Se vuoi la pace, prepara la pace

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Questo piccolo libro di Moreno Biagioni (Se vuoi la pace, prepara la pace, Multimage, 2023) raccoglie una serie di scritti sulla storia e l’attualità del pacifismo: a un primo lungo articolo pubblicato nel 2004 su I Care. Periodico trimestrale di cultura milaniana seguono vari testi elaborati fra 2021 e 2023. Il percorso di lettura si configura dunque come un tentativo di tenere insieme esperienze passate e tempo presente, riflessioni sulla prospettiva storica e sollecitazioni prodotte dalle emergenze moltiplicatesi negli ultimi anni.

Innanzitutto Biagioni ci ricorda che questa idea guida si è sviluppata attraverso un complesso tragitto e ha origini antiche, è un’aspirazione profonda quanto la civiltà umana. Inoltre queste dense pagine ci inducono a confrontarci con una pluralità di livelli: il pacifismo è stato e continua ad essere un paradigma che ha ispirato correnti religiose e filosofiche in oriente come in occidente (dal buddhismo alle eresie cristiane fino alla riflessione kantiana); una proposta politica che ha innervato la storia del movimento operaio, delle grandi organizzazioni di sinistra prima e dopo il 1945, del cristianesimo sociale, di filoni dei movimenti decoloniali che si sono ispirati all’esempio rivoluzionario di Gandhi; è un orientamento culturale ed esistenziale che si è riversato in una ricchissima produzione letteraria e artistica (da Tolstoj a Erich Maria Remarque); e soprattutto il pacifismo, combinandosi spesso con teorie e sperimentazioni nonviolente, ha dato vita a un ampio spettro di pratiche di attivismo che hanno profondamente innovato le forme di partecipazione e la stessa possibilità di agire all’interno dei conflitti politici. Dunque si intrecciano in questa complessa storia, di cui Biagioni ci fornisce una sintesi documentata e un’ampia bibliografia, dimensione teorica ma anche percorsi e azioni concrete, in grado di connettersi col presente e di riaffiorare inaspettatamente come in un fiume carsico.

L’autore ci immerge in un caleidoscopio di voci, dal pacifista tedesco Ernst Friedrich fondatore nella Berlino weimariana dell’Anti-Kriegs-Museum, poi chiuso e distrutto dai nazisti, fino alle straordinarie esperienze di resistenza nonviolenta che hanno punteggiato l’Europa occupata nel corso della seconda guerra mondiale, dal movimento per l’obiezione di coscienza al servizio militare fino alle recenti campagne per il disarmo. Una pluralità di percorsi che vanno tutti compresi nella loro diversità e nelle loro convergenze, dato che hanno attraversato in una dimensione transnazionale fermenti religiosi e culture laiche, il movimento operaio e l’elaborazione femminista, le pratiche decoloniali e la costruzione di una proposta ecologista.

Nelle riflessioni che ci riportano ai problemi e alle sfide del presente, Biagioni insiste sull’intreccio fra pacifismo e ambientalismo, dato che non solo l’industria bellica è fra le più inquinanti, energivore e produttive di squilibri, ma anche che i conflitti attuali innescano processi distruttivi dell’umano e del non umano, difficilmente reversibili e in grado di affrettare la catastrofe climatica. Il pacifismo si configura dunque in questa riflessione come una proposta politica indissolubile rispetto a una più generale prospettiva di trasformazione del mondo, orientata verso la giustizia sociale, la convivenza nonviolenta, la preservazione e la cura del pianeta. Ma i contributi raccolti ci portano ad allargare lo sguardo alla complessità dei percorsi politici che hanno attraversato l’Italia negli ultimi decenni, fra continuità e fratture, sentieri interrotti e fili da tenere ben stretti, a partire dalla stessa biografia di Moreno Biagioni, a cui sarebbe utile che l’autore dedicasse altre pagine ad uso delle generazioni più giovani. Perché Biagioni è stato e continua a essere un attivista politico “a tutto tondo”, che ha vissuto una straordinaria pluralità di esperienze, combinando un impegno nelle organizzazioni partitiche e nelle istituzioni locali con un’attenzione costante ai movimenti di base e alle diverse forme di coinvolgimento e partecipazione che ha visto attivarsi in una dimensione territoriale e di quartiere.

Molto interessanti sono gli interventi dedicati alla ricostruzione del cantiere fiorentino, a cui hanno contribuito, fin dal secondo dopoguerra, numerose figure irregolari e di frontiera, dotate di forte immaginazione politica, da Giorgio La Pira a Ernesto Balducci fino ad Alberto L’Abate e Gigi Ontanetti. A Firenze forti spinte al rinnovamento del pensiero cattolico si sono combinate dagli anni Sessanta con l’elaborazione dei movimenti sociali e con l’attivismo diffuso nella base dei partiti di sinistra. Una realizzazione importante all’interno di questa temperie è stato il percorso di fondazione dei consigli di quartiere, concepiti come momento di raccordo fra istituzioni locali e istanze espresse dall’opinione pubblica, di cui Biagioni è stato fra i principali animatori.

Dunque questi scritti, che restituiscono solo in parte il bagaglio di esperienze e di riflessioni dell’autore, nascono dall’aver vissuto e praticato il pacifismo con continuità nel corso degli ultimi decenni in contesti e climi molto distanti, dagli anni Settanta, in cui il dibattito sulla pace e sul disarmo era ancora dominato dalla contrapposizione tra i due blocchi, fino al cruciale passaggio degli anni Novanta, quando la strategia di “esportazione” della democrazia e di costruzione di un nuovo ordine mondiale attraverso i conflitti armati fu contrastata da potenti movimenti di massa, capaci di assumere, nella stagione dei Social Forum, una dimensione globale.

Biagioni ha vissuto queste ondate in prima persona, come ha assistito negli ultimi anni al declino della partecipazione o in ogni caso al riconfigurarsi dell’attivismo pacifista in forme più piccole e fragili, al suo inabissarsi per poi ricomparire con nuovi volti e nuove energie. Non è un caso che la riflessione si spinga fino alla guerra in Ucraina, alla campagna bellicista e all’ennesimo clima da scontro di civiltà, con un invito al cessate il fuoco, e all’uso della diplomazia e degli strumenti di intermediazione, in un quadro peraltro segnato dal fallimento di quella politica di intervento (in Afghanistan come in Iraq) ormai riconosciuta da molti/e di coloro che se ne erano fatti anche in Italia i portavoce più organici e integralisti.

Per “fare la pace” e per sentirci meno sole/i e disorientate/i, sembra suggerirci l’autore, è più che mai necessario rileggere la storia del pacifismo, trarre suggerimenti e ispirazione da quelle forze collettive che l’hanno incarnato navigando controcorrente e aprendo strade nuove. Ma anche essere pronte/i a dialogare con mondi che esprimono istanze e sensibilità diverse dalle nostre, nella consapevolezza che il pacifismo è per sua natura un patrimonio trasversale e condiviso che ci invita costantemente a disarmarci e a ricostruire lo spazio politico con altri mezzi, esercitando un grande sforzo creativo.

Gli autori

Francesca Cavarocchi

Francesca Cavarocchi è dottoressa di ricerca in Storia Contemporanea e collaboratrice dell'Istituto Storico della Resistenza in Toscana. Fra le sue pubblicazioni “Avanguardie dello spirito. Il fascismo e la propaganda culturale all'estero” (Carocci, 2010).

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