Per continuare a riflettere sulla Shoah

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«Bisogna che gli uomini sappiano e se ne ricordino; bisogna».
Elie Wiesel, Credere o non credere

Sembra che il sentimento della pietà sia stato rimosso dalla nostra società da almeno tre decenni. Con una certa frequenza, tra i giovani e meno giovani si verificano episodi di sorprendente crudeltà che lasciano ogni volta l’opinione pubblica costernata dinanzi a domande che non trovano risposta. In questa società – per riprendere alcune parole bibliche – non sembra esserci più nessuno che sia giusto, nessuno che sappia fare il bene, dimostrando così di aver smarrito il sentiero della pace, anzi di averlo da sempre ignorato.

Generata dall’evanescenza delle cause e degli effetti delle azioni umane, e quindi dall’impossibilità di comprenderli razionalmente, una tale agnosia produce a sua volta quel sonnambulismo di cui parla Hermann Broch nel romanzo del 1930 I sonnambuli. Questa evanescenza si può cogliere, ad esempio, nel modo d’essere dei protagonisti, le cui azioni e decisioni prendono spunto da cause difficili da individuare, poiché non si capisce bene se siano reali o immaginarie, frutti della coscienza o dell’incoscienza: oggi diremmo se siano reali o virtuali, frutti dell’intelligenza naturale o di quella artificiale. Certo, quei personaggi sono riusciti a risvegliarsi dal sonno delle convenzioni in cui erano costretti a vivere. Si tratta però solo di un dormiveglia, perché pur essendosi risvegliati continuano ancora tuttavia a vivere il risveglio nello stato del sonno. Vivono il risveglio continuando a dormire. Il loro, pertanto, non è un sognare ad occhi aperti, ma un vegliare da dormienti. Una forma diversa di sonno. Una Schlafwandlerung. Si tratta in realtà di “un’indolenza vegetativa”, di una “pigrizia del sentimento”. Il loro, insomma, non è un vero risveglio, ma – come dice Luigi Forte nell’introduzione – un’«utopia del risveglio», un risveglio che non ha luogo in cui manifestarsi. Solo la bellezza potrà destarne lo spirito dormiente nel corpo. Da qui la loro ricerca affannosa del bello e della perfezione; come pure quella che si registra in queste nostre società empie e abbrutite, le quali, come tali, non possono che incrementare la bruttezza, l’abbrutimento e l’imperfezione. Una tendenza che già Novalis, a fine Settecento, aveva riscontrato nell’umanità illuminata e moderna, la cui infelicità, diceva, discende dal fatto che cerca sempre l’assoluto, ma non fa che trovare sempre e solo cose.

Una risposta a quelle domande potrebbe essere questa: «Le cattive abitudini si diffondono rapidamente tra i bambini in momenti tragici e in un’atmosfera generale di diffidenza e terrore. […] Come se ci potesse essere davvero una qualche educazione, e come se si potesse chiedere ai bambini di comportarsi bene ed essere educati in un contesto umano disastroso in cui i nervi sono a fior di pelle, dove gli adulti litigano tra di loro, si picchiano tra loro senza vergogna o riguardo, dove tutto è distorto e corrotto». Troviamo queste parole, quanto mai qui pertinenti, nelle pagine di un diario di una testimone dell’Olocausto che in Lager ha dovuto occuparsi dei bambini e dei ragazzini, Hanna Lévy-Hass (II). Queste pagine sono state trascelte e inserite da Giovanni Tesio in una delle sue due antologie dedicate alla Shoah, Nel buco nero di Auschwitz. Voci narrative sulla Shoah (2021, qui indicata con II) e Nell’abisso del Lager. Voci poetiche sulla Shoah (2019, qui indicata con I), uscite entrambe per Interlinea. Senza la conoscenza di quelle cause, scrive la superstite, l’intera umanità – come suggeriva già Broch in quegli anni e come dobbiamo purtroppo confermare anche noi ai nostri giorni – è destinata a riaffondare in quel “nero abisso”, in quella tenebrosa gheenna che le sta dinanzi come una Medusa calcificante che attende impaziente al fondo di un dirupo scivoloso.

