“Marx può aspettare” di Marco Bellocchio

image_pdfimage_print

Bellocchio

L’ultimo film documentario di Marco Bellocchio ruota intorno alla figura del suo gemello Camillo, suicida a 29 anni nel 1968. I membri superstiti della famiglia riferiscono i fatti e le proprie reazioni e interpretazioni; Marco parla molto poco, preferendo far parlare spezzoni dei suoi film, e c’è poi una testimonianza fuori dalla cerchia familiare: la sorella di Angela, fidanzata di Camillo. Vi sono anche due tentativi di lettura ex post in chiave psichiatrica (Luigi Cancrini) e religiosa (Virgilio Fantuzzi).

La chiave interpretativa, “rosabella” di questo Quarto potere piacentino, ci viene offerta all’inizio del film: una vecchissima foto del gruppo di famiglia alla quale la cinepresa si avvicina sempre di più, attirata da un particolare che progressivamente arriva ad occupare tutto lo schermo, cioè gli occhi chiusi della madre. Particolare che viene immediatamente ribadito dall’inserimento di uno spezzone da I pugni in tasca, in cui la madre è, per l’appunto, cieca. Una donna che effettivamente aveva di fronte a sé molti dolori familiari dei quali era difficile sostenere la vista, maniacalmente concentrata sulla religione, che non era però causa della sua cecità, bensì strumento. E infatti questa cecità è diventata il tratto di famiglia anche dei suoi figli atei, come ammette il regista stesso, quando dice che ogni fratello ignorava il dolore degli altri familiari per concentrarsi sulla propria sopravvivenza. Il vero tema del film, ha infatti dichiarato, «è non vedere l’altro».

Ugualmente comune era il mentire. Mentire alla madre per proteggerla dal dolore, ma prima di tutto a sé stessi, derubricando la causa del suicidio a delusione amorosa (circostanza qui smentita dalla sorella della fidanzata). Così il regista lo raccontava infatti in Gli occhi, la bocca (1982) e in Sangue del mio sangue (2015), i due film di finzione in cui è adombrata la vicenda. Ora invece c’è una svolta radicale e, se per Bellocchio fare cinema necessita di «coraggio e immaginazione», qui l’immaginazione è quasi assente e il coraggio è totale. Infatti, a differenza dei tanti suicidi messi in scena nel suo cinema (annegamento, salto nel vuoto, colpo di pistola), qui Bellocchio racconta la vera modalità del suicidio del fratello, l’impiccagione, in cui si muore per asfissia. Mai messa in scena prima forse perché era difficile da accettare quello che diceva platealmente: morendo, infatti, Camillo aveva scelto di soffrire di nuovo ciò che aveva vissuto venendo faticosamente al mondo, nato asfittico tre ore dopo Marco, il gemello che fin dall’utero materno gli aveva sottratto spazio e “aria”, per poi toglierglieli definitivamente con la brillantezza intellettuale e il suo precoce successo nel cinema.

Il finale è il riassunto simbolico del film, con l’incontro solo sfiorato tra il regista ottantenne e il per sempre giovane Camillo, sul ponte Gobbo di Bobbio. Film come ponte – in un certo senso l’opposto della cecità –, ma al tempo stesso con la consapevolezza che la parola e la memoria sono «qualcosa che approssima e non tocca».

Marx può aspettare

Francesca Marcellan

Francesca Marcellan si occupa di educazione al patrimonio culturale presso la Biblioteca Statale del Monumento Nazionale dell’Abbazia di S. Giustina; le sue pubblicazioni vertono soprattutto sugli aspetti iconologici dell’opera d’arte, crocevia in cui dialogano immagini, storia, letteratura e filosofia.

Vedi tutti i post di Francesca Marcellan

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.