Bill Gates, la riparazione del mondo e il filantrocapitalismo

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1.

La prima foto del libro di Bill Gates Clima. Come evitare un disastro: le soluzioni di oggi, le sfide di domani (La nave di Teseo, 2021), lo ritrae, tra Justin Trudeau e Barack Obama, insieme ad altri 14 capi di Stato e di governo, a Parigi nel 2015 al Cop 21. Bill Gates è molto a suo agio; gli altri, chissà. Nel volume spiega assai bene il suo ruolo e le sue semplici intenzioni. Dice di voler prendere in considerazione soltanto due numeri per costruire un nuovo miracolo, dopo il primo, quello realizzato nella parte finale dello scorso millennio, la microsoftizzazione del mondo. Il nuovo prodigio è l’eliminazione del gas serra in eccesso. Un procedimento assai semplice, basato sui due numeri che tutti dovrebbero conoscere nel loro significato e che nei fatti molti ignorano. I due numeri sono cinquantuno e zero. Bill Gates è la semplicità fatta persona. Le sue formule sono di facile lettura. Veniamo a sapere dalla nostra guida che per arrivare a zero emissioni, livello indispensabile per proseguire indefinitamente la vita umana sul Pianeta, bisogna eliminare cinquantun miliardi di tonnellate di anidride carbonica equivalente ogni anno, fino a metà secolo. 51 miliardi di tonnellate sono il carico di inquinamento che mettiamo insieme, anno dopo anno, con scarsi cambiamenti. Una volta che gli scienziati, d’accordo o quasi, indicano l’obiettivo che consiste nell’arrivare a metà secolo senza più emissioni di CO2, si discute su come fare. Si potrebbe – è una prima ipotesi-soluzione – ridurre il più possibile ogni anno, cercando di avvicinarsi all’obiettivo finale poco per volta. L’errore è di puntare a risultati parziali, accontentarsi, sprecando le forze, con il rischio di fare passi indietro, aumentando una carica fossile per risolvere un altro problema e rendendo più difficile, se non impossibile, la vittoria finale. 

Il suggerimento di Bill Gates è diverso. Egli comincia a mettere in luce le varie parti del problema. Insiste sul fatto che si tratta di riuscire a cancellare tutte insieme le diverse emissioni a fine periodo: 51 miliardi da rimuovere totalmente nel 2050. Il gas serra è causato, per il 31 per cento dalla produzione industriale, per il 27 per cento dalla produzione di energia, mentre il 19 per cento è in conto all’agricoltura, in gran parte conseguente alla deiezione di animali negli allevamenti, poco meno ai trasporti che arrivano al 16 per cento; infine c’è la temperatura: sfuggire all’eccesso di caldo-freddo conta per il 7 per cento. 31 + 27 + 19 + 16 + 7 è appunto pari a 100. Il gas serra è tutto qui. Il conto non è frequente in altri testi, ammesso che qualcuno che se ne sia dato pensiero esista.  

Come si è accennato, in questa specie di gioco è proibito risolvere il problema di una fonte di gas serra raddoppiandone un’altra, o comunque a spese di un’altra. Finora il problema dell’eliminazione totale non era in calendario, oppure era rimandato a una data da destinarsi. Si tratta dunque di operare con ogni scienza, coraggio e determinazione possibile verso l’unico risultato. Non esiste nel pensiero di Gates una quasi vittoria o un’eroica sconfitta; i dettami della Comunità europea sono: fine gas-serra nel 2050. O si porta a casa tutto il risultato, oppure si è fuori, eliminati dal tabellone del mondo. L’invenzione di Gates è di suddividere le varie azioni che comportano un aumento di emissioni per trattarle una per volta, poco alla volta e ottenere alla fine il risultato atteso. Quel che serve – aggiunge più in là – è di saper mettere insieme attività e spesa pubblica, capitale privato, mercato, ricerca: chi è capace di fare tutto questo? Io, Bill Gates, un’idea l’avrei.

