“Il buco in testa”

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Un treno entra in una stazione, quella di Milano. L’immagine è in bianco e nero, mentre la didascalia dedica il film ai Fratelli Lumiere. Vira al colore, alla dedica se ne aggiunge un’altra: a Gianni Minervini, grande produttore italiano, anche di molte opere del regista di questo film, Antonio Capuano. Una dedica a chi il cinema lo ha inventato (omaggiati nella scena iniziale, con una locomotiva, soggetto quest’ultima di uno dei primissimi filmati dei due fratelli francesi) e a chi lo ha reso possibile facendo il cinema stesso come produzione, attività d’impresa, lavoro per registi, autori, maestranze. Un approccio con una goccia di storia, quindi: per introdurre la narrazione di una delle molte storie che il cinema ha il potere di ridare alla memoria collettiva.

Maggio1977. Il Movimento valuta i segni dell’inizio della sconfitta: l’onda del ’68 si sta esaurendo, sul piano sociale e culturale, senza aver prodotto quei cambiamenti radicali che si speravano. Il senso di frustrazione cresce e in tal senso una – comunque inaccettabile – scelta di violenza si pone a molti. Durante una manifestazione a Milano, il 14 maggio, alcuni manifestanti tirano fuori le pistole. La foto di uno di loro, postura di tiro, volto coperto, due mani a imbracciare l’arma a braccia tese, è entrata nell’immaginario collettivo degli anni di piombo. Viene ucciso un agente di 25 anni, il vicebrigadiere di Polizia Antonio Custra. Sua moglie era incinta di Antonia, che viene alla luce il primo di luglio.

Come nasce un film? Questo, quando Antonio Capuano (davvero un grande piacere ritrovarlo sugli schermi con una sua opera, e così in forma: regia sicura, ottima direzione del cast) ascolta e legge delle interviste ad Antonia, soprattutto in relazione alla sua richiesta di poter conoscere personalmente colui che si è accusato della morte di suo padre e per questo ha scontato una pena, Mario Ferrandi. Capuano decide di far diventare un soggetto cinematografico questa pagina di storia, abbondantemente commentata dalla cronaca del tempo, ma che sicuramente è importante riproporre: quell’anno, nodale per quanto seguirà – da qua si definisce un passaggio cruciale della lotta armata in Italia, che culminerà nel sequestro Moro nel 1978 – è emblematico di una stagione in cui i processi si faranno sempre di più attraverso i media e a questi ultimi resterà l’esclusiva delle ricostruzioni della memoria. Che adesso sembra relegata nelle ricerche storiche, è uscita dal dibattito culturale, è in parte tabù per le forze progressiste, diviene materia di trattazione solo per l’opportunismo politico di segnalare le nefandezze della sinistra italiana. Invece quelle del terrorismo rosso sono vicende ancora non del tutto definite, negli intrecci di responsabilità e nell’identificazione piena dei mandanti e delle convenienze politiche sottese ai fatti. Vicende che esigono altre domande e che le storie connesse alle esistenze di chi le visse non siano date in pasto ad un pubblico televisivo, ma ripensate prima nell’alveo delle coscienze. Come si fa con Il buco in testa (prodotto da Eskimo con Rai Cinema, presentato in selezione ufficiale e in prima mondiale al 38° Torino Film Festival online e in attesa di uscita commerciale con la riapertura delle sale).

La vicenda del film si svolge per piani narrativi alternati. Il tempo dell’incontro tra Antonia e Mario (nel film Maria Serra e Guido) si delinea nel suo significato attraverso il costruirsi cinematografico della figura della giovane donna, il cui riflettere e spesso soffrire è vissuto davanti allo spettatore, con lei che si rivolge talvolta direttamente in macchina. La sofferenza della madre, resa afona dal dolore, nella memoria dei baci e degli abbracci perduti, trova eco negli slanci alla vita frenati di Maria, l’incapacità di pensarsi verso un futuro, un senso di giustizia che diviene la richiesta di poter dare corpo all’odio attraverso il volto di chi le ha ucciso il padre. Un buco non solo in testa, ma nell’anima, tanto più se manca governo, sembra che viga la legge crudele della mancanza del diritto, della giustizia.

Intorno a Maria, Torre del Greco; la rete di violenze, l’insistita precarietà lavorativa, la rabbia disperata dei giovani con vie impossibili verso altri orizzonti, lo sforzo attraverso scuola e associazioni per spazzare via ciò che impedisce dignità continuamente impedito, vanificato talora proprio da coloro per cui si cerca di lottare. Sorretta da una bellissima interpretazione di Teresa Saponangelo, Maria emerge come un personaggio segnato da un destino che appare molto più forte di lei, ma comunque non doma, mai rassegnata a subire passivamente. È impossibile realizzare un film così se l’interprete non è capace, come Saponangelo, di caricarsene addosso il peso, attraverso il dolore e la rabbia della protagonista fatte proprie, ritradotte nella propria fisicità. Il rancore di Maria, sovente senza parole, trova la via del coraggio. Il treno che vediamo all’inizio del film la porta a Milano, a incontrare Guido. Nel confronto con la psicologa che la assiste trova gli elementi per affrontare la sua storia, finalmente senza sentirsi «come un coniglio di fronte ai fari di un’auto».

