L’aquila della rivoluzione: Rosa Luxemburg a 150 anni dalla nascita

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Nel febbraio 1922 Lenin, dopo aver ricordato, citando uno scrittore di favole russo, che «le aquile possono saltuariamente volare più in basso delle galline, ma le galline non potranno mai salire alle altitudini delle aquile», ricordava a chi intendesse sminuire il contributo al marxismo di Rosa Luxemburg che, nonostante i suoi errori (quelli tattici così come quelli teorici), «lei era – e per noi resta – un’aquila. E i comunisti di tutto il mondo si nutriranno non solo del suo ricordo, ma della sua biografia e di tutti i suoi scritti».

A distanza di un secolo da quelle parole, possiamo ben dire che chi ancora si ostina ad auspicare e immaginare la transizione a una società socialista – e libertaria – è alla rivoluzionaria nata nella Polonia sudorientale il 5 marzo 1871 che guarda, molto più che al leader della rivoluzione bolscevica; non è un caso che uno dei centri nevralgici del pensiero critico europeo, la fondazione berlinese legata a Die Linke, sia intitolata proprio a Rosa Luxemburg (https://www.rosalux.de/en/).

Certo, per discuterne e raccoglierne l’eredità occorre andare oltre l’icona della “martire della rivoluzione” che la colloca, sì, nel pantheon anticapitalista ma allo stesso tempo congela il confronto sulle sue analisi e sulla sua stessa biografia, specchio delle tensioni interne al movimento operaio internazionale: tra i bolscevichi russi e i comunisti occidentali; tra i riformisti e i rivoluzionari in Germania; tra i gruppi dirigenti delle organizzazioni di sinistra – uomini prigionieri della mentalità patriarcale – e l’affacciarsi di una generazione di donne rivoluzionarie (oltre a Luxemburg vanno ricordate almeno Alexandra Kollontaj e Clara Zetkin) che devono lottare per vedere riconosciuta la loro autorevolezza.

Una ragazza ebrea e socialista non ha vita facile nella Polonia di fine Ottocento. Così nel 1889 Luxemburg si trasferisce a Zurigo, dove studia e incontra alcuni tra i leader del Partito socialdemocratico russo, ma anche Leo Jogiches, segretario generale del Partito socialista polacco: è l’inizio di un intensissimo sodalizio politico, intellettuale e sentimentale. Nel 1898 si trasferisce a Berlino, iscrivendosi alla SPD. Interviene con decisione nello scontro interno sulle diverse strategie di cambiamento con lo scritto Riforma sociale o rivoluzione (1900), in cui, pur non disconoscendo l’importanza della politica gradualistica, ammonisce che le riforme non possono essere intese – a differenza di quanto sostiene Bernstein – come fine in sé, costituendo piuttosto un mezzo per l’obiettivo ultimo: la rivoluzione. Di lì a pochi anni, sull’onda degli avvenimenti russi del 1905, la sua appassionata invocazione dello sciopero generale come strumento principe del superamento del capitalismo le attira gli strali di Kautsky e Bebel, preoccupati di mantenere la distinzione tra lotta economica e lotta politica, e con essa la supremazia del partito politico sull’organizzazione autonoma delle masse (da non confondersi, in Luxemburg, con lo spontaneismo fine a sé stesso).

Nel 1913 la rivoluzionaria polacca scrive L’accumulazione del capitale; dopo aver ripercorso sul piano teorico il problema della riproduzione allargata e le teorie della crisi, esamina la politica imperialistica delle potenze europee tra fine Ottocento e inizio Novecento. I due fenomeni sono intrecciati: «Nella sua spinta all’appropriazione delle forze produttive a fini di sfruttamento, il capitale fruga tutto il mondo, si procura mezzi di produzione da tutti gli angoli della terra, li conquista o li acquista in tutti i gradi di civiltà, in tutte le forme sociali». Ne deriva una visione dell’imperialismo che rifugge sia dalla tesi schumpeteriana del residuo atavico sopravvissuto in un capitalismo di per sé pacifico, sia da quella leniniana dello stadio supremo (quindi ultimo) del capitalismo; piuttosto – osserva Luxemburg – le politiche imperialistiche, il cui corto circuito accenderà la miccia della prima guerra mondiale, sono coessenziali al capitalismo fin dalle sue origini.

