La cultura in trincea

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In merito all’esame di Stato, si è fatto un gran parlare della traccia sulla nazione di Federico Chabod e di quella sulla storia di Oriana Fallaci, mentre è passato inosservato un brano di Mario Isnenghi, proposto alla sessione suppletiva della Maturità, incentrato sulla trincea che, durante la Grande guerra, è assurta a un ruolo di formazione di una coscienza psicologica e linguistica dei soldati, sebbene non ci fossero più “intimità e privato” tra i combattenti.

A ripensarci, l’immagine della trincea è per noi davvero significativa: in parte, perché purtroppo questi tipi di camminamenti vengono scavati ancora oggi e costituiscono la linea del fronte del conflitto in Ucraina; in parte, perché la trincea costituisce invece, in chiave figurata, il portato di una resistenza intellettuale contro una certa strumentalizzazione della cultura dei nostri tempi. È quest’ultimo aspetto che ritengo foriero di sviluppi: oggi siamo circondati da presunte figure di addetti alla cultura che non hanno invece le competenze loro richieste, di giurati che non leggono i libri, di personaggi conosciuti che fanno ricorso a un uso sdoganato di linguaggi ed espressioni che nessuno di noi si sognerebbe mai di adoperare in un contesto pubblico. Tutto questo perché ora tali “addetti alla cultura” cavalcano la scia di un’onda che ha portato non solo la destra al governo ma ha preteso un ricambio delle classi dirigenziali e intellettuali, ree soltanto di essere il semplice retaggio di chi c’era prima al governo, tralasciando il fatto che queste ultime si trovavano in quelle posizioni apicali perché adatte e competenti per quei ruoli. Ciò a cui si fa riferimento va ben oltre lo spoils system perché si tratta di una grama lottizzazione che vorrebbe ammantarsi dell’apparenza di egemonia culturale: aspirazioni vane, ben lontane da quell’orizzonte gramsciano che ritroviamo nei Quaderni dal carcere.

Questo è il motivo per cui la trincea assume, ai nostri occhi, una valenza simbolica: non per difendere la “cultura di qualsivoglia nazione” all’interno di confini che appaiono sempre più anacronistici, ma perché la storia, sì, proprio la storia, insegna a resistere durante i periodi bui e mantenere saldi i propri ideali, nonostante l’arrivo dei nuovi “dominatori”. Ideali per noi indiscutibili, con i quali tramandare i principi di accoglienza e inclusività, di europeismo e cosmopolitismo senza frontiere e di un esercizio critico da coltivare in ogni futura generazione. Perché la stessa storia ha insegnato che l’incapacità, a qualsiasi livello, prima o poi si ritorce contro quegli stessi che l’hanno sbandierata come pluralismo e si converte in modo ineludibile, come sanno tutti i veri uomini di cultura, nel grottesco, se non nel ridicolo tout court.

Ma, forse, la vera differenza tra gli intellettuali puri e i loro incapaci epigoni è data dalla passione, la quale a sua volta non può che tramutarsi in ispirazione: quella che anima i primi, spingendoli a grandi risultati di pensiero e di ricerca, diventa invece nei secondi maldestra volontà di somiglianza oppure goffo tentativo di emulazione e, il più delle volte, invidia latente. Lo dice anche, con parole chiarissime, una grande poetessa: «L’ispirazione non è un privilegio esclusivo dei poeti o degli artisti in genere. C’è, c’è stato e sempre ci sarà un gruppo di individui visitati dall’ispirazione. Sono tutti quelli che coscientemente si scelgono un lavoro e lo svolgono con passione e fantasia. Ci sono medici siffatti, ci sono pedagoghi siffatti, ci sono giardinieri siffatti e ancora un centinaio di altre professioni. Il loro lavoro può costituire un’incessante avventura, se solo sanno scorgere in esso sfide sempre nuove. Malgrado le difficoltà e le sconfitte, la loro curiosità non viene meno. Da ogni nuovo problema risolto scaturisce per loro un profluvio di nuovi interrogativi». La citazione è quella di Wisława Szymborska, tratta da Il poeta e il mondo, in Vista con granello di sabbia. Poesie 1957-1993, in cui la celebre poetessa polacca «elogia i lavori che richiedono passione e fantasia», come da dicitura della traccia ministeriale. Infatti, si tratta anche in questo caso di un altro spunto sottoposto all’attenzione dei maturandi nella sessione suppletiva di quest’anno. Peccato, però, che coloro a cui è stata sottoposta questa riflessione siano stati i pochi candidati della sessione suppletiva e non, come magari ci si sarebbe auspicato, la stragrande maggioranza dei nostri ragazzi alle prese quest’anno con la prima prova dell’esame di Stato. Peccato, davvero.