“Rifkin’s Festival”. Ultime meditazioni di Woody Allen

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La morte

Rifkin’s festival, l’ultimo film di Woody Allen, mette in scena la crisi coniugale di Mort Rifkin, un ex professore di storia del cinema, ora aspirante romanziere, durante una vacanza a San Sebastiàn, per il festival cinematografico. Il titolo gioca sull’ambiguità tra il “vero” festival e quello personale del protagonista, che fa una serie di sogni a occhi aperti, costruiti come doppi di film celebri. Apparentemente è l’ennesima rifrittura, in un olio usato ormai troppe volte, di tutto ciò che “fa” Woody Allen: la cinefilia, l’amore per Parigi e New York, il matrimonio e le sue trappole ecc. A questo livello di lettura il film procede stancamente e annega nella noia, come se il regista si sentisse in dovere di propinare al suo fedele pubblico tutto ciò che quest’ultimo si aspetta.

Buttando via tutto questo ciarpame, invece ciò che resta è la vecchiaia e la morte.

Se la trama, infatti, parrebbe naturalmente ritagliata su di un protagonista in crisi di mezza età, Allen sceglie invece di farlo impersonare a un quasi ottantenne, e non si tratta certo di quel che si suol dire “un bel vecchio”. Wallace Shawn, attore già utilizzato in parti secondarie in tanti suoi film, è basso, con la pancia, il sedere piatto (per non dire inesistente), la testa come quella di una tartaruga e il volto assai poco espressivo, annegato nel grasso e nelle rughe, “sparato addosso” allo spettatore in ricorrenti primi piani.

Rifkin's festival

E tra questo corpo, così sgradevole, e gli altri corpi si frappone sempre una distanza incolmabile, a partire dal letto matrimoniale, così ampio che marito e moglie si trovano sempre a debita distanza, e dal tavolo da pranzo, dove a sedersi vicinissimo alla moglie, occhi negli occhi, è il suo amante e il marito tenta invano di inserirsi nella conversazione. Per tutta la durata del film, nessuno toccherà mai quest’uomo, se non una donna che viene pagata per farlo. Ma non si tratta di una prostituta, bensì di una dottoressa, perché ormai il corpo di Rifkin parla solo attraverso i suoi malesseri psicosomatici, non più con il linguaggio del piacere.

Quello di Rifkin è un nome parlante; si chiama infatti Mort, come la morte in francese, lingua dell’amante della moglie (Philippe Garrel), un presuntuoso e belloccio regista francese di successo, personaggio costruito solo come somma di opposti, perché è tutto ciò che non è (o non crede di essere) il protagonista. E l’unico vero incontro agognato è proprio quello con la Morte, la scena più bella del film. Ed è la morte stessa a negarsi, quando invece il protagonista la implora: «Aspetta, non te ne andare!». La morte è poi anche il paradiso perduto irraggiungibile in uno dei suoi sogni cinematografici. Infatti, in una scena ripresa da Quarto potere, la slitta del bimbo protagonista, che nel film originale si chiama Rosebud (bocciolo di rosa) e rappresenta la felicità perduta dell’infanzia e dell’amore materno, qui si chiama Rose Budnick, ed è il nome di un’amica di famiglia suicida.

Non stupisce che l’ottantacinquenne regista, per dirci queste amare consapevolezza portate dall’età, sia stato costretto a imbastire un’amena favoletta fuori tempo massimo, visto che, come egli stesso rimpiange, lui non è Bergman ed è pagato per farci ridere, preso nello stesso infernale ingranaggio del cinema commerciale (anche se commerciale per intellettuali) che nel film si sforza di deridere.

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Francesca Marcellan

Francesca Marcellan si occupa di educazione al patrimonio culturale presso la Biblioteca Statale del Monumento Nazionale dell’Abbazia di S. Giustina; le sue pubblicazioni vertono soprattutto sugli aspetti iconologici dell’opera d’arte, crocevia in cui dialogano immagini, storia, letteratura e filosofia.

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