Ancora l’Ucraina

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Ancora

La crisi consiste appunto nel fatto che il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in q u e s t o interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati”. (Antonio Gramsci)

La guerra in Ucraina sembra ormai essere il tragico incunabulo di un nuovo ordine mondiale. L’infelice invasione putiniana ha contemporaneamente scoperto la solitudine dell’Occidente (tre quarti del mondo sono assolutamente indifferenti alle vicende che ci angosciano), i soprusi degli Stati Uniti, che non riescono più a imporre all’intero globo la loro supremazia e fanno guerre per procura, la debolezza e l’inconsistenza dell’Unione europea, sballottata come un tappo di sughero in un mare in tempesta e prigioniera della NATO (che secondo gli impegni presi con Gorbačëv da Bush padre e dal segretario di Stato James Baker non aveva più ragion d’essere visto che era nata in contrapposizione al Patto di Varsavia, sciolto alla caduta dell’URSS nel 1991; ma già nel 1996 Bush figlio propose all’Ucraina di aderirvi .

 Però, in prospettiva e se non salta tutto prima, forse questo sciagurato assalto putiniano evidenzia anche il declino di una globalizzazione basata, oltre che sulla tecnologia elettronica, su regole imposte dagli Stati Uniti. Il mondo pare (pareva?) avviato verso una struttura multipolare di cui gli Stati Uniti non saranno più il baricentro, che si sta (stava?) spostando verso l’Eurasia, con l’Europa unita al centro, fuori dal modello nordamericano e ponte tra Ovest ed Est. Era il sogno di De Gaulle: un’Europa dall’Atlantico agli Urali. Mai realizzato, purtroppo, ma ancora tanto opportuno. Invece l’Europa, anziché ponte autonomo tra Est e Ovest, è diventata una colonia degli Stati Uniti.

Eppure il sistema massmediatico italiano non se ne è ancora accorto. Se si escludono alcune vituperate eccezioni (sostanzialmente “Il Fatto” e “Il Manifesto”) la stampa italiana compatta (per non parlare della RAI-TV) è appiattita, senza nemmeno il pudore di una vergine sacrificale, sulla vulgata d’ordinanza. E, per fare solo un esempio, a un competente illuminato come Sergio Romano, già ambasciatore a Mosca ma certo non un bolscevico, viene tolta la rubrica fissa domenicale sul “Corriere della sera”, e per salvare la faccia gli si lascia uno spazio a casaccio tra le pagine. (Chi fosse interessato può trovare su Youtube i suoi   interventi e alcuni suoi dialoghi con Luciano Canfora.) E a lui si deve la saggia proposta, naturalmente ignorata, che l’Ucraina diventi uno spazio neutro, come la Svizzera, nel cuore dell’Europa. Invece si vuole piuttosto allargare la NATO a Svezia e Finlandia, provocando così un ulteriore e legittimo irrigidimento della Russia.

Domina anche l’autocensura; del resto chi cerca di resistere e di dare un’interpretazione diversa dalla vulgata, viene dismesso o sbeffeggiato (si vedano il caso Orsini o le censure preventive ai programmi e ai talk-show televisivi: nostalgia del Minculpop?). Non solo: il governo talvolta prende delle misure forse anche anticostituzionali (come a esempio l’invio di armi in Ucraina) senza previe, necessarie, doverose discussioni parlamentari. Cose che fino a poco fa avrebbero creato scandalo. Ma il Presidente Mattarella, già silente di suo, probabilmente ancora prostrato dal doppio trasloco di gennaio, ormai tace del tutto. E i partiti, tutti, patetici come pesci che urtano contro la boccia. Intanto il presidente Biden, quatto quatto, ha emanato il National Defense Authorization Act che intende organizzare “una catena ininterrotta di Stati sentinella armati dagli Stati Uniti che si estende dal Giappone e dalla Corea del Sud nel Pacifico settentrionale fino all’Australia, alle Filippine, alla Tailandia e a Singapore nel Sud e all’India sul fianco orientale della 3  Cina” (Chomsky, Perché l’Ucraina, p.125, Ponte alle Grazie, 2022), preparandosi così a controllare il passaggio da Ovest a Est dell’epicentro del globo sfruttando la sua posizione tra i due oceani, Atlantico e Pacifico.

Si conferma così il sospetto che la libertà dell’Ucraina sia un pretesto per mantenere un’egemonia che si sente periclitante in questo giro del mondo. Costasse anche la sua fine. Quos Deus vult perdere amentat.

Ancora

Gli autori

Gianandrea Piccioli

"Una lunghissima esperienza alla guida di marchi storici, prima Garzanti, poi Sansoni, più tardi Rizzoli, ancora Garzanti, a settant’anni è considerato uno dei grandi saggi dell’editoria («Ma che esagerazione, sono solo capitato fra le due sedie: dopo i grandi e prima del marketing»), cresciuto alla Corsia dei Servi, l’eretica libreria milanese che negli anni Sessanta mescolava Bellocchio e padre Turoldo. Passo resistente da montanaro, è abituato a scalare le vette impervie di giganti quali Garboli o Garzanti, Steiner o Fallaci. L’editoria che incarna è molto diversa da quella attuale, «per imparare il mestiere non ti portavano a fare i giochi di ruolo in luoghi esotici». Quasi dieci anni fa la decisione di lasciare, «perché il mondo era cambiato e non riuscivo più a intercettare il mutamento». Oggi il suo sguardo appare molto nitido, nutrito di letture meticolose condotte nel buen retiro di Rhêmes o nel silenzio di Casperia, un borgo medievale nell’alta Sabina. «La crisi dell’editoria è una crisi culturale. Si fanno troppi libri, molti anche interessanti, ma oscurati dalla censura del mercato. E soprattutto le case editrici hanno rinunciato a un progetto, a una visione complessiva che suggerisca un’interpretazione del mondo»" [da https://ilmiolibro.kataweb.it].

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