Primo Levi, la minaccia nucleare e la sua rimozione

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C’è un capitolo de I sommersi e i salvati (l’ultimo saggio di Primo Levi, una sorta di testamento intellettuale e di rimeditazione sui tanti possibili insegnamenti che è possibile trarre sulla complessa e sfaccettata realtà sociale che si dava nei lager nazisti) intitolato “Stereotipi”. Scopo di questo capitolo è di fornire delle risposte articolate e problematiche a una famiglia di domande ingenue e indiscrete, ancorché “naturali” e comprensibili, che Primo Levi si sentiva rivolgere di frequente nell’ambito della sua attività di testimone: «Perché non siete fuggiti? Perché non vi siete ribellati? Perché non vi siete sottratti alla cattura “prima”?».

Con la consueta misura, pacatezza e dovizia di esempi che contraddistingue il suo stile di pensiero, Primo Levi tenta di illustrare come e perché quei comportamenti che siamo soliti aspettarci dagli esseri umani non degradati nella loro condizione – il tentativo di evadere dalla prigionia, la ribellione contro l’oppressore e il carnefice, quand’anche disperata –, da esseri umani ancora nel possesso totale o parziale della loro salute fisica e mentale, non si dettero se non in circostanze particolari e limitate, a fronte della massa dei prigionieri ebraici a cui questi comportamenti erano materialmente e psichicamente preclusi. La fame di Auschwitz non è quella di chi ha saltato un pasto, la fuga da Treblinka ha ben poco in comune con un’evasione da Regina Coeli – ci dice Primo Levi – e dobbiamo compiere uno sforzo di attenzione e di immaginazione per non ricondurre troppo facilmente la specificità di un contesto ad altri che solo apparentemente vi somigliano. Tuttavia, nemmeno si può rinunciare allo sforzo, pur condotto con la dovuta responsabilità intellettuale, di trarre da quell’evento storico specifico insegnamenti validi e utilizzabili anche per comprendere, prevenire o agire in altri contesti e processi storici; tentativo a cui Levi stesso non si sottrae.

La questione si fa più densa e decisiva, dal punto di vista della comprensione di una situazione storica e delle sue linee di tendenza, quando dalla realtà del campo di sterminio si va infatti a trattare i lunghi anni che hanno preceduto l’attuazione della “soluzione finale” da parte del Terzo Reich. Come mai, in particolare, centinaia di migliaia di ebrei tedeschi non sono fuggiti prima che fosse troppo tardi? Levi risponde adducendo le niente affatto trascurabili difficoltà materiali dell’emigrazione (esperienza che perciò fu perlopiù appannaggio della borghesia e di ristrette cerchie intellettuali), il trauma psicologico dello sradicamento che questa comportava, il senso di appartenenza alla patria che sopravanzava la condizione di pesante discriminazione subita dagli ebrei tedeschi. Ma soprattutto, a contare, fu il rifiuto di trarre le dovute conseguenze dalla portata del rischio a cui gli scenari in corso avrebbero potuto portare. Scrive Levi al riguardo: «Non che della strage mancassero i segni premonitori: fin dai suoi primi libri e discorsi, Hitler aveva parlato chiaro: gli ebrei (non solo quelli tedeschi) erano i parassiti dell’umanità, e dovevano essere eliminati come si eliminano gli insetti nocivi. Ma, appunto, le deduzioni inquietanti hanno vita difficile: fino all’estremo, fino alle incursioni dei dervisci nazisti (e fascisti) di casa in casa, si trovò modo di riconoscere i segnali, di ignorare il pericolo, di confezionare [delle] verità di comodo». Per rendere più chiaramente il carattere grottesco eppure terribilmente plausibile di questa rimozione, Levi si serve di un aneddoto letterario, tratto da un testo poetico di uno scrittore tedesco di inizio ‘900, di cui sintetizza il contenuto. Cosa che salta agli occhi, e che nel leggere queste pagine ai giorni nostri impressiona non poco, è che a partire da questo aneddoto Levi propone, in forma di domanda aperta, una possibile comparazione fra la rimozione degli esiti ultimi, largamente intuibili, dell’ideologia nazista fin dalla sua affermazione nei primi anni ’30, e il rischio di una immane distruzione dell’Europa causata da una guerra nucleare alla fine del XX secolo:

«Palmström, un cittadino tedesco ligio ad oltranza, viene investito da un’auto in una strada dove la circolazione è vietata. Si rialza malconcio, e ci pensa su: se la circolazione è vietata, i veicoli non possono circolare, cioè non circolano. Ergo, l’investimento non può essere avvenuto: è una “realtà impossibile” […] Lui deve averlo soltanto sognato, perché, appunto, “non possono esistere le cose di cui non è moralmente lecita l’esistenza”.

