Donne di parola

«Donne di parola», ecco una magnifica firma per la raccolta di cinquantanove racconti scritti da donne nell’ambito di un gruppo di scrittura torinese (Donne di parola, Le storie siamo noi, Fernandel, Ravenna, 2023). Non si tratta dell’ennesima antologia “parole di donne” anche se, in qualche modo, un po’ lo è; la peculiarità del libro sta nel fatto che, attraverso quest’affresco di società ambientato in un periodo che spazia tra gli anni del Decennio felice – che felice non era per tutti! – e i due decenni del XXI secolo con il suo corteo di sciagure, diciotto donne scrivono come si sono fatte, e si fanno sempre, le italiane. Scrivono delle lotte private che ogni generazione affronta (rapporti donna/uomo, malattia, morte, identità femminile, lavoro) e di quelle collettive che hanno trasformato il loro paese negli anni Settanta, sulla falsariga di un altro bellissimo libro, L’anello forte di Nuto Revelli (Einaudi, Torino, 19982) che si proponeva di «conservare la memoria e anche il significato» del mondo di ieri (Anna Rossi Doria, Postfazione, ivi, p. 505): in un gioco di specchi, l’assunto di N. Revelli è proseguito, anzi fa da Dna alle storie raccontate.

La matrice Revelli. Nonostante i cambiamenti verificatisi nella società, come il passaggio dal mondo dell’altro ieri a quello di oggi, vale a dire la trasformazione del paese catapultato dalla civiltà rurale dell’altro ieri a quella industrializzata e post-industriale di oggi, oppure lo slittamento da una dimensione nazionale a una dimensione mondiale di cui le migrazioni sono la cartina di tornasole, Le storie siamo noi, segue un filo rosso, l’idea della donna come anello forte, anello che regge nelle lotte perché le donne sono “di parola”, perché sanno fare da mediatrici, come vedremo, e sanno anche mantenere la parola, la loro ma anche quella degli altri. In effetti, come aveva già notato N. Revelli nelle sue inchieste, le donne sono più facilmente protese verso il futuro perché in un certo senso lo “fiutano” e, pur sempre ancorate nel passato, lo agevolano: ogni storia di donna era modestamente un passettino nella storia. Quando, quasi quarant’anni dopo, Claudia Manselli intitola la sua prefazione «Non Storia, ma storie», lei intende significare che anche le storie del libro sono altrettanti passettini, certamente prepolitici, poiché al partito, alla religione, ci sono solo accenni: queste donne saranno mosse da un oscuro senso di rivolta ai modelli («Una legge dello Stato», «A modo suo») che le fa aderire alle dinamiche collettive e le avvia a un ripensamento della vita in società come avviene nelle storie vissute durante la pandemia. Le storie raccontano dunque di un’autonomia mentale, tema caro a N. Revelli, vero e proprio presupposto per l’adesione a un’altra società laica, mossa da solidarietà diverse da quelle del passato, per intenderci con il prete e il partito, cioè una rete di donne, di cui il libro è appunto l’espressione, composta da varie figure – famigliari, amiche, operatrici sociali, insegnanti – che procede al ritmo della storia scandita dalle sue grandi conquiste legali che permettono alle donne di farcela da sole.

La scrittura. Nel titolo del libro c’è appunto l’affermazione, anzi la rivendicazione, di una presa di parola collettiva (forse un’eco del canto popolare «La Lega», molto diffuso in Val Padana tra il 1900 e il 1914: «Sebben siamo donne, paura non abbiam») in prima persona che diventa voce narrante; in tal senso la raccolta segna un salto di qualità decisiva rispetto a L’anello forte; le donne non affidano la loro voce a un interlocutore perché la trascriva ma adesso loro sono in grado di parlare di sé, in prima o terza persona, e di raccontare la storia delle nonne o bisnonne, madri o amiche perfino quella degli uomini. Ormai l’autonomia mentale ricopre lo spazio della scrittura a tutto campo poiché le donne hanno la capacità di superare la loro esperienza individuale per lasciare tracce, orme di un passato – remoto o prossimo che sia – e di disegnare schizzi di un futuro da costruire. Ebbene il libro racconta l’appropriazione dei mezzi espressivi da parte delle donne: chi come la “Carabiniera” ha ricamato il bavaglino della nipotina con il filo di seta («Nascite e prodigi») e ha cominciato così a scrivere la propria storia e quella della bambina; chi come Imma scrive esercizi per i bambini, lettere… («La vocazione di Imma»); sono due esempi che mostrano “vocazioni” vissute da modelli inaspettati (la suocera, l’emigrante): due donne di parola che ai loro tempi, tramite la (pre)scrittura hanno cercato, come pensava N. Revelli, il significato e i valore del loro mondo e la cui esperienza rimane un’orma da ricalcare e dunque da preservare.

Gli autori

Brigitte Maurin Farelle

Brigitte Maurin Farelle, insegnante, titolare dell'Agrégation d'italien, socia e ricercatrice del Centro Studi Piero Gobetti di Torino, ha conseguito il dottorato presso l'università di Aix-en-Provence con una tesi su Natalia Ginzburg.

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