Un concetto base è il Green premium. Si tratta della differenza di prezzo tra un bene di origine fossile (o che comprende nella sua produzione o messa in opera un componente fossile) e un bene alternativo, sostituibile, dal carattere naturale o green. Si faccia uso di sole, vento, caduta d’acqua, maree, il prezzo è sempre calcolato in dollari veri, nel mercato americano. Dollari e America sono senza dubbio un primario interesse di Gates. Per esempio (è il primo esempio proposto): «Negli ultimi anni il prezzo medio al dettaglio per un litro di carburante per jet negli Stati Uniti è stato di 0,58 dollari. I biocarburanti avanzati per jet, nella misura in cui sono disponibili, costano in media sul mercato 1,41 dollari al litro. Il green premium per il carburante a zero emissioni è quindi la differenza tra questi due prezzi, ossia 0,83 dollari. Si tratta di oltre il centoquaranta per cento». Per recuperare la differenza si deve agire, tagliando ogni costo di produzione del biocarburante. Inventando nuove formule agricole, nuovi concimi (naturali, altrimenti il gioco torna al punto di partenza o arriva la squalifica), nuovi spazi, anche in pianure dislocate in continenti lontani. Se si taglierà un ciuffo di alberi, pazienza, purché non salti il conto del jet naturale. Si fonderanno e affonderanno società e imprese; tutto in vista del desiderato green premium da ottenere, pareggiando i costi dei due carburanti, quello del jet all’antica e il bio delle nostre speranze. La forza del discorso di Gates è quella di sapere mettere insieme pezzi di culture, innovazione scientifica, acutezza imprenditoriale privata, visione finanziaria, potere politico. Il tutto moltiplicato per cinque – i cinque schemi dell’effetto serra – e poi per cento, le cento voci di una produzione agricola e/o industriale. Per fare il calcestruzzo serve il cemento… Come si ottiene il cemento, quali materie si utilizzano, quanta energia elettrica serve, quale energia elettrica si usa… . Il tutto, nel testo di Bill Gates è ordinato, ben scritto, facile. Il rischio è di dargli ragione, di credere quel che dice; vero o non vero che sia, è così piacevole, così accattivante…

Leggiamo un testo assai sincero. Talvolta l’autore strizza l’occhio al lettore, scherzando sulle sue ricchezze, sui molteplici interessi, sulle società di frequenti settori che controlla; e allora si può capire che non abbiamo di fronte soltanto un ricco che dice la sua, ma il caso è di un uomo potente che finanzia e controlla decine d’imprese che agiscono all’unisono per superare i problemi ambientali, o almeno quelli individuati da una Fondazione Gates. Quando Bill Gates assicura che il problema dell’acqua potabile per tutti è risolvibile desalando l’acqua del mare, qualora si abbia a disposizione un’elettricità naturale e poco cara, rischia di distorcere ogni altro indirizzo. Il suo stesso impegno, lodevole, di trovare modi per ripulire l’acqua usata in una comunità, un tema su cui ha spesso insistito in altre occasioni, viene immiserito. Se è tanto facile fare così, allora diamoci da fare e portiamo acqua lavata, con grandi navi, senza badare ad altro …

Non si tratta solo di miliardi ma di molte imprese sue citate. Per fare soltanto un rapido florilegio, Gates cita sue disparate società o iniziative, tutte ambientali, tutte capaci di orientare la ricerca internazionale, alle pagine 136, 144, 187, 200, 272 (in realtà qui si limita a spiegare soltanto allo Stato – a qualsiasi Stato – come comportarsi per investire nella ricerca e stimolare gli investimenti privati); e per continuare l’elenchino, alle pagine 275, 297. Citeremo quest’ultima, non perché sia l’ultima in assoluto ma perché è piuttosto indicativa: «Nessuna centrale nucleare di nuova generazione verrà mai costruita a meno che la validità del progetto possa essere certificata, le catene di produzione messe in piedi e un progetto pilota costruito per offrire una dimostrazione del nuovo sistema. … Mi rendo conto che la mia opinione potrebbe sembrare interessata, dato che possiedo una società di impianti nucleari di nuova generazione, ma questo è l’unico modo in cui l’energia atomica avrà una chance di aiutarci con il cambiamento climatico». Insomma: l’unico modo sono io.

