La montagna: tra alienazione e abbandono

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Di chi è la montagna? Ormai di chi abita in città e della pubblicità (turistica alimentare idrica). I montanari “indigeni” tendono invece a emigrare in pianura. Di fatto espropriati o colonizzati, culturalmente e socialmente. E che ne è della cosiddetta “montagna di mezzo”? Di quella cioè tra i 600 e i 1500 mt di altitudine (oltre il 74% della superficie montana nazionale, 60.000 kmq su 84.000 complessivi) che si estende dalle basse Alpi e lungo tutta la dorsale appenninica, 7 milioni e mezzo di ettari, vale a dire una superficie maggiore di quelle del Portogallo, dell’Ungheria, o dell’Austria; più del 23% del territorio nazionale.

Di questo territorio, dei suoi problemi, della sua storia e delle sue potenzialità, si occupa il saggio di Mauro Varotto, Montagne di mezzo. Una nuova geografia, Einaudi.     L’autore segue il filone aperto da Antonella Tarpino con i fondamentali Il paesaggio fragile. L’Italia vista dai margini e Spaesati. Luoghi dell’Italia in abbandono tra memoria e futuro. Un libro, questo di Varotto, ampio, documentatissimo, a volte un po’ gergale nella scrittura ma anche con molte pagine che vibrano di passione per il mondo montanaro e per un suo possibile futuro. Ricco di analisi e proposte che, se realizzate, gioverebbero a uno sviluppo diverso del nostro territorio, ma che dubito verranno lette dal fantasioso neoministro della transizione ecologica Roberto Cingolani, che preferisce volare alto.

Qui invece si va sul concreto, rasoterra: siamo su un terreno montanaro, appunto; quindi da percorrere con pazienza e concretezza. Varotto parte dagli inizi del Novecento, quando l’alta montagna cominciò a diventare di moda. In realtà la “scoperta” della montagna è tributaria anche del Romanticismo tedesco e della cultura tedesca in genere (si pensi a esempio agli ambigui movimenti giovanili della Jugendbewegung e dei Wandervogel, che il nazismo cercò poi di assimilare, riuscendoci solo in parte). E alla Wilderness, e alle sue ambiguità, è dedicato un capitolo importante del libro. Per quanto riguarda poi l’alpinismo sportivo e la conquista delle cime gli “inventori” furono soprattutto gli inglesi, come documenta il bellissimo libro di Piero Malvezzi, Viaggiatori inglesi in Val d’Aosta (1800-1860), Edizioni di Comunità, 1972 (ora recuperato da Lampi di Stampa).

Ma il filo conduttore di Varotto è quello della montagna di mezza altezza espropriata da parte della pianura e/o lasciata forzatamente nell’abbandono dai suoi abitanti originari. La tesi di fondo è che la montagna, fino a due secoli fa, era vissuta dai suoi nativi con paziente lavorio e scambi tra alto e medio livello, in una poliedricità di lavori a seconda del terreno e delle stagioni. E si reggeva su “un’economia ibrida: un po’ di commercio, un po’ di agricoltura, un po’ di artigianato, allevamento.” (p.134)

Poi l’Alpe è stata spodestata dai cittadini della pianura, che si sono creati un mondo fittizio (quello del “nonno di Heidi”, dice Varotto) presto sfruttato dalla pubblicità che spaccia come alpine e genuine varie merci (acque minerali, latte, formaggi, specialità gastronomiche) di fatto lavorate, e spesso anche prodotte, in pianura. Ma soprattutto è stata invasa e colonizzata dal turismo cittadino, che l’ha rimodellata a suo uso e consumo con impianti sciistici rovinosi per l’ equilibrio ambientale e per il consumo idrico necessario per sparare sulle piste la neve artificiale (ormai indispensabile per il riscaldamento climatico): “oltre cinquemila chilometri di piste da sci e 1462 impianti di risalita costituiscono l’infrastrutturazione urbana che orienta in termini monoculturali anche le quote più basse, catalizzando gli investimenti su impianti di risalita, ricettività e servizi.” (p.133), tendendo a invadere anche quelle “riserve indiane” che sono ormai i parchi naturali. A questa devastazione monofunzionale vanno aggiunti gli invasi delle dighe per fornire elettricità alla pianura (i più anziani ricordano bene quello del Vajont, causa di una rovinosa inondazione che fece 2.018 vittime; altri sono stati svuotati dopo anni di mezzo servizio, come quello della Valgrisenche, nell’alta Val d’Aosta. Prima rovina dell’ambiente, poi fine tragica o silenziosa). E tuttora sono progettati invasi artificiali à gogo, nonostante le proteste di varie associazioni (a partire dal CAI).

