Isole carcere. Un atlante di pensieri sulla detenzione

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1.

Abbondano le riflessioni sul carcere. Troppe volte sono limitate alla commiserazione del presente detentivo, atteggiamento intellettuale remunerativo a condizione che non si accompagni a una proposta engagé di trasformazione del sistema penitenziario così come lo conosciamo, del volto quotidiano della pena e della sua fisionomia normativa.

Si sottrae a questo destino Isole carcere. Geografia e storia, di Valerio Calzolaio (Edizioni Gruppo Abele, 2022), preziosa mappatura – concettuale prima che geografica – dei luoghi di detenzione in mezzo ai mari, nonché originale prospettiva di approccio alla tematica della punizione. Un progetto culturale inedito, che scava in un terreno fecondo e in qualche modo preparato alla coppia isola/carcere, alla metafora della prigione come isola.

Nell’immaginario collettivo conquistato dalla celluloide quasi ogni evasione è una Fuga da Alcatraz. Non c’è scrostatura di intonaco che non riporti alla mente il cucchiaio-scalpello utilizzato per bucare la prigione da Frank Morris e dai fratelli Anglin nella realtà (11 giugno 1962) e da Clint Eastwood nella finzione (un racconto di entrambe le avventure si trova nella parte seconda del libro: da Alcatraz si parte per un appassionante viaggio tra le isole carcere più significative). Allargando lo sguardo (tendendo l’orecchio), riflessi del binomio si ritrovano nella canzone d’autore italiana. La casa in riva al mare – sublime inno di Lucio Dalla all’amore e alla libertà che non si arrendono al fine pena mai – è quella a cui guarda un ergastolano dalla sua cella: dal carcere si «vedeva solo il mare» e, appunto, «una casa bianca in mezzo al blu», miraggio e sogno di una risocializzazione che si allontana man mano che «gli anni stan passando, tutti gli anni insieme» (inimitabile definizione del tempo senza verso del carcere). Curioso e simbolico che, nel 1971, la canzone esca su un 45 giri insieme a un altro brano dedicato alla più famosa delle isole, Itaca. Carcere e isola sono fenomeni correlati, lato a e lato b dello stesso disco, dritto e rovescio di una medaglia. Mostra di saperlo bene anche il legislatore, che quando vuole punire in maniera più rigorosa, costruire il carcere del carcere, differenziare i regimi, punta tutto sulle isole: «I detenuti sottoposti al regime speciale di detenzione devono essere ristretti all’interno di istituti a loro esclusivamente dedicati, collocati preferibilmente in aree insulari». È l’incipit del comma 2-quater dell’art. 41-bis dell’ordinamento penitenziario.

A questo stretto intreccio tra le realtà e i concetti di isola e di carcere sono dedicati il libro e il progetto di Valerio Calzolaio: «Non si dovrebbe separare la questione delle carceri sulle isole da quella più generale delle carceri, nei suoi numerosi rilevanti profili: il precetto costituzionale, la legislazione penale, il concreto sistema giudiziario, l’amministrazione generale e la gestione dei singoli istituti penitenziari, qualità e quantità della popolazione carceraria, la concreta durata della detenzione e la concreta occupazione degli spazi, la vita materiale e affettiva dei detenuti e delle forze di polizia, la specificità familiare e geografica dell’adolescenza».

2.

Da dove nasce questa «persistente tentazione» dei sapiens di costruire carceri nelle isole e di fare delle stesse isole carceri a cielo aperto?

L’analisi storica e biogeografica che occupa i primi paragrafi del libro ci mette di fronte a un dato inquietante. La scimmia nuda ha in qualche misura copiato dalla biologia evoluzionistica: «il processo di riduzione delle dimensioni di grossi animali (quasi sempre mammiferi) avviene sia sulle isole vere e proprie che sulle isole di habitat (cime montane, foreste residue o inaccessibili, valli marginali, oasi nel deserto)… Noi, Homo sapiens, ci abbiamo aggiunto arte e scienza, sapienza e una maggiore intenzionalità sociale». E così abbiamo capito, da prima che il carcere venisse inventato come pena, che lo spostamento coattivo di singoli e gruppi nelle isole era il miglior modo per ridurre e depotenziare nemici, avversari politici, oppositori, folli, malati, in genere le persone che «il potere dominante nel gruppo considera minacciosi per sé e/o nocivi alla comunità stessa».

