La città autistica

image_pdfimage_print

Il libro di Alberto Vanolo, La città autistica (Einaudi, 2024) apparentemente parla di autismo e dimensione urbana e corre il rischio di essere letto da una nicchia più o meno coinvolta dall’argomento. Scopo di questa recensione è che questo non avvenga e quelle pagine divengano parte della vita di coloro che con l’autismo non hanno nulla a che fare. Fatta questa doverosa premessa, parliamo della “vela”.

L’autore parte dalla sua dimensione personale, il figlio Teo, per portare lettori e lettrici dentro analisi e fenomeni che prima travalicano e poi spaziano dentro riflessioni più ampie, da cui emerge la follia della prospettiva urbana attuale. Sono pagine in positivo quelle di Vanolo, il cui negativo è ben visibile anche senza alzarle verso il sole: c’è qualcosa di veramente insano nel nostro mondo e non in quello di Vanolo e di suo figlio, l’autore con garbo ce lo dice.

Scritto con uno stile decisamente alto, che mescola le righe commoventi a quelle che strappano risate, il libro solo in parte propone soluzioni “pratiche” come da titolo: non per mancanza di idee, bensì perché al suo centro pone la dimensione culturale come perno per una città accogliente anche per i neuro divergenti. Dare strumenti sarebbe stato in linea con la morale performativa che ci permea: hai un problema? Ecco la soluzione pratica. Il libro non fa questo, non dice che bisogna fare questo e quell’altro perché i neuro divergenti vivano un po’ meglio la loro condizione. E qui appunto il libro parla a tutti coloro che hanno occhi per vedere e orecchie per capire.

Lo spirito che muove le pagine è olistico: se davvero le città attuali – e poniamo quella di Alberto Vanolo, Torino, come parte per il tutto – subissero le trasformazioni ipotizzate, esse sarebbero semplicemente più vivibili per moltitudini, altro che autistici. Bastano due elementi apparentemente innocui o condivisi che vengono proposti: meno frastuono e meno stimoli sensoriali.

Sarebbe l’apocalisse perché sono le due leve perennemente in funzione che mantengono viva l’ossessione del consumo compulsivo della città disneyland progettata per ricchi turisti e non per normali cittadini, ognuno con la sua dose di pena. Al posto del frastuono e delle lucine colorate più cultura del lento, del vuoto, della noia perfino. L’opposto del modello Milano insomma, l’oggetto di concupiscenza italiano e non solo.

In un tempo in cui più le città diventano esclusive, e quindi invivibili, più il tessuto politico imprenditoriale viene incensato, la città autistica appare come una salvezza per tutti noi, i sommersi oppure quelli che si sono stufati di vivere col mito anni 80 degli yuppies. Una città autistica diverrebbe ambientalmente sostenibile: ha qualche importanza questo? Vale qualcosa? Oppure sono solo discorsi da bar del XXI secolo, ovvero i vertici mondiali sul clima?

Perché non è che il modello Milano vada solo contro Vanolo e suo figlio Teo: alzi la mano chi non si è sentito escluso? Oppure non si è sentito tale ma con orgoglio si è chiamato fuori. Andate al diavolo voi, i vostri apericena, le vostre pizze margherita a dodici euro, le lucine al neon e il disperato casino che è solo un enorme “vuoto che anche al trapano resiste”.

La psico geografia urbana che Vanolo e suo figlio fanno per le vie di Torino hanno al centro il tempo, la relazione, la scoperta e la curiosità, elementi non prodromici al rito del consumo: passeggiate che evitano luoghi incasinati, e magari si perdono dentro una periferia. Devono essere ore interessanti quelle che fanno, “alla ricerca di una casa viola” e altre mete senza un reale scopo. Chissà cosa ne penserebbe il sempre citato a sproposito Pasolini. I pazzi, gli strambi, gli autistici chi sono a questo punto? Ammucchiarsi in centro, in via Roma a Torino, sull’unico asse della città dove si sgomita per fare un passo? Davvero?

È un libro dolce e amaro quello del geografo Alberto Vanolo, docente presso l’Università di Torino: perché mette in evidenza che la direzione della stessa inclusività diventa ben tracciata laddove le minoranze divergenti vengono riconosciute esse stesse come potenziali mercati. Un bambino autistico non consuma, o lo fa in settori sanitari ben specifici, e questa appare come una condanna ancora più ingiusta: diceva molti anni fa lo scrittore, già pubblicitario, Frédéric Beigebeder: «Chi è felice non consuma».

Ignoro se il figlio di Alberto Vanolo sia felice, il cliché prevede che non lo sia. Ma dal libro non emerge per nulla senso di pena, o di lutto, o di sfiga varia. Una città a misura di Teo è solo una città auspicabile per tutti.

Gli autori

Maurizio Pagliassotti

Maurizio Pagliassotti, scrittore e giornalista, scrive per “Il Manifesto”. Ha pubblicato, presso l’editore Castelvecchi, «Chi comanda Torino» (2012) e «Sistema Torino, sistema Italia» (2014).

Guarda gli altri post di:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.