Grazie a quelle pagine, a quelle parole della testimone, possiamo dunque iniziare a riflettere e a capire che i motivi che in passato spingevano alcuni giovani alla violenza nella realtà concentrazionaria sono analoghi a quelli che li muovono nel presente, nella nostra cosiddetta società civile, in cui – ormai è del tutto evidente – è in atto da mezzo secolo a questa parte un processo di imbarbarimento. Come ogni altro evento, anche la Shoah è storicamente ricostruibile e spiegabile. Tuttavia, in quanto esperienza vissuta, essa resta incomunicabile, perché l’inumana bestialità insita nell’animale razionale, la disumanità che l’ha resa possibile, rimane anch’essa indicibile. Ciononostante – e nonostante la sconfortante sentenza di Adorno («scrivere poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie») – non si contano più gli scritti e le opere d’arte ispirate da quell’evento. Se non altro almeno per il fatto che, sostiene Tesio, «sempre la letteratura nasce dalla sofferenza e dalla ferita, e […] ciò non può essere smentito da nessun fatto, nemmeno dall’enorme indicibilità del lager e della Shoah» (II, vedi Rawicz). Si pensi, ad esempio, allo stesso Levi per la poesia o a Chagall per la pittura.

A tal proposito, di fronte all’attuale e ancora più feroce recrudescenza del conflitto in Medio Oriente, viene da chiedersi: non ci vorrebbe forse uno Chagall palestinese per raffigurare il popolo martoriato della striscia di Gaza nella ricerca disperata di una via fuga, di salvezza? E nello stesso tempo, non ci vorrebbe forse un nuovo Shakespeare israeliano per descrivere il tragico destino che insegue nuovamente il popolo ebraico? Purtroppo, al contrario di quanto crede Gianni D’Elia (I), ogni giorno che passa – oggi, in Terra Santa e in Ucraina, l’apprendiamo con sgomento e con sorpresa – si dimentica sempre più «l’orrore che si fece scienza». Sì, diremmo con Mariangela Gualtieri (I), «abbiamo solo figurine lugubri e dimentichiamo»; anche perché subito dopo quello sterminio, la scienza (specie quella nucleare) si è fatta ancora più orrore. E non c’è motivo alcuno, quindi, per festeggiare la vittoria della ragione, né tanto meno quella della pietà sulla violenza. Dinanzi all’odore inebriante del sangue e del sapore esaltante della vendetta, la ragione ha ben poco da gridare il suo diritto alla follia (I, Pasolini). Come Israele e l’Armenia ieri, anche la Palestina oggi (anche se non da oggi) continua ad avanzare il diritto di avere una propria storia nazionale, di avere, di essere uno Stato. D’accordo, quello ancora in atto non è uno sterminio pianificato di un popolo. Non è un genocidio. È solo il massacro di vittime innocenti; è una semplice reazione a un atto terroristico che stavolta ha assunto la forma di pogrom. In tal modo, regressivamente, si fa valere non già la legge morale della ragione, ma l’antica legge del taglione: dente per dente. Ma al di là di questo, è del tutto evidente che usando gli esseri umani da un lato come scudi umani, e dall’altro come inevitabile prezzo da far pagare in vite umane, la considerazione delle vittime civili si approssima a quella che ottant’anni fa emergeva dal famigerato discorso di Himmler a Posen, nel quale, rivolgendosi alle SS, diceva che le migliaia dei corpi di ebrei massacrati dovevano essere utilizzati per formare barricate necessarie a proteggere i tedeschi.

Quante parole si sono spese per tentare di esprimere l’abisso del Lager, il buco nero di Auschwitz? Riflettendo ancora su alcune delle poesie raccolte da Tesio, viene infatti da chiedere: quali e quante parole occorrerebbero per dispiegare tutto quello che racchiudono gli ultimi tre versi di Buna, la poesia di Primo Levi (I)? «Se ancora ci trovassimo davanti / Lassù nel dolce mondo sotto il sole, / Con quale viso ci staremmo a fronte?». Per quanto ricercate a fatica, le parole non riuscirebbero ad esprimere i desideri e i pensieri dei sopravvissuti (e Levi – dice bene Fabio Levi nel testo fornito ai visitatori della mostra sul superstite allestita di recente a Torino (Primo Levi LAB. A Torino, una casa, Silvio Zamorani Editore 2023) – oltre che testimone e scrittore è anche “uomo di pensiero”), sì, le parole non sarebbero in grado di dire tutto ciò che per essi significa l’essere sotto il sole – tàchat hashèmesh –, l’uno di fronte all’altro, di nuovo lassù, nel dolce mondo, dopo essere stati laggiù, nel mondo di sotto, dove agli umani veniva strappata con l’inaudita violenza normalizzata il loro “ultimo valore”, l’umanità. Come spiegare, inoltre, quella “o” alternativa (intesa nel senso di “oppure”, di “altrimenti”) che intona paradossalmente gli ultimi tre versi di Shemà (I, Levi), nei quali, con altrettante piaghe bibliche, si ammoniscono coloro che non meditano e non ricordano ciò che “è stato”? Come a dire che quello che è già stato non potrà che ripetersi come un tragico destino per i sonnambuli, per i tiepidi e gli indifferenti, per coloro che non ascoltano il comandamento del superstite, che non meditano e non ricordano adeguatamente e assiduamente su quel passato, un passato che, per i pochi scampati, purtroppo, non passa mai. Un comandamento che dovrebbe diventare come una parola-cosa, come un davàr scolpito nei loro cuori come su tavole di pietra, quasi come lo Wstawać, il comando straniero di Alzarsi (I, Levi), un ordine tormentosamente rivissuto dal “salvato” attraverso i ricordi e le parole, anche molti anni dopo l’accadimento dei fatti traumatici.

