Biennale Donna. Altre storie tra arte e parola

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Mussie

Nel tardo pomeriggio di un sabato di aprile, all’inaugurazione della mostra, mi accoglie con un sorriso Muna Mussie, la cui arte conosco bene, o almeno alcune delle sue opere, a partire da Oblio, presentato a Torino in occasione della Biennale Democrazia del 2021, e via via attraverso altre sue creazioni, ultima la performance Curva Cieca a Lavanderia a Vapore, a Collegno nel 2024.

Nel cortile di Palazzo Bonaccossi c’è un’allegra brigata di persone, cui si rivolgono in agile sequenza alcune donne “storiche” di Ferrara. Ci ricordano che la manifestazione data dal 1984, quando Ansalda Siroli, presidente dell’UDI, lanciò l’idea di un “un 8 marzo diverso”, che mettesse in luce la presenza delle donne sulla scena artistica, ma anche mantenesse nell’approccio e nell’impianto la memoria delle lotte nelle campagne ferraresi e della Resistenza al nazifascismo. Tra queste memorie quella delle creazioni “naïf” della bracciante di Copparo Ermanna Chiozzi (1920-2020), militante dell’UDI e pittrice. Ai bellissimi stendardi dell’UDI è dedicata una stanza della mostra: utilizzati durante le manifestazioni degli anni Cinquanta, sono costituiti di strisce di colori diversi su cui sono ricamati i cognomi e nomi – su alcuni solo i nomi – delle donne impegnate in quell’attività politico-artistica. In uno di essi, nomi consueti come Teresa e Gina si alternano ad altri come Desdemone, Amelia, Eura, Elide, Primina, per circondare la parola centrale: PACE. 

Mussie
Muna Mussie, Oblio Gold

Sono esposte foto di una delegazione di donne vietnamite nel luglio 1968 con la dedica “Aux camarades et amies de l’UDI de Ferrara”; volantini per la “Settimana internazionale di solidarietà con le donne e col popolo portoghese” (s.d.) o di “Solidarietà delle donne ferraresi con gli antifascisti spagnoli!” del 1975; e il “Manifesto nazionale a favore del diritto di aborto” del 13 marzo 1987.

All’entrata della mostra, Sara Leghissa con colla e pennellessa è alacremente intenta ad affiggere decine di piccoli poster; altre giovani donne collaborano con pennelli dai lunghi manici a incollare manifestini a stampatello in varie lingue: “Quand t’es jeune, tu veux bouffer le monde”; “Will you marry me? (“I’d get a European passport”)”; “Voi adulti avete capito dopo/quello che abbiamo cercato di dirvi prima. C’è un prima e c’è un dopo”.

Muna riprende nelle sue opere esposte qui (per esempio in “Oblio/Gold, 2023”) il tema dell’oblio ricamando in alfabeto Braille le lettere che compongono la parola OBLIO con filo d’oro su sfondo marrone (“il silenzio è d’oro”) che richiamano lo stesso soggetto affrontato a Torino nel 2021. Ma anche altre tematiche come la proposta Fòro Fóro con le tele a scrittura Braille, nere e puntinate di bianco, con fili sottili che valicano i raggruppamenti dei pallini. Questi raffigurano strofe di una canzone diffusa nell’era fascista, “Faccetta nera”, il cui ritornello suonava così:

Faccetta nera, bell’abissina 
Aspetta e spera che già l’ora si avvicina! 

quando saremo insieme a te, 

noi ti daremo un’altra legge e un altro Re.

Igiaba Scego ha scritto che si tratta di un paradosso tutto italiano, ricordando che Benito Mussolini odiava Faccetta nera e aveva tentato di farla bandire perché inneggiava all’unione tra “razze”, inaccettabile in un’Italia che avrebbe varato le leggi razziali contro ebrei e africani, e che aveva già un retaggio di colonialismo precedente al fascismo. Per Mussie la tecnica del ricamo, la scrittura Braille e il gioco di fili che ricrea, hanno il valore di depotenziare e trasfigurare un testo, diversamente intrattabile.