2.

Una fotografia di Bill Gates campeggia anche sulla copertina del libro di Nicoletta Dentico Ricchi e buoni? Le trame oscure del filantrocapitalismo (Emi, 2021), uno studio sulla natura dei vari Rockefeller, Carnegie e Bezos, e di tutto quello che fanno e travolgono. A ben vedere il saggio si occupa soprattutto di lui, Bill Gates, l’odierno prototipo del miliardario, cui dedica l’importante capitolo centrale di un’ottantina di pagine con il titolo «Il monopolio filantropico di Bill e Melinda Gates». Dentico probabilmente completa il suo libro prima di aver potuto leggere lo scritto di Gates sopra indicato; anche se non è del tutto sicuro l’inverso; cioè che Gates non fosse al corrente, se non di Ricchi e buoni?, almeno della contestazione abbastanza diffusa contro il filantrocapitalismo; e che a suo modo intendesse dare una risposta agli attacchi contro la sua linea di condotta.

Dei super ricchi si è molto discusso, negli ultimi tempi; e la discussione riparte ogni anno, a gennaio, in occasione del jamboree dei ricchi a Davos, sulle Alpi svizzere, con la partecipazione dei grandi personaggi della politica mondiale, disposti tutti a fare la passerella. Le associazioni umanitarie e le rinomate banche svizzere di appoggio, rifanno i conti in quell’occasione e descrivono quanto gli ipericchi abbiano guadagnato in miliardi di dollari, ciascuno e collettivamente (nel loro collettivo di ipericchi) e come superino per reddito e ricchezze, guadagni ed entrate tot miliardi di famiglie umane. I capi di Stato in passerella gradiscono gli applausi e la possibilità di discutere quasi da pari a pari con i veri signori della terra e del dollaro. Quella di Dentico è la critica più ficcante pubblicata in Italia su quest’aspetto del mondo d’oggi: la sudditanza della Politica e del Sistema Pubblico, invitati a Davos dagli straricchi del globo. Tra le cose che Dentico annota una le appare insopportabile: «Sì, perché mentre ai miliardari tradizionali basta comprarsi un’isola per essere felici, Bill Gates ha puntato a comprarsi un’intera agenzia dell’Onu. La cosa gli sta riuscendo, ma la cosa ancora più grave è che la comunità internazionale glielo permette». (pp. 155-56)

Dentico conosce bene l’Oms e non sopporta di vederla trasformata e indebolita. Crede nel ruolo di baluardo mondiale contro le malattie e le povertà che l’istituzione potrebbe e dovrebbe svolgere e il fatto che per tre volte in dieci anni Gates sia chiamato a svolgere il discorso inaugurale a Ginevra, all’Assemblea dell’Oms, le appare come un segno di debolezza istituzionale. È una sorta di cedimento alle scelte – impopolari, per gran parte dei suoi addetti e ricercatori e per molti dei paesi rappresentati – che l’Oms è costretta ad assumere per il peso dei finanziamenti dei coniugi Gates e del consenso che essi sono riusciti a guadagnarsi. «I Gates cominciano a interessarsi di malaria … Al forum della Fondazione (dei Gates) nel 2007, Melinda Gates lascia di stucco la comunità scientifica impegnata sulla malaria, sfidando la strategia del controllo e lanciando l’impegno a debellare la malattia. A dispetto dello scetticismo di numerosi ricercatori […] i Gates cominciano a iniettare verso questo obiettivo talmente tanti soldi – un miliardo di dollari in progetti per la ricerca entro il 2007 – da silenziare la comunità scientifica, con poche eccezioni. Senza consultarsi con i suoi esperti la direttrice dell’Oms Margaret Chan aderisce immediatamente alla strategia dei Gates» (p. 159).