Bisogna guardarsi dal senno di poi e dagli stereotipi. Più in generale, bisogna guardarsi dall’errore che consiste nel giudicare epoche e luoghi lontani col metro che prevale nel qui e nell’oggi: errore tanto più difficile da evitare quanto è più grande la distanza nello spazio e nel tempo. […] Molti europei di allora, e non solo europei, e non solo di allora, si comportarono e si comportano come Palmström, negando l’esistenza delle cose che non dovrebbero esistere. Secondo il senso comune, che Manzoni accortamente distingueva dal “buon senso”, l’uomo minacciato provvede, resiste o fugge; ma molte minacce di allora, che oggi ci sembrano evidenti, a quel tempo erano velate dall’incredulità voluta, dalla rimozione, dalle verità autoconsolatorie generosamente scambiate ed autocatalitiche.

Qui sorge la domanda d’obbligo: una controdomanda. Quanto sicuri viviamo noi, uomini della fine del secolo e del millennio? E più in particolare, noi europei? Ci è stato detto, e non c’è motivo di dubitarne, che per ogni essere umano del pianeta è accantonata una quantità di esplosivo nucleare pari a tre o quattro tonnellate di tritolo; se se ne usasse anche solo l’uno per cento, si avrebbero decine di milioni di morti subito, e danni genetici spaventosi per tutta la specie umana, anzi, per tutta la vita sulla terra, ad eccezione forse degli insetti. È almeno probabile, inoltre, che una terza guerra generalizzata, anche convenzionale, anche parziale, si combatterebbe sul nostro territorio, tra l’Atlantico e gli Urali, fra il Mediterraneo e l’Artico. La minaccia è diversa da quella degli anni ’30: meno vicina, ma più vasta […]. È puntata contro tutti, e quindi particolarmente “inutile”.

Allora? Le paure di oggi sono meno o più fondate di quelle di allora? Al futuro siamo ciechi, non meno dei nostri padri. Svizzeri e svedesi hanno i rifugi antinucleari, ma che cosa troveranno quando usciranno all’aperto? C’è la Polinesia, la Nuova Zelanda, la Terra del Fuoco, l’Antartide: forse resteranno indenni. Avere passaporti e visti di entrata è molto più facile di allora: perché non partiamo, perché non lasciamo il nostro paese, perché non fuggiamo “prima”?».

Queste righe venivano scritte a metà degli anni Ottanta. L’11 aprile 1987 Primo Levi moriva, probabilmente suicida. Non fece in tempo ad assistere alla stipula, avvenuta solo pochi mesi dopo, del trattato INF che impegnava gli USA e l’allora URSS a rimuovere l’installazione di missili nucleari a media gittata sul territorio europeo, avvenimento che pareva smentire quelle cupe preoccupazioni. Pochi anni dopo, nel 1991, quel trattato fu seguito dagli accordi Start che impegnavano le due superpotenze protagoniste della Guerra Fredda allo smantellamento reciproco della maggior parte del loro arsenale nucleare, cosa poi effettivamente avvenuta negli anni successivi. Nel 2019, a seguito di un reciproco scambio di accuse sul mancato rispetto dello stesso, gli Stati Uniti prima e la Russia poi si sono ritirati dal trattato INF. La validità dell’ultima versione degli accordi Start, siglata nel 2010, scade nel 2026.

Nel 1978, in una delle sue poesie pubblicate pochi anni dopo nella raccolta Ad ora incerta, sempre prefigurando la minaccia di una guerra nucleare, Primo Levi formulava questo appello in versi ai capi di governo: «Potenti della terra padroni di nuovi veleni, / Tristi custodi segreti del tuono definitivo, / Ci bastano d’assai le afflizioni donate dal cielo. / Prima di premere il dito, fermatevi e considerate».

Le “stanze della guerra”, a Washington come a Mosca, non corrispondono verosimilmente alla rappresentazione grottesca che ce ne ha dato Kubrick ne Il dottor Stranamore, ma questo è di per sé a dir poco insufficiente come rassicurazione. Se le popolazioni e le classi subalterne, ciascuna nel punto del mondo in cui sono collocate, non saranno capaci di “considerare” e di muoversi per fermare i rispettivi “tristi custodi del tuono definitivo”, invece di rimuoverne lo spettro considerandolo un’eventualità impossibile, auguri a tutti/e noi. Pare che ne avremo assai bisogno nei tempi che corrono…

Per una simulazione delle conseguenze immediate di una guerra nucleare tra Russia e Nato in Europa cfr: https://youtu.be/2jy3JU-ORpo

Gli autori

Marco Rizzo

Marco Rizzo insegna materie letterarie nelle scuole superiori della Toscana. Si è laureato presso l’Università di Pisa con una tesi sull’opera di Céline. È risultato tra i vincitori delle ultime edizioni del concorso “I giovani nella vita pubblica del paese”, indetto dall’Anpi e dal Comune di Viareggio. Ha pubblicato alcuni scritti di argomento politico e letterario sui portali online Commonware e Mimesis. Prende parte come cittadino a varie iniziative e manifestazioni politiche e sindacali.

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