Colonizzata dal turismo vacanziero e cittadino, l’alta montagna si è così depauperata e ormai dipende da due soli settori produttivi (sci invernale e vacanze estive) e nello stesso tempo è stata sottratta agli scambi continui con la mezza montagna, cuscinetto tra l’Alpe e la pianura, e “luogo in cui natura e presenza dell’uomo si risolvono in un tutto armonioso.” (p.86). Per secoli i montanari sono vissuti di scambi tra confini (quelli che la politica chiama “frontiere”) e tra alto e basso, anzi “mezzo”, in un ininterrotto andirivieni di attività e di funzioni. E in proposito uno dei capitoli più interessanti del libro è quello dedicato al tipico “paesaggio intermedio”, cioè al paesaggio terrazzato: piccoli campi, uliveti e vigneti sostenuti da muri a secco, presenti in tutta l’Italia montana: la sola Liguria ne ha per 40.000 km; la Costiera amalfitana 8.000, “equivalenti alla lunghezza della Muraglia cinese.” (p.93) [Sul terrazzamento c’è un bel documentario di Michele Trentini e Marco Romano, Small Land, visibile su  You Tube https://youtu.be/ yLeQeCIpC-s]

A sua volta   la “montagna di mezzo” non ha più il suo referente naturale verso l’alto e rischia di restare prigioniera di un solo settore produttivo e, più spesso, spinge gli abitanti verso la pianura. (Un processo analogo, ma tutto di pianura, avvenne nel basso Veneto e in Emilia negli anni Cinquanta-Sessanta, quando i giovani abbandonavano la campagna per il lavoro in fabbrica nelle città: alienante, ma con la domenica libera, le ferie assicurate, la paga alla fine del mese. E le ragazze preferivano chi andava in città ai contadini    che restavano in campagna… E così si crearono  le   basi   per   l’industrializzazione  e l’inquinamento, il più alto d’Europa,     della pianura padana, un tempo esaltata come “granaio d’Italia”…)

Con modalità diverse ma con esiti analoghi soprattutto per quanto riguarda l’abbandono o lo sfruttamento turistico, si è lasciata decadere buona parte della dorsale appenninica, di per sé cuore vero dell’Italia e grande risorsa agro-pastorale, boschiva, paesaggistica, artistica, gastronomica, disponibile a un turismo generalmente rispettoso. La sciagurata abolizione delle province (si fossero abolite le Regioni, piuttosto!) ha portato in molte zone a un degrado pubblico, specialmente per quanto riguarda la rete viaria e l’ edilizia scolastica. L’altrettanto sciagurata riforma sanitaria ha eliminato ottimi ospedali, peraltro non sostituiti da indispensabili presidi per le urgenze e per il soccorso di routine. E così la valorizzazione dell’Appennino, che potrebbe essere una risorsa preziosa per tutto il paese, è posposta a progetti inutili (il Ponte sullo Stretto, gioioso misirizzi di ogni governo, ora diventato giocattolone per il pupo tosco-arabo…), quasi sempre dannosi per l’ambiente e il territorio (TAV, Pedemontana lombarda, nuovi impianti sciistici approvati su montagne ormai senza neve ecc ecc).

E sia per malinteso ecologismo sia per trascuratezza si è abbandonata in molte montagne alte medie e basse la cura dei boschi. Nel 2020 in Italia la superficie forestale è arrivata a 11,4 milioni di ettari, quasi il 40% della superficie nazionale: boschi e foreste che hanno invaso montagne abbandonate e che già oggi danno lavoro a 100.000 persone, ma che andrebbero gestiti e utilizzati su tutto il territorio nazionale. Un’altra risorsa negletta in nome dello sviluppo di rapina e spartitorio. Vogliamo mettere con una bella ammucchiata di grattacieli alla Dubai? E con un bel centro commerciale nella piana del Tevere, proprio sotto il monte Soratte?

Montagna

Gianandrea Piccioli

"Una lunghissima esperienza alla guida di marchi storici, prima Garzanti, poi Sansoni, più tardi Rizzoli, ancora Garzanti, a settant’anni è considerato uno dei grandi saggi dell’editoria («Ma che esagerazione, sono solo capitato fra le due sedie: dopo i grandi e prima del marketing»), cresciuto alla Corsia dei Servi, l’eretica libreria milanese che negli anni Sessanta mescolava Bellocchio e padre Turoldo. Passo resistente da montanaro, è abituato a scalare le vette impervie di giganti quali Garboli o Garzanti, Steiner o Fallaci. L’editoria che incarna è molto diversa da quella attuale, «per imparare il mestiere non ti portavano a fare i giochi di ruolo in luoghi esotici». Quasi dieci anni fa la decisione di lasciare, «perché il mondo era cambiato e non riuscivo più a intercettare il mutamento». Oggi il suo sguardo appare molto nitido, nutrito di letture meticolose condotte nel buen retiro di Rhêmes o nel silenzio di Casperia, un borgo medievale nell’alta Sabina. «La crisi dell’editoria è una crisi culturale. Si fanno troppi libri, molti anche interessanti, ma oscurati dalla censura del mercato. E soprattutto le case editrici hanno rinunciato a un progetto, a una visione complessiva che suggerisca un’interpretazione del mondo»" [da https://ilmiolibro.kataweb.it].

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