E l’incontro con Guido (bravo anche Tommaso Ragno che lo interpreta) è la parte più bella del film. Maria lo studia da lontano, in un bar, poi bruscamente lo affronta. Cerca poi di sfuggirgli, sembra stupita dalla sua rassegnazione, non pensava di poter provare altri sentimenti che non siano l’odio. Non si aspettava fosse un uomo così. Conosce la sua compagna, la sente raccontare che anche la vita dell’assassino si è interrotta quando ha capito che è diventato tale. Si va sul luogo fisico dell’omicidio: le conseguenze del passato non si estinguono, Guido non pensava di aver ucciso, quando ha sparato. Maria si rannicchia sull’asfalto, dove è caduto suo padre. Intorno i passanti non sembrano accorgersi della donna. Un filo rosso di sangue (in digitale) scivola verso di lei… Poi, mentre i due sono a pranzo insieme, la vicenda sembra precipitare. Nelle mani di Maria compare una pistola, quella del padre recuperata nei cassetti dei ricordi…

Sul treno che la riporta a Sud, Maria telefona a sua madre. Il regista ce la mostra riflessa sul finestrino, mentre scorre il paesaggio. Adopera una parola, “pace”: quella da fare, quella finalmente possibile anche per lei. Una didascalia finale ci giunge dolorosa: due anni prima dell’uscita del film, Antonia/Maria è morta di cancro. A 40 anni, mentre pensava al matrimonio, la malattia ha interrotto un cammino di liberazione. Quello impossibile a Guido, che le dichiarava il fallimento degli ideali, la sconfitta nell’uso della morte di una volontà che pure era nobile. Un finale che impasta la dignità di una vittima che ha trovato la giustizia di una riconciliazione e l’amarezza che questo possa essere impossibile a un Paese intero, che non esce dal proprio passato, che non trova elementi per un altro avvenire. Impotente senza riscatto.

Il retroterra del film rimanda ad una stagione in cui altre vittime si incontrarono con i propri carnefici. Nelle notizie correlate apprendiamo che anche Mario Ferrandi conobbe il cardinal Carlo Maria Martini, che ebbe un ruolo importantissimo nel dialogo con il terrorismo rosso: lo seguì, con molti altri, negli itinerari di consapevolezza del peso dell’omicidio e di elaborazione di un perdono civile – non necessariamente di fede –, attraverso l’incontro con le vittime e i loro familiari. Convenire di possibile riconciliazione proposto ad una generazione intera, composta da assassini che morirono dentro con coloro che avevano ucciso. Proprio Il libro dell’incontro. Vittime e responsabili della lotta armata è il titolo di un libro in cui Adolfo Ceretti, Guido Bertagna e Claudia Mazzucato raccontano alcuni di questi itinerari. Una pagina di storia di una società veramente civile, sicuramente un testo da leggere a latere di questo film.

Anche i familiari delle vittime delle mafie attraverso Libera hanno cercato di intraprendere percorsi del genere. È ancora un processo in evoluzione, le vicende storiche non sono sullo sfondo del già accaduto, è materia in divenire perché le mafie sono ben lungi dall’essere sconfitte, e costrette quindi a trattare – se non nei singoli casi – con una autorità che si faccia garante di quanto deriva da tale sconfitta. Come accadde con il terrorismo, quando fu possibile, pur nell’ambiguità con cui lo Stato si pose in alcuni passaggi o le reticenze (che nascondono cosa?) di alcuni dei protagonisti di quella stagione di sangue. Una autorità adesso difficile da identificare. Non può essere la magistratura (che ha un ruolo diverso), i partiti politici mi sembrano inadeguati, forse solo alcune associazioni (le chiese lo furono: ma i personaggi della statura di Martini scarseggiano), forti della presenza delle vittime, possono tentare un itinerario analogo. Nei troppi incroci senza destinazione in cui si sono trovate queste persone (vittime e colpevoli) sappiamo di essere anche noi parte di una Storia oscura, condannati sovente a sapere senza prove e senza indizi (la voce forte di Pier Paolo Pasolini ne Il romanzo delle stragi, 1974). Diversi processi si sono chiusi positivamente, molti magistrati hanno fatto la loro parte. Ma è mancata una risposta politica, collettiva, che chiedesse conto di quanto deriva da quelle sentenze, di quel transito incompiuto verso una democrazia che si fondi sulla giustizia. Nella difficile convinzione di non essere solo spettatori inerti di tutto ciò, ma coprotagonisti, per volontà e capacità di invertire le spirali di inevitabile sconfitta in cui sembriamo troppo spesso relegati.

Se non c’è una società intera che elabora, accusa, comprende, ma è disposta alla remissione della colpa se intende ravvedimento, il destino dei singoli resta sospeso, in quella sconfinata terra di mezzo tra giustizia e connivenza in cui la nostra Italia sembra inevitabilmente impantanata. Resta chiara la necessità di formarsi per divenire noi stessi, noi stesse, capaci di linguaggi, attivi nella determinazione, di giustizia, pietà, rigore intellettuale e tenerezza verso qualunque vittima. Ci urge il senso del futuro; perché esso sarà tale solo se lo renderemo possibile.

Andrea Bigalli

Andrea Bigalli, fiorentino, è stato ordinato sacerdote nel 1990. Dal 1999 è parroco a Sant’Andrea in Percussina (San Casciano Val di Pesa). Vice direttore della “Caritas” toscana dal 1998 al 2005 è attualmente referente di Libera per la Toscana e membro del direttivo della rivista “Testimonianze”. Insegna religione nelle scuole superiori di Firenze.

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