Il mondo si è ingolfato

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Tutte le religioni dell’umanità raccontano di catastrofi epocali e/o punizioni divine, miti escatologici del mondo distrutto e ricreato da cui poi la vita rinasce migliore. Che siano punizioni per l’autoisolamento arrogante di un’etnia o di un gruppo (Torre di Babele, archetipo di tutti i sovranismi) o per un comportamento collettivo sgradito alla divinità (Diluvio universale), o distruzioni e cataclismi cosmici voluti dagli dei per far sorgere un ciclo epocale più giusto o addirittura il crepuscolo delle divinità stesse e conseguente crollo del loro dominio, si tratta comunque di un archetipo ampiamente studiato da storici e antropologi e diffuso dalla letteratura e dall’industria cinematografica. Poi c’è sempre l’avidità umana, incline a scoperchiare il vaso di Pandora…

Non so se questi miti possono aiutarci a comprendere la situazione contemporanea. So per certo che il mondo si è ingolfato e la pandemia è solo la cartina al tornasole che ne mostra guasti e fragilità. La gabbia neoliberista, potenziata dalla rivoluzione elettronica, rivela le sue pulsioni suicide. E sembrerebbe arrivata al capolinea la pretesa di regolare il globo asservendolo a una supposta razionalità del capitale. (Come prova a contrario basterebbe ricordare il tracollo della sanità pubblica, uno dei gioielli dell’Italia repubblicana, sostituita dalla sanità privata, la cui ragion d’essere è quella di aumentare il fatturato, non di diminuirlo guarendoci o accudendo comunque gli incurabili.) Resta saldo per ora il vincolo alla rete elettronica, peraltro fragilissima: esposta a ogni incursione pirata, ormai in grado di spiarci giorno e notte, vicina a sostituire il nostro sistema cerebrale, ma ancora dipendente dal coltan, una miscela di rari minerali, attualmente estratti in condizioni disumane soprattutto in Congo e Ruanda, ma in misura minore presenti anche in Australia e in Sudamerