Salvare la dignità. Piergiorgio Bellocchio e il Diario del Novecento

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Dignità

                        Cherchi Grazia & Bellocchio & Fofi, Milano, 1988, foto di Vincenzo Cottinelli                                                                               

                                                                                        “Ci sedemmo dalla parte del torto perché gli altri posti erano occupati.” (Bertolt Brecht)

Piergiorgio Bellocchio (1931-2022) è stato forse il più disincantato degli intellettuali italiani, di sinistra e non solo. “Cosa faccia Piergiorgio sembra un mistero. Tutti fanno o sembrano fare qualcosa, molte cose. Si esprimono, si manifestano, pubblicano libri, scrivono sui giornali, ricevono premi. Si incontrano, prima o poi, in qualche convegno, serata, presentazione, festival, fiera o salone. Piergiorgio non appare, non compare” ha scritto di lui l’amico Alfonso Berardinelli, suo sodale nella direzione della rivista “Diario”, uscita dal 1985 al 1993, 10 numeri in tutto, ora raccolti in reprint da Quodlibet.

Indipendente, polemico, intransigente. Sono tre aggettivi che Bellocchio vorrebbe poter attribuire a Fortini e che invece definiscono lui, uno degli intellettuali più lucidi e autonomi della nostra storia recente. Anomalo nel panorama, eterodosso e disincantato. Un conservatore di sinistra. “L’unico moralista che valesse la pena di leggere in Italia” diceva di lui Sebastiano Timpanaro (citato da Luca Baranelli in Compagni e maestri). Una cultura profonda e nello stesso tempo enciclopedica. Un’innata tendenza al controcanto. Se dopo i suoi libri e articoli, tutti necessari mai gratuiti, ci fosse bisogno di un’ ulteriore testimonianza, lo prova lo straordinario e corposo (614 pagine) Diario del Novecento, il Saggiatore, attentamente curato da Gianni D’Amo, autore anche di un’utilissima e intensa prefazione, e arrivato in libreria pochi giorni dopo la morte dell’autore, il 18 aprile 2022.(Di D’Amo e sul suo lavoro si può leggere una bella intervista uscita sul giornale “Piacenza sera”)

Il libro raccoglie antologicamente solo una parte (quella degli anni 1980 – 2000) del lavoro serale di Bellocchio. In grandi quaderni (ce ne sono più di duecento) appuntava anche note autobiografiche, da diario privato (considerazioni sul sesso o il casino, lucide descrizioni della propria vecchiaia, osservazioni scherzose, come quella di p.375 sui culi “più giovani, innocenti, spontanei, arguti, spiritosi, simpatici, affettuosi, sinceri, alla mano” dei volti); ma, in maggior numero raccoglieva foto, disegni, citazioni, ritagli di giornale, ritratti, prove letterarie e soprattutto riflessioni e commenti personali. Realizzando così “l’idea di un saggio-rapsodia, che montando vari pezzi a cui avevo pensato separatamente (e ad alcuni anche lavorato), finisce per dare un quadro dell’Italia…” (p.341). E a mo’ di commento due citazioni autoironiche del melodramma: “Madre infelice, corro a salvarti…”  (dal Trovatore) e “Oh Patria, quanto mi costi” (dall’Aida).

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Tamara de Lempicka – 1929

In questa sorta di zibaldone (ma è inevitabile pensare a Montaigne), di “opera aperta” per usare una definizione che certo non gli sarebbe piaciuta, o di “contro-giornale” (come lo definisce a p.324), colpisce soprattutto il rigore morale sostenuto da un’acutissima sensibilità per il kitsch, la sgangheratezza delle mode culturali, lo snobismo da quattro soldi che ha contaminato la cultura della sinistra diventata classe media. E in proposito porta a gustoso esempio le pagine dell’Unità dedicate a una “Conferenza delle donne del Pds” e illustrate con particolari dei quadri di Tamara de Lempicka, “una pittrice non a caso amica di D’Annunzio e recentemente rilanciata da Franco Maria Ricci, editore-profumiere…”. (p.339). Ma talvolta anche esagerando, come quando, a p.314, dopo aver giustamente sostenuto il teatro di Eduardo e la tradizione dei Maggio (“forse l’unica autentica tradizione teatrale italiana”), svilisce poi “certe cose di Strehler e quasi tutte quelle dei vari Squarzina, Ronconi e affini.”

