Il diavolo di Bose

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Ho conosciuto Enzo Bianchi negli anni Sessanta. Lui più giovane di me di un anno. Entrambi maturati nel ribollire degli anni Sessanta e Settanta, tra preconcilio e Concilio, Lotta Continua e Movimento studentesco, e con attenzione all’ecumenismo e al “politico”. Alle spalle di Enzo c’erano i Mazzolari, i Turoldo, i De Piaz, i Vannucci, i Balducci, i Ranchetti, don Zeno e la sua Nomadelfia, la sinistra democristiana e i cattolici comunisti, Franco Rodano e Felice Balbo ecc ecc Un altro mondo, che coniugava fede e politica. Allora io ero ancora all’Università e lavoravo in una libreria milanese che era anche un centro culturale. Si chiamava la Corsia dei Servi, era stata fondata da Davide Turoldo e Camillo De Piaz, due Servi di Maria, e da un gruppo di laici, tutti usciti dalla Resistenza. Frequentata da intellettuali, malvista dalla Curia. E da padre Gemelli, che non avendo nient’altro da fare aveva denunciato alla Curia la libreria (di proprietà dell’Ordine dei Servi di Maria) perché esponeva in vetrina i libri della comunista Einaudi. Se il poveretto avesse saputo che qualche anno dopo Grazia Cerchi, portandoci i “Quaderni piacentini”, ci lusingava dicendoci che ne vendevamo molti di più noi della storica Feltrinelli di via Manzoni…

Enzo Bianchi la frequentava assiduamente (fu così che diventammo amici), pagava poco, metteva molto in conto, ripartiva per il casolare di Bose. Nel 1963 fondò la comunità come “associazione privata di fedeli” aperta, cosa inaudita a quei tempi, a uomini e donne, e tale è rimasta anche in seguito. Con tutte le autonomie relative, compresa la presenza, tra monaci e monache, di ortodossi e protestanti.

Ci andai la prima volta nel 1973 per il matrimonio di un amico, Mario Cuminetti, già assistente spirituale all’Università Cattolica: allora c’erano un casolare e una cappella, tutto molto povero e dignitoso. Mangiammo pane e salumi, formaggio, qualche dolce, bevemmo sangria, allora molto di moda. Enzo poi diventò anche un bravissimo cuoco.

La mia amicizia con Enzo è proseguita negli anni: io lavoravo nell’editoria, lui progressivamente ingrandiva la “sua” creatura, ogni tanto ci si incontrava, magari a Torino o a Milano per la presentazione di qualche libro. A Bose andavo di rado, in genere salendo in Val d’Aosta, e così conobbi alcuni dei suoi confratelli. Ho avuto carissimi amici, laici fino al midollo, che frequentavano Bose proprio per la libertà che consentiva e per il raccoglimento che favoriva. Non c’erano obblighi liturgici, ma si chiedeva il rispetto degli orari e della quiete. Si mangiava benissimo, in un clima di cordialità e libertà. L’atmosfera era amicale (non oso la parola “fraterna”), nessun fervore forzato. Ti sentivi accudito e a tuo agio anche se non seguivi i riti della comunità.

Bose era diventato un punto di riferimento per intellettuali inquieti ma anche per gruppi di giovani e per adulti che desideravano avere qualche pausa di ritiro, di riflessione. Per quanti, credenti o no, pensavano/pensano che la dimensione religiosa sia comunque qualcosa su cui riflettere e con cui confrontarsi. Era anche un punto di incontro. Ed è stato prezioso (anche per il Vaticano) nel dialogo con la Chiesa ortodossa.

Ma il tempo passa e cambiano anche le sensibilità e le esigenze. Il mood di oggi è molto diverso, i pochi che ancora si dichiarano vocati sono più ”spirituali”, più ascetici, rifuggono dalle commistioni eccessive col “profano”, altrimenti anziché in monastero andrebbero nelle associazioni umanitarie, tra i migranti e i derelitti delle nostre periferie. Bose aveva bisogno di cambiare e il primo a saperlo era proprio il suo fondatore.