Adultere, anche: la figlia maggiore di Augusto, Giulia, subisce la condanna ad insulam, a dimostrazione che «come ogni ecosistema e ogni fenomeno umano, anche l’isolamento detentivo ha una vicenda sessuata», da indagare nei suoi intrecci «con la riproduzione e il patriarcato, con il matrimonio e la famiglia». È anche dalla relegazione per adulterio che inizia la storia dell’isola quale luogo di pena. Una storia che mai si incaricherà di fare troppe distinzioni tra condannati all’esito di un processo e ostracizzati da un regime politico, perché l’isola è funzionale in entrambi i casi. Ne è un esempio l’arcipelago delle Isole Pontine: nel raggio di poche miglia marine un vero e proprio carcere – l’ergastolo dell’isola di Santo Stefano, tra i primi e più puri esempi di architettura panottica rivolta al controllo della mente sulle menti – sta accanto a luoghi deputati all’esilio romano (a Pandataria, l’odierna Ventotene, saranno spedite Giulia, ma anche Agrippina e, da ultima, Flavia Domitilla, rea di conversione al verbo dei seguaci di Cristo) o al confino fascista (Altiero Spinelli a Ventotene, Giorgio Amendola a Ponza, per citarne alcuni).

Al di là delle tipologie del singolo reietto, o delle comunità di isolati, spostare forzatamente esseri umani sulle isole è azione che rende in termini di differenziazione sociale e di gerarchie di potere. Il nanismo dei viventi in quegli ecosistemi diventa nanismo politico degli oppositori e degli avversari ovvero minorità e degradazione dei condannati. Sotto quest’ultimo profilo l’isola lavora davvero «come acceleratore evoluzionistico» e «laboratorio cognitivo» di una sanzione criminale basata sul concetto di sottrazione: punire, nella sua manifestazione oggettiva ed effettiva, significa ancora amputare l’essere umano. Non più di parti del corpo, come accadeva nell’epoca dello splendore dei supplizi, ma di ogni relazione umana autonoma e, nel caso di edifici costruiti su isole, del territorio di riferimento. Il “doppio isolamento” è la migliore metafora di un carcere che, indipendentemente da dove sia costruita la prigione, non si arresta alla privazione della libertà e mira all’incapacitazione della persona.

In questa direzione di approfondimento il libro diventa una potente e originale occasione per ragionare sulla funzione della repressione penale, sul carcere della Costituzione e su quello della realtà, sul paradosso, caro a Radbruch, di (ri)educare i condannati a nuotare nel mare della società tirandoli fuori da quello stesso mare (a proposito di isole), sull’urgenza di un cambio di paradigma. Accanto al progetto di chiusura e trasformazione delle isole carcere – «facciamo parchi sulle isole […] fabbriche di natura o, meglio, fabbriche di vita, ricca produzione ed equilibrata riproduzione delle esistenze dinamiche e sostenibili di ogni fattore biotico» – è come se l’autore suggerisse l’ormai evidente necessità di sperimentare un metodo meno violento e crudele di risolvere i conflitti sociali e di rispondere al crimine. Anche perché «resta il fatto che il carcere non è tanto una risposta alla criminalità quanto piuttosto alla malattia psichiatrica, alla dipendenza da alcol o da droghe, alla povertà disperata»; e, inoltre, produce morte: «non si può omettere di ricordare che negli ultimi venti anni sono morti in carcere circa 3.300 detenuti (età media 45 anni), dei quali oltre 1.200 probabilmente suicidi (età media 41)».

Una versione più ampia dell’articolo può leggersi nel sito di Questione giustizia: https://www.questionegiustizia.it/articolo/isole-carcere-un-atlante-di-pensieri-sulla-detenzione

Gli autori

Riccardo De Vito

Riccardo De Vito, è giudice al Tribunale di Nuoro. Già presidente di Magistratura democratica, è componente del comitato di redazione della rivista Questione giustizia.

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