La demolizione del progetto pubblico, della scelta da farsi tra pubblico o privato: chi decide, cosa si fa prima e cosa dopo, chi fa cosa, dove si fa, come si fa. Questa in precedenza era una scelta pubblica e comune, pur considerato il peso diverso dei vari Stati presenti nell’Oms: ora si tratta di scegliere tra una linea affidata alle persone indicate, in sostanza, da Bill e Belinda Gates o una linea della solita burocrazia, tanto criticata o malvista in più di una capitale importante. Il capitale fresco dei Gates e dei miliardari che essi sono riusciti a coinvolgere diventa un aiuto, una spinta troppo forte per farne a meno. Così di accettazione in accettazione, di cedimento in cedimento la struttura pubblica (l’Oms come caso tipico) diventa un soggetto pubblico-privato nel quale l’azionista Gates, attraverso sue società e imprese collegate, finisce per avere potere di veto e di nomina. Quando si è d’accordo con lui e la moglie, il percorso è assai meno accidentato; tutto scivola meglio… Sì, ma quale percorso? Il caso che si è ripetuto negli ultimi lustri riguarda soprattutto i vaccini, un tema all’ordine del giorno nell’attuale pandemia. C’è uno schizzo di fango contro i Gates che propugnano Il decennio dei vaccini. Essi avrebbero organizzato un micidiale attacco di virus in Brasile, con milioni di morti, per convincere il mondo alla necessità di una vaccinazione universale. Come spesso avviene per le false informazioni, anche questa sciocchezza ha preso piede; possiamo immaginare quanto questa calunnia abbia infastidito Dentico che pur favorevole ai vaccini, non smette di ragionare; è convinta che affidare tutto ai vaccini, trascurando il resto, sia una cattiva politica sanitaria, soprattutto là dove l’acqua è sporca ed è rilevante la mortalità infantile per diarrea e polmonite. Anche nelle ricche plaghe del nostro occidente, a fianco e prima dei vaccini servono mascherine, distanziamento e lavaggio frequente delle mani.

Si è saputo inoltre che il famoso competitore di Bill Gates come uomo più ricco dei ricchi del mondo, Warren Buffett, ha fatto una donazione di decine di miliardi di dollari alla Fondazione di Bill e Melinda Gates. Insomma, Buffett (l’oracolo di Omaha), li ha capiti. In cambio, la Fondazione si è sdoppiata. Quella principale, diretta dai due coniugi, agisce nei suoi quattro interessi principali «sviluppo globale, salute globale, politica e advocacy globale, programma negli Stati Uniti». L’altra si occupa, sotto la direzione di Buffett, d’investimenti finanziari. Secondo il principio ispiratore dei Gates, il più capace va messo al comando. Non è difficile intendere che ciascuna delle due Fondazioni è il puntello dell’altra; e si moltiplica così il potere dei due e dell’altro, senza contrasti di sorta. Tutte le donazioni dei potenti della Borsa universale pioveranno sulle iniziative sanitarie supportate dai Gates. D’altra parte, chi arrischierà i suoi dollari in un’attività sanitaria su cui i Gates gettano il loro potente discredito? 

3.

La fine della storia dei Gates – una fine possibile – è stata descritta da James G. Ballard nel 1962. Ma cosa mai poteva sapere Ballard di Bill Gates che era allora un ragazzo di belle speranze e poco più? Quando Microsoft non esisteva ancora, mentre gli elaboratori allora in uso erano lunghi metri e metri e larghi in proporzione? Chi mostra tali perplessità non tiene conto delle capacità predittive della fantascienza. In un breve racconto Il giardino del tempo (Mercury Press Inc. 1962; ora in Incubo a quattro dimensioni, Oscar Fantascienza Mondadori, 1978), Ballard ci informa della storia di un certo conte Axel e della sua bellissima moglie. Essi vivono, forse isolati, in una sorta di perfetta Villa Palladiana, circondata da un giardino fatato e separato dal resto del mondo che, nella prima descrizione, non esiste quasi: potrebbe essere una piana senza alcuna caratteristica di rilievo, una terra desolata. Ben diverso il giardino di Axel. Le piante, i fiori, le luci, il panorama, il cielo, il sole che illumina al crepuscolo il giardino del tempo: tutto è fatato, di bellezza sublime. Entrambi i coniugi però capiscono – sanno – che la fine è vicina. L’incantesimo continua, con l’uso di uno dei fiori luminosi nel giardino. Ormai ne sono rimasti ben pochi. La fine si avvicina. I boccioli faranno a tempo a crescere, si allungheranno un po’ i tempi, oppure si dovranno usare, per rallentare la fine, soltanto i pochi fiori già maturi? Il conte Axel si chiede questo, mentre, forse ignara, la moglie suona musiche meravigliose di Mozart e Bach. Lontano, sempre meno lontano, c’è un popolo che si avvicina, attraversa la terra desolata, supera le alture, e aumenta di continuo, trascinando le sue miserie; ormai è a ridosso della villa di Axel. Le luci dei fiori fatati che prima avevano la capacità di fermare per una notte il movimento della carovana, sono oramai alla fine. Il conte Axel accende l’ultimo fiore di cristallo che brucia in un attimo; per un attimo la folla si arresta, ma ormai ha imparato, questa volta non si ritira; poi, subito si avventa alla muraglia protettiva, distrugge la Villa Palladiana, brucia anche la spinetta dal meraviglioso suono; qualcuno se ne servirà per scaldarsi. Migliaia di persone scavalcano le rovine. Tutto è distrutto; rimangono soltanto i due coniugi, il conte Axel e la moglie, abbracciati in modo inseparabile, divenuti statue di pietra, in un boschetto di rovi. 