Seguendo il percorso dell’esposizione, mi fa piacere ritrovare le opere di Muna in una “mostra al femminile” come Sofia Gotti e Caterina Iaquinta chiamano questa loro raccolta. Le due curatrici riflettono sul significato dell’uso del termine “donna” nel titolo della Biennale, affermando di voler intendere soprattutto questa ventesima edizione “come simbolo di relazione e di affetto tra donne” per coltivare la solidarietà, citando bell hooks e Audre Lorde, oltre a Carla Lonzi, Achille Mbembe, Paul Preciado e Judith Butler.

Sono catturata dall’arte “postale” (mail art) di Amelia Etlinger: cartoline e buste (pocket letters) degli anni Settanta, con indirizzi e francobolli di vari paesi, infiocchettate da nastri, decorate da fiori secchi. I taccuini manoscritti di Bracha Ettinger sono avvolti in preziose copertine di seta – Muna dice che sono bellissimi, sebbene non pienamente visibili perché esposti aperti. La rielaborazione di arti e pratiche, delle donne ma non solo, produce eleganza, raffinatezza, pregio. La congiunzione del versante artistico e delle rivendicazioni dei movimenti femminili e femministi genera uno spiazzamento felice, e dà corpo a riflessioni sulla possibilità di trasformare oggetti quotidiani in opere d’arte. 

Il titolo “Yours in Solidarity” è tratto da un’opera di Nicoline van Harskamp basata sull’archivio epistolare dell’anarchico olandese Karl Max Kreuger, che nel Novecento mantenne una corrispondenza con circa quattrocento anarchici in tutto il mondo, dando origine a un epistolario di un migliaio di missive. Le lettere, che terminavano col saluto “Yours in Solidarity”, vengono interpretate ad alta voce da attori professionisti.

Mi rallegra anche poter conoscere dal vivo opere che avevo visto solo in fotografia, come quelle di Binta Diaw, che però non posso incontrare come speravo, perché è a Dakar. È molto interessante per me la sua serie “Naître au monde”, che apre la via (e gli occhi) a considerare il mondo e la società come una rete di relazioni.

Muna mi illustra ancora il suo lungo video (otto ore) girato nella piccola penisola di Ålesund nella Norvegia del sud, intervistando persone di varie provenienze, anche afro-discendenti, con la domanda: “Chi è l’essere umano perfetto?”. È un suo nuovo progetto che trovo straordinario e inusitato. Ma ci sono anche molte altre opere di Muna di cui vorrei parlare, per cui preferisco dedicarle una riflessione in una sede apposita. Vorrei invece concludere qui ricordando l’augurio con cui si era accomiatata da noi sul palcoscenico di Grugliasco, al termine del suo bellissimo spettacolo: “Palestina libera!”.

Mussie
Muna Mussie, Oblio

Catalogo della mostra: Sofia Gotti e Caterina Iaquinta (a cura di), Yours in Solidarity. Altre storie tra arte e parola, XX Biennale Donna, italiatipolitografica Editore, Ferrara 2024

Gli autori

Luisa Passerini

Ha insegnato Storia contemporanea all'Università di Torino e Storia del Ventesimo Secolo all’Istituto Universitario Europeo di Firenze, dove è attualmente Emerita al Dipartimento di Storia e Civiltà. È stata Visiting Professor in molte università, tra cui: New York University, New School for Social Research, e Columbia University, New York; University of California, Berkeley; e nelle università di Perth e Sydney, Australia. È stata membro residente di istituti di ricerca superiori quali la Maison des Sciences de l’Homme di Parigi, il Wissenschaftskolleg di Berlino e il Kulturwissenschaftliches Institut di Essen. Ha ricevuto il “XXXIV Premio Internazionale Le Muse: Clio”, per la categoria Storia (Firenze 1999); il Premio di Ricerca del Land Nordrhein-Westphalen 2002-4; e il Premio Madame de Staël per i Valori Culturali conferito da All European Academies - ALLEA (Bruxelles 2014). Dal 2013 al 2018 è stata coordinatrice del progetto Bodies Across Borders: Oral and Visual Memory in Europe and Beyond - BABE. Tra i suoi libri: Fascism in popular memory : the cultural experience of the Turin working class, Cambridge University Press 1986; Autoritratto di gruppo, Giunti 1988; Gender and memory (ed. con Selma Leydesdorff and Paul Thompson), Oxford University Press 1996; Europe in love, love in Europe: imagination and politics between the wars, I.B. Tauris 1999; Memory and utopia: the primacy of intersubjectivity, Equinox 2005.

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