Fare memoria

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Cosa significa fare memoria in modo propositivo, cioè trasmettendo un sistema di valori, di idee, di modi di agire, che possa orientare nelle scelte e guidare a riconoscere, e denunciare opponendo resistenza, i carnefici e gli indifferenti nel mondo? Me lo sono chiesto incrociando lo sguardo di migliaia di ragazzi e ragazze che partecipano alle attività di formazione o a un laboratorio a scuola, all’inaugurazione di un nuovo Giardino dei Giusti, a un incontro al Salone del Libro di Torino, o ancora durante l’assemblea plenaria di restituzione nell’aula magna dell’Università di Cracovia al termine di uno dei viaggi di Comunità di Memoria (percorso che nasce dalla comunione di intenti e dalla conseguente collaborazione tra diverse realtà che, ognuna con le sue peculiarità, organizzano, da anni, progetti culturali sul tema della memoria storica in Europa e che hanno nella loro missione l’attivazione di cittadinanza scegliendo come protagonisti i più giovani).

C’è in corso un vivace dibattito sul perché e sul come continuare a fare (e a parlare di) memoria. Come parlarne oltre alle giornate celebrative, cercando di ridare spazio e strumenti all’insegnamento della storia, se dalle competenze storiche dipende anche la capacità di comprendere la realtà sociale: decifrando il passato si formano gli strumenti e il vocabolario per l’interpretazione del presente e la costruzione del futuro.

La memoria deve servire ad acquisire consapevolezza: la consapevolezza dei processi storici che hanno permesso che Auschwitz accadesse, la consapevolezza di quanto sia fragile la democrazia, di quanto facilmente possa cadere e di quanto in basso. La Shoah ha insegnato che i carnefici possono portare a termine il loro lavoro solo se la maggior parte della popolazione resta indifferente e non si oppone, se rifiuta di porsi il problema della propria responsabilità. Acquisire questa consapevolezza «deve portare a un’assunzione di responsabilità, altrimenti ci chiediamo a cosa serva», come afferma Piotr Cywiński, direttore del Memoriale e museo di Auschwitz-Birkenau, nel libro Non c’è una fine (Bollati Boringhieri, 2017) e che, in un incontro al Salone del Libro di Torino, ha ricordato che è più importante sperimentare la memoria che parlarne, indagare i meccanismi del male, osservare come si ripetono ovunque nel mondo chiedendosi: da che parte voglio stare?

Il progetto educativo di Comunità di Memoria pone ancora al centro il tema delle possibilità di ogni persona di agire e della responsabilità personale percorrendo le storie di chi, circondato dall’orrore, è stato capace di compiere atti di coraggio sorprendenti, mettendo anche a rischio la propria vita e/o quella dei propri affetti, anteponendo un bene più grande: quello dell’intera umanità. Le stesse storie che celebriamo nei Giardini dei giusti, come quello di Milano, da cui sono partiti alcuni gruppi di studenti e studentesse in viaggio verso Cracovia, e che sorgono sempre più numerosi sui territori e nei cortili delle scuole, come luoghi sì di memoria, ma anche di incontro e di dialogo, perché quelle storie continuino a ispirare il nostro cammino, promuovendo nuove forme di partecipazione e cittadinanza attiva. La metodologia educativa proposta fa del viaggio esperienziale di comunità l’innesco di dinamiche virtuose. Dinamiche in cui noi adulti dovremmo ammettere le nostre responsabilità di fronte al mondo che lasceremo in eredità, fare la nostra parte mediando e supportando i più giovani, consapevoli che la conoscenza che si trasmette tra persone simili, per età, linguaggi e problemi da affrontare – quindi interlocutori riconoscibili, credibili – è efficace. Così come la rielaborazione, in una comunità di pari, delle emozioni (dolore, tristezza, rabbia, impotenza, speranza) provate (o non provate) durante il percorso, può essere generativa. L’esperienza del viaggio e le potenzialità della peer education sono quindi funzionali alla creazione di un gruppo che diventa, appunto, comunità.

L’obiettivo è che queste Comunità di Memoria siano attivatrici di partecipazione e impegno, con i piedi ben radicati nella conoscenza della storia, consapevoli di aver visto i luoghi teatro della barbarie del secolo scorso e “il” luogo divenuto simbolo di tale orrore, Auschwitz, che ormai trascende la sua storia perché in quel luogo, scrive ancora Cywiński, «l’Europa perse sé stessa». Proviamo a fare memoria senza cadere nella trappola del male unico, irripetibile e incomparabile, come ricorda Gabriele Nissim in un recente articolo, che rischia di non farci comprendere che il male si può ripetere, sia pure in modo diverso, in ogni epoca e che la Shoah dovrebbe essere una lente di ingrandimento per educare la società a prevenire l’odio e altri genocidi. Perché «il male alle persone non si deve raccontare dalla fine, ma dal suo inizio» – come dice ancora Nissim, citando Agnes Heller – e quindi dobbiamo essere consapevoli oggi che il male germoglia nelle parole d’odio, nel disprezzo dell’altro, nel bullismo e si manifesta nella riduzione della democrazia, negli attacchi al pluralismo, nella riduzione degli spazi di partecipazione, nel colpire ogni atto di dissenso.

In questo senso fare memoria è una responsabilità che abbiamo – come individui e come facenti parte di gruppi, associazioni, scuole, istituzioni – chiamati a fare rete, tessuta di valori e intenti comuni, sostenendo e incoraggiando comportamenti sostenibili dal punto di vista etico e ambientale e l’affermazione dei diritti di tutte e tutti; offrendo spazi di partecipazione accessibili, promuovendo azioni e attività che diano seguito al percorso generativo iniziato con l’esperienza del viaggio della memoria, che nutrano la comunità appena formata.

Possiamo farlo camminando insieme sui sentieri partigiani in occasione del 25 aprile, ascoltando le voci della Resistenza o continuando a formarci con la partecipazione a un campo estivo sui temi della pace, dell’accoglienza e dei diritti come quello organizzato da Spostiamo mari e monti nei pressi di Riace. Borghi quasi dimenticati e balzati agli onori della cronaca, perché affacciano su quel Mar Mediterraneo dove, solo negli ultimi 10 anni, hanno perso la vita più di 26.000 persone, in fuga dalla guerra, dalla disperazione, dalla persecuzione, approdi dove vengono sequestrate le imbarcazioni delle ONG e viene arrestato chi vuole salvare, dove la vita delle persone vale qualche voto in più.

Continuiamo a informarci e a viaggiare insieme verso luoghi dove le ingiustizie sembrano prevalere sul senso di umanità, per ribadire che non deve essere per forza così, che possiamo opporci alla barbarie, mettendo in dialogo realtà e persone che provano a farlo, ogni giorno.

Lo scritto riprende un articolo pubblicato nel sito di Gariwo
https://it.gariwo.net/editoriali/da-che-parte-vogliamo-stare-26330.html