delle centinaia di omicidi di difensori dell’ambiente e della terra in paesi come la Colombia, Messico o Brasile.

Ho letto di recente questa citazione di James Gustav Speth, avvocato, professore e attivista ambientale americano, co-fondatore del Natural Resources Defense Council e vincitore del Blue Planet Prize, che all’incirca dice: «Ho sempre pensato che i principali problemi ambientali fossero la perdita di biodiversità, il collasso degli ecosistemi e il cambiamento climatico. Ho pensato che con 30 anni di buona scienza potessimo affrontare questi problemi. Ma mi sbagliavo. I principali problemi ambientali sono egoismo, avidità e apatia… e per occuparci di quelli abbiamo bisogno di una trasformazione spirituale e culturale – e noi scienziati quella non sappiamo come farla». Rimettendo a noi la possibilità di agire il cambiamento che vogliamo e che è urgente e necessario. C’è tanto lavoro da fare.

La foto riprodotta nella homepage (Qaanaaq, Groenlandia, 2015) è il logo della mostra di Cristina Mittermeier.

L’articolo è stato pubblicato anche su GariwoMag

Gli autori

Sabrina Di Carlo

Sabrina Di Carlo, presidente dell'Associazione "Spostiamo mari e monti", si occupa da anni di progetti di educazione non formale sui temi della Memoria e della ricerca storica e, in particolare, della formazione degli educatori alla pari e della organizzazione di eventi culturali. È impegnata nel mondo dell'associazionismo e nella promozione di progetti e pratiche di attivazione di cittadinanza, difesa della scuola pubblica e tutela dell'ambiente, approfondendo i temi dei diritti fondamentali e delle forme di partecipazione politica.

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