Un ammonimento, dunque, che dovrebbe essere sempre presente nella coscienza degli uomini e che invece, come vediamo, essi non avvertono neanche più, perché, come osservava già Thomas Mann in un suo romanzo breve (La legge, del 1944), dopo aver frantumato quelle tavole, le hanno sostituite con altre, perfettamente antitetiche alle prime. Sicché è vero quanto diceva Elias Canetti: «nulla è mai passato»; e Tesio puntualmente riprende questo monito in un esergo al suo recente saggio (Primo Levi. Il laboratorio della coscienza, Interlinea, Novara 2021). Oggi lo possiamo capire. E non solo noi italiani, purtroppo. «Alla luce del mondo che ci circonda» – osserva anche Fabio Levi – quel passato “non appare poi così lontano” (Primo Levi LAB, p. 59). Continuando, assieme ad alcuni studiosi, a meditare sul problema della colpa e della corresponsabilità, Levi esprime il rischio della ripetizione di quel destino tragico in un pensiero di rara profondità. Auschwitz, dichiara in un’intervista del 1984, «è il frutto di una civiltà in cui noi siamo inseriti, anche se il nazismo era un ramo degenere di questa civiltà; è il frutto di una filosofia dell’Occidente a cui tutti abbiamo messo mano, a cui abbiamo collaborato in qualche modo». È la filosofia, diremmo noi, riconducibile al principio della necessaria priorità del negativo. Pertanto, continua lo scrittore torinese, «non è detto che la vittima sia pura, sia totalmente esente da colpa». Ed è quello cui effettivamente assistiamo in questi giorni di guerra.

Il fatto è, ammonisce infine il testimone in un’altra intervista del 1983, è che anche nei nostri Stati moderni e tecnologicamente avanzati, quel rischio «può rinnovarsi, non dico che debba rinnovarsi, ma che lo possa sì, questo lo vedo e lo temo». Oggi questa possibilità si è fatta più concreta, perché, dopo nemmeno un secolo dal 1945, le ruote spanate della politica e della storia si sono rimesse a girare al contrario. L’esito non potrà che essere la ricreazione di mondi alla rovescia. Urge pertanto una nuova forza d’opposizione che sappia trarre alimento dallo spirito della Resistenza, per ripristinare il diritto, l’eguaglianza, la giustizia e la libertà, senza di cui non potrà mai esserci pace.

Gli autori

Franco Di Giorgi

Ha Insegnato per due decenni filosofia e storia presso il Liceo scientifico "A. Gramsci" di Ivrea. La sua riflessione si muove tra filosofia (Aporia, 2004), memorialistica (concentrazionaria e resistenziale) (Lettera da Mauthausen e altri scritti sulla Shoah, 2004; A scuola di Resistenza, 2006), esegesi biblica (Giobbe e gli altri, 2016; Il Luogo della Vita. Riflessioni sul Vangelo di Tommaso, 2018) ed estetica (letteraria e musicale) (Tolstoj, Flaubert, Rilke, Proust, Ibsen, Pergolesi, Vivaldi, Beethoven, Rachmaninov, Mahler). Tra le riviste che hanno ospitato i suoi scritti: Testimonianze, Fenomenologia e Società, Paradigmi, Interdipendenza, Nuova Rivista Musicale Italiana, Israel, Historia Magistra...

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