Più di chiunque altro Luxemburg è consapevole della ferita insanabile apertasi nella sinistra il 4 agosto 1914, quando la socialdemocrazia tedesca vota a favore dei crediti di guerra, cessando così di essere il faro del movimento operaio internazionale per diventare un «cadavere maleodorante». Insieme a Jogiches, Liebknecht e altri fonda prima un “Gruppo internazionale” all’interno della SPD, poi, nel 1916, una organizzazione autonoma, la Lega di Spartaco. Nei confronti della rivoluzione d’ottobre Luxemburg tiene un atteggiamento di “solidarietà critica”: esalta la determinazione dei bolscevichi a costruire il socialismo in una situazione «diabolicamente ardua» ma al contempo avverte: «È compito storico del proletariato, una volta giunto al potere, creare al posto della democrazia borghese una democrazia socialista, non abolire ogni democrazia». Profeta inascoltata, intuisce che elevando la democrazia diretta a unica democrazia legittima (dunque abolendo le istituzioni rappresentative), Lenin avrebbe finito per cancellare la democrazia tout-court. Quando la rivoluzione sembra irrompere anche in Germania (novembre 1918), gli spartachisti, rinominatisi Partito comunista tedesco, organizzano una rivolta (lo sciopero generale teorizzato da Luxemburg) contro la repubblica di Weimar. Il loro disegno di instaurare una democrazia consiliarista è stroncato nel sangue dal governo socialdemocratico di Friedrich Ebert, che il 15 gennaio 1919, avvalendosi dei Freikorps, un’organizzazione paramilitare anticomunista, ne decapita il gruppo dirigente uccidendo – non senza efferatezza – Luxemburg e Liebknecht (già più volte incarcerati per il loro attivismo); Jogiches sarà ucciso in carcere a marzo. Un’altra frattura irreparabile, nella storia del movimento operaio.

Rileggendo oggi la terza parte di L’accumulazione del capitale, dedicata all’analisi, ricca di esempi storici, dei processi con cui il capitalismo si impone, con le buone o con le cattive, nelle civiltà extraeuropee, trasformandole violentemente, ci si rende conto di come Luxemburg abbia anticipato tanto le teorie della globalizzazione quanto quelle dell’intersezionalità (la concatenazione fra sfruttamento di classe, di genere e di etnia), fornendo preziose coordinate tanto sul piano teorico quanto su quello metodologico.

La sua sensibilità per il mondo non umano ne fa un’antesignana dell’etica della cura; celebre è il passo in cui descrive, detenuta nel carcere di Breslavia, i maltrattamenti che subiscono i bufali strappati dall’esercito tedesco ai verdi pascoli della Romania, dove si muovevano liberi, e trascinati nella città all’epoca tedesca come bottino di guerra: «gli stavo davanti e l’animale mi guardava, mi scesero le lacrime – erano le sue lacrime; per il fratello più amato non si potrebbe fremere più dolorosamente di quanto non fremessi io, inerme davanti a quella silenziosa sofferenza. […] Oh mio povero bufalo, mio povero, amato fratello, ce ne stiamo qui entrambi così impotenti e torpidi e siamo tutt’uno nel dolore, nella debolezza, nella nostalgia». Il nesso tra violenza sulla natura e violenza sugli esseri umani non potrebbe essere più esplicito, in questa lettera del 1918; oggi la pandemia lo ha tragicamente disvelato anche a chi era più restio a riconoscerlo. C’è una logica comune, infatti, dietro l’idea che il destino dei non umani sia irrilevante e la disponibilità a sacrificare vite umane selezionate in base alla loro “dispensabilità”, perché improduttive o non allineate: le vite degli anziani, dei poveri, degli irregolari di ogni sorta.

Ha scritto Maria Turchetto che Luxemburg la parità con gli uomini «se la prese, e primeggiò in un’epoca di giganti». A 150 anni dalla nascita, la sua vita e le sue opere ci consegnano una riflessione penetrante (perché sofferta e appassionata: precisamente ciò che le rimproveravano i “compagni”) sulle degenerazioni sempre in agguato nei processi rivoluzionari, ma anche sull’intreccio inestricabile tra capitalismo, patriarcato e appropriazione distruttiva della natura. Comunque si vogliano intendere oggi i termini “proletariato” e “socialismo”, l’epoca di emergenza cronica che viviamo (tra pandemia, cambiamenti climatici e crisi economica) fa risuonare ancora più forte il suo monito del 1919: «Il socialismo è diventato una necessità non solo perché il proletariato non vuole più vivere nelle condizioni di vita che gli fanno le classi capitalistiche, ma anche perché, se il proletariato non adempie al suo dovere di classe e non realizza il socialismo, la rovina sovrasta su tutti noi assieme».

Monica Quirico

Monica Quirico, storica, è honorary research fellow presso l'Istituto di storia contemporanea della Södertörn University di Stoccolma. La sua ricerca verte sulla storia e la politica svedese, spesso in prospettiva comparata con l'Italia. Tra le sue pubblicazioni più recenti, Socialismo di frontiera. Autorganizzazione e anticapitalismo (Torino, Rosenberg & Sellier, 2018), scritto con Gianfranco Ragona.

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