L’articolo è tratto dal sito di Sbilanciamoci!, con cui è in atto un accordo di collaborazione

Guglielmo Ragozzino

Guglielmo Ragozzino scrive attualmente su "il manifesto" e cura l’edizione italiana di "Le Monde diplomatique" e dei testi collegati, come gli Atlanti su geopolitica e ambiente. È stato redattore di "Problemi del socialismo", la rivista di Lelio Basso, ha poi diretto "Fabbrica e stato", rivista della sinistra sindacale e in seguito "Politica ed Economia". Ha curato la pubblicazione di "Cent’anni dopo, dialogo sulla Cgil tra Vittorio Foa e Guglielmo Epifani" (Einaudi, 2006) e inoltre ha scritto insieme a Gb Zorzoli un libro sul petrolio, "Un mondo in riserva" (Franco Muzzio Editore, 2006).

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One Comment on “Bill Gates, la riparazione del mondo e il filantrocapitalismo”

  1. immaginiamo un pianeta nel quale esistono gli stati che garantiscono i servizi essenziali con i proventi delle tasse riscosse. fra questi servizi primeggia la salute pubblica.

    immaginiamo che a un certo punto alcune persone diventino talmente ricche da detenere patrimoni enormi, molto oltre la loro capacita di spesa, in termini di migliaia di miliarid di dollari.

    immaginiamo che queste persone poi finanzino le campagne elettorali, dove poi gli eletti (guardacaso) lasciano continuare i loro monopoli e garantiscono una imposizione fiscale sempre piu bassa ai loro sponsor elettorali.

    glii sponsor diventano sempre piu ricchi e sempre piu influenti, anche nella politica, anche negli stati piu importanti del pianeta.

    in quel pianeta a un certo punto, a forza di alleggerire il carico fiscale dei multimiliardari, le casse dello stato si svotano e vengono a mancare le risorse per finanziare servizi essenziali, per esempio l’organizzazione planetaria della sanita. chiamiamola cosi.

    deus ex machina, spunta da dietro le quinte proprio uno dei multimiliardari che hanno risparmiato miliardi di tasse che ora mancano allo stato e che lui si dice disposto a investire “per salvare il mondo”.

    per un afflato di filantropia, decide di finanziare l organizzazione planetaria della sanita che per riconoscenza
    gli lascia molti spazi non solo di visibilita ma anche decisionali.

    in quel pianeta la sanita passa da pubblica, gestita e finanziata dagli stati, a privata, in mano a un privato che
    (nemmeno medico) grazie ai risparmi fiscali e al successo dei suoi monopoli indisturbati ora puo decidere le sorti della sanita dell intero pianeta.

    come possono fare gli abitanti di quello strano pianeta? applaudire il filantropo e sperare che continui
    a aiutare il mondo e non sospenda i suoi preziosi aiuti? altro?

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