Ma Enzo Bianchi è stato un “imprenditore” religioso, abile e tenace, e come tutti gli imprenditori invecchiando non riescono a passare la mano e quando la passano, pur in assoluta buona fede, non riescono comunque a staccare la spina: delegano, e mentre lo fanno sono sinceri, ma poi vogliono l’ultima parola: è più forte di loro ed è umano.

Poi il Vaticano, su richiesta di Bose stessa, sicuramente giunta a Roma graditissima (la Curia non vedeva l’ora di mettere le mani su una comunità prestigiosa anche all’estero ma che sfuggiva al controllo della Ditta) è stato improvvidamente coinvolto per dirimere le tensioni interne della Comunità. Dopo un anno di interrogatori e sondaggi l’inquisitore vaticano monsignor Cencini (ma almeno formalmente con l’approvazione di papa Francesco), ha dato un rozzo e paranoico ultimatum a Enzo Bianchi perché abbandoni la sua creatura, non si fregi più del nome “Bose” e, visto che pare continui a occuparsi del monastero, se ne vada a far danni in Toscana. Una specie di damnatio memoriae, come usava ai bei tempi preconciliari, quando il cardinal Ottaviani spediva in esilio i preti sgraditi. Cui poi magari si chiedeva scusa il giorno dei funerali, come fece Martini con Turoldo.

Così una comunità laicamente ecumenica, aperta soprattutto a chi non è “dentro” ma sta sulla soglia (e molti la frequentavano proprio per tale caratteristica) perde questo suo principale punto di forza e di attrazione, viene snaturata e rinchiusa nell’alveo cattolico. E si accomuna l’ “autoritarismo carismatico” del suo fondatore al fanatismo dei Legionari di Cristo e di altre sette. Quod erat demonstrandum

Gianandrea Piccioli

"Una lunghissima esperienza alla guida di marchi storici, prima Garzanti, poi Sansoni, più tardi Rizzoli, ancora Garzanti, a settant’anni è considerato uno dei grandi saggi dell’editoria («Ma che esagerazione, sono solo capitato fra le due sedie: dopo i grandi e prima del marketing»), cresciuto alla Corsia dei Servi, l’eretica libreria milanese che negli anni Sessanta mescolava Bellocchio e padre Turoldo. Passo resistente da montanaro, è abituato a scalare le vette impervie di giganti quali Garboli o Garzanti, Steiner o Fallaci. L’editoria che incarna è molto diversa da quella attuale, «per imparare il mestiere non ti portavano a fare i giochi di ruolo in luoghi esotici». Quasi dieci anni fa la decisione di lasciare, «perché il mondo era cambiato e non riuscivo più a intercettare il mutamento». Oggi il suo sguardo appare molto nitido, nutrito di letture meticolose condotte nel buen retiro di Rhêmes o nel silenzio di Casperia, un borgo medievale nell’alta Sabina. «La crisi dell’editoria è una crisi culturale. Si fanno troppi libri, molti anche interessanti, ma oscurati dalla censura del mercato. E soprattutto le case editrici hanno rinunciato a un progetto, a una visione complessiva che suggerisca un’interpretazione del mondo»" [da https://ilmiolibro.kataweb.it].

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3 Comments on “Il diavolo di Bose”

  1. Sono ateo ma ho seguito per lunghi anni Enzo Bianchi su “Uomini e profeti” i suoi commenti della Bibbia, del Vangelo e altri svariati argomenti. Ho vissuto e vivo questa situazione come un grave impoverimento e non me ne so fare una ragione.

  2. Da cristiana, ho conosciuto Enzo Bianche attraverso i suoi libri, ho anche frequentato la comunità di Bose, ricevo giornalmente i commenti al vangelo, ora, incredula per quanto è successo in quella comunità, mi sento smarrita, non conosco le motivazioni di quanto è successo, non le voglio neppure conoscere, chi si professa cristiano non può comportarsi in questo modo. Quella comunità non è più credibile, almeno per me. I vecchi danno fastidio, non si tengono più in casa, chi ha costruito quella casa si manda via. Dov’è la misericordia di cui tanto parlano? Il vangelo non solo si commenta, si vive!

  3. Quello che mi ha meravigliato e turbato è che questo si verifica con Francesco. Che significa? Che spinge per soluzioni simili o che é condizionato dalle forze oscure del Vaticano? Piu’ ne leggo e maggiori sono i motivi di turbamento.

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