Per non parlare del feroce ritratto di Furio Colombo a p. 243. O dell’insistita, ricorrente polemica contro Eco, “l’infantile lettore di Topolino, il precoce solutore di giochi enigmistici, l’ingegnoso inventore, l’alunno brillante, il vincitore di concorsi e quiz…”, e contro tutto ciò che gli sembra snobismo salottiero o benzina per la deprecata industria culturale. Del resto in un’intervista a Grazia Cherchi dichiara: “Non posso negare di appartenere alla categoria dei moralisti. Come ci sono poeti, romanzieri, filologi ecc., ci sono anche i moralisti.” (p.161)

 

La sua solida cultura umanistica (era stato allievo dei Barnabiti  al collegio San Francesco di Lodi), ormai si potrebbe dire all’antica, e il rigore intellettuale ed etico nella sua scelta di campo gli consentono di denunciare “opportunismo, cialtroneria ideologica, volgarità culturale” della società italiana, a partire dalle superficialità, contraddizioni e défaillances culturali e morali della sinistra. E qui non mancan gli esempi di kitsch spacciato per cultura alta al punto da fargli scrivere amaramente: “Sono convinto che le arti e la letteratura vadano scoraggiate. Se si riuscisse a distogliere dalla poesia e dal romanzo il 99 per cento di coloro che li praticano (non penso tanto ai dilettanti, ma proprio ai professionisti, a coloro che ci campano), sarebbe meglio per tutti, e soprattutto per la poesia e il romanzo. Lo stesso vale per la critica letteraria.” (p.191) E prima,  a p.177, aveva scritto: “Si è cattivi maestri se non si forniscono modelli espressivi rigorosi. L’originalità del pensiero si disperde in assenza del rigore formale.” Sembra abbia letto le opere dei candidati in molti premi letterari di questi anni e buccinati dalle recensioni o dalle classifiche dei libri più venduti… Del resto i suoi scrittori, citando alla rinfusa, sono Herzen, Thoreau, Simone Weil, Orwell, Faulkner, Hemingway, Céline, Rabelais… e tra gli italiani Volponi,  Morante, Fenoglio, Meneghello, in parte Calvino, il primo Sciascia. E naturalmente i grandi dell’Ottocento, a partire da Tolstoj, come risulta anche dagli scritti raccolti inUn seme di umanità, Quodlibet (già segnalato su questo sito).

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Una pagina del diario con un disegno di Alfred Kubin – Demagogia del 1939 (pag. 321)

Un discorso a sé meriterebbero poi le numerosissime illustrazioni (foto, disegni, pitture) che Bellocchio incolla e impagina nel suo “diario”: non pura decorazione o semplice commento al testo, ma parte integrante, dilatazione del suo senso e delle sue tensioni, la parte sommersa del testo che emerge per associazione o per controcanto. Un libro nel libro, l’uno imprescindibile dall’altro, di cui chi legge deve essere grato al curatore e all’editore. In un certo senso anche una sorta di impaginazione elettronica fatta a mano, copia e incolla, da un autore che non ha mai posseduto un computer.

Siamo in attesa del Diario dal Duemila

 

La foto nella homepage è di Vincenzo Cottinelli (https://www.vincenzocottinelli.it/bellocchio-piergiorgio-portraits-61.php)

 

 

Gli autori

Gianandrea Piccioli

"Una lunghissima esperienza alla guida di marchi storici, prima Garzanti, poi Sansoni, più tardi Rizzoli, ancora Garzanti, a settant’anni è considerato uno dei grandi saggi dell’editoria («Ma che esagerazione, sono solo capitato fra le due sedie: dopo i grandi e prima del marketing»), cresciuto alla Corsia dei Servi, l’eretica libreria milanese che negli anni Sessanta mescolava Bellocchio e padre Turoldo. Passo resistente da montanaro, è abituato a scalare le vette impervie di giganti quali Garboli o Garzanti, Steiner o Fallaci. L’editoria che incarna è molto diversa da quella attuale, «per imparare il mestiere non ti portavano a fare i giochi di ruolo in luoghi esotici». Quasi dieci anni fa la decisione di lasciare, «perché il mondo era cambiato e non riuscivo più a intercettare il mutamento». Oggi il suo sguardo appare molto nitido, nutrito di letture meticolose condotte nel buen retiro di Rhêmes o nel silenzio di Casperia, un borgo medievale nell’alta Sabina. «La crisi dell’editoria è una crisi culturale. Si fanno troppi libri, molti anche interessanti, ma oscurati dalla censura del mercato. E soprattutto le case editrici hanno rinunciato a un progetto, a una visione complessiva che suggerisca un’interpretazione del mondo»" [da https://ilmiolibro.kataweb.it].

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One Comment on “Salvare la dignità. Piergiorgio Bellocchio e il Diario del Novecento”

  1. Recensione magistrale, per profondità e sintesi.
    Grazie, Gianni D’Amo
    (col gran dispiacere di non poter correre col computer – il mio – a casa di Giorgio, per fargliela leggere)

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