Cinema e realtà: a margine di “Civil War”

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Qualche giorno dopo aver visto Civil War, navigando in rete, ho intercettato l’articolo di Luca Tedoldi, uscito su queste pagine (https://volerelaluna.it/andiamo-al-cinema/2024/05/07/civil-war-oltre-il-turbamento/). Il film mi aveva lasciato diverse suggestioni e stavo valutando se scrivere qualcosa al riguardo. Così, stimolato dall’articolo letto, ho pensato di proporne un altro per arricchire la riflessione attorno a un’opera che, a mio parere, merita di essere vista e discussa.

Ho visto il trailer di Civil War durante la proiezione di un altro film. Avevo etichettato molto velocemente quello che avevo visto come una classica “americanata sparatutto” in cui mi immaginavo che le scene d’azione e la presenza di armi ed esplosioni sarebbero state al centro della storia raccontata. Nei giorni successivi, però, mi sono imbattuto nel post Facebook del critico Federico Frusciante, che elogiava il film. Non solo, incitava a correre al cinema per vedere quest’opera, a suo dire, molto bella e interessante, da non perdere. Non ci ho pensato due volte e sono andato al cinema più vicino al primo spettacolo utile. Credo, infatti, che Federico Frusciante sia l’esempio di come la questione della critica cinematografica (esiste ancora un valore per la critica?) si possa ridurre a ciò che i critici stessi scrivono e dicono. La critica esiste se ci sono dei critici che la fanno esistere. Cosa s’intende con critica è qualcosa che non può prescindere dal lavoro dei critici; dalle loro parole, dalle loro riflessioni passa lo stato dell’arte della critica cinematografica e il valore che le si può assegnare. All’inizio di Civil War due cose mi hanno colpito. La prima è la scelta dei movimenti di macchina accompagnati da effetti sonori incalzanti: il mix di questi due elementi regala delle scene iniziali molto avvincenti. Una seconda cosa mi ha incuriosito: dopo circa 45 minuti di film mi sono chiesto come si sarebbe sviluppata la storia e in che modo e quando sarebbero apparse le scene d’azione che avevo visto nel trailer. In questo primo lasso di tempo infatti c’erano state pochissime scende d’azione, il che mi ha spiazzato non poco, e una narrazione molto precisa e attenta, non solo rispetto allo sviluppo dei personaggi, ma anche rispetto al tempo utilizzato per raccontare la storia.

Civil War parla di una guerra civile che scoppia in America, anche se le circostanze e le nazioni coinvolte non sono chiare. La storia dunque è una storia di guerra. Anche il nostro periodo storico è caratterizzato da più guerre, potremmo anche parlare di una guerra mondiale visto che i soggetti coinvolti si distribuiscono in più zone del globo e sono interconnessi tra loro. L’arte è uno strumento utile per riflettere sul presente e su ciò che ci circonda. Di più, l’arte permette di fare alcune associazioni mentali che altrimenti non sarebbero possibili. E allora, in linea con Frusciante, ribadisco che il film va visto, soprattutto nel periodo storico e sociale nel quale ci troviamo. Attraverso quest’opera si può riflettere su alcuni aspetti della guerra e ci si può confrontare, parlandone, su ciò che si è visto e sull’idea che ci si è fatti. Confrontarsi a partire da un’opera d’arte, come un film per l’appunto, è un modo, per resistere (nell’accezione più pura del termine). Parlare di un film con qualcuno produce degli effetti che non è possibile stabilire in anticipo, ma se un opera d’arte cinematografica è forte e potente, come oggettivamente molte opere sono, qualcosa si produrrà negli spettatori.

Civil War rappresenta molto bene un esempio di tutto ciò. Da dove vieni? È la domanda che credo si possa collocare all’origine di ogni guerra, di ogni conflitto. Da dove vieni è una domanda che potrebbe anche intendersi come “tu chi sei”. È una domanda che cerca di fare i conti con l’alterità che ci si presenta con la dimensione ingestibile dell’incontro. Durante gli anni universitari, ad esempio, la domanda sulla provenienza era tra le prime che venivano fatte quando ci si conosceva tra compagni di corso; se la risposta coincideva con la provenienza di chi faceva la domanda c’era sempre un certo abbassamento di tensione e una sorta di rilassamento che rendeva l’incontro e la conoscenza meno prestazionali, meno “impostate”. Una scena molto forte del film fa vedere con chiarezza il modo in cui con questa domanda, a secondo della risposta, ci si gioca la vita oppure la morte. A causa di una provenienza si innescano guerre, delle popolazioni vengono perseguitate, altre sterminate e altre ancora osteggiate…

Civil War racconta una storia in cui sostanzialmente ci sono due tipologie di “soldati”. Ovviamente i classici soldati dell’esercito che sono chiamati a difendere la propria nazione e ad attaccare i nemici. Ma ci sono, nel film, degli altri personaggi che sono quasi sempre al fianco dei soldati: i giornalisti (PRESS è la scritta che è stampata sulla fiancata della macchina con cui si muovono), un altro tipo di milizia. Nel film, dunque, i protagonisti sono degli inviati sul fronte, in particolare si tratta di fotoreporter. Il soldato impugna un fucile e spara, il giornalista impugna la macchina fotografica e scatta.

Alex Garland (regista del film) decide di mettere in primo gli inviati per la stampa (PRESS), narrare la storia attraverso il loro punto di vista durante il viaggio che li condurrà verso la Casa Bianca, nucleo nevralgico della guerra civile che è scoppiata in America. I fotoreporter rischiano la vita e assistono all’orrore della guerra. In più scene, a mio avviso straordinarie, i soldati, che si muovono in gruppo, hanno al loro fianco quelli della stampa; fotoreporter e soldati avanzano sullo stesso terreno di fuoco e sangue, si muovono in sincronia. Attraverso questo film si mette bene in evidenza come la guerra sia necessariamente una questione di scontro a fuco (armi, sangue e morte) ma, parallelamente, anche di informazioni. Da una parte proiettili, bombe ed esplosioni, dall’altra parole e immagini: due facce di una stessa medaglia. Una guerra la si combatte anche attraverso l’informazione. Oggi più che mai siamo esposti alla complessità e alle criticità della guerra mediatica che attanaglia le vicende tra Russia e Ucraina così come per il Medio Oriente. Se da una parte la guerra si combatte “sul fronte” e in maniera diretta, attraverso i corpi, dall’altra la guerra coinvolge in maniera indiretta molte altre persone (potremmo anche dire tutti), non soltanto rispetto al rincaro dei prezzi ma soprattutto rispetto ai cambiamenti geopolitici e alle dinamiche socio economiche che caratterizzano ogni singolo conflitto. Farsi un’idea rispetto a ciò che succede durante una guerra, prendere una posizione, confrontarsi con altre persone, cercare e farci qualcosa con le informazioni della stampa è un modo per evitare di essere degli spettatori inermi di ciò che succede e subire passivamente degli avvenimenti che ci riguardano. Da questo punto di vista la scelta del regista di girare un film di questo tipo, in questo preciso momento storico, mi pare “militante” e al tempo stesso, gli spettatori, scegliendo di vedere questo film, si assumeranno la responsabilità di un atto politico.

Andare al cinema è sempre un atto politico! Così come lo è fare un film, un certo film con una certa messa in scena. Farsene qualcosa di ciò che un film, in particolare questo, suscita nello spettatore è l’effetto della dimensione politica che il cinema implica. Guardando i video e le foto che ci arrivano dalle zone di guerra non potremo far a meno di ripensare, anche per qualche istante, ai protagonisti di questo film, alla storia che Garland ha deciso di raccontare.

Cosa ce ne facciamo di queste informazioni? Non si tratta certamente di empatizzare con giornalisti e militari, o muoversi per compassione. La prenderei da un altro punto di vista: cosa ce ne facciamo delle informazioni della guerra che intercettiamo? Che posizione prendiamo rispetto alla storia che ci sta attraversando? Qual è il nostro pensiero al riguardo? Il tempo per vedere (riprendendo una famosa espressione di Lacan) corrisponde al film in sala, il tempo per concludere (sempre riprendendo Lacan) è il momento in cui facciamo i conti con ciò che l’opera produce in noi.

Prendere una posizione, partecipare, nell’accezione di prendere parte è qualcosa che riguarda la libertà come ci indicava Giorgio Gaber nella celebre canzone La libertà. Proprio la questione della libertà è quella che maggiormente viene messa sotto attacco durante le guerre. Quella libertà che si decide di togliere o di enfatizzare a partire dalla risposta che si da alla domanda “da dove vieni?”. Farsi un’idea personale a partire dalla visione di un film, confrontarsi con altre persone e avviare un discorso che tenga conto delle immagini dell’opera cinematografica ma che poi prende il largo, attingendo altre associazioni da altre parti, credo possa essere qualcosa di trasformativo. Mi si permetta un’affermazione forte: andare al cinema e parlare di un film è un (altro) modo per combattere una guerra, per prendere parte rispetto a delle vicende complesse che coinvolgono tutte e tutti.

Gli autori

Luca Sansò

Luca Sansò, psicoterapeuta, vive e lavora a Torino, dove aderisce a Comunet-Officine Corsare. È appassionato di cinema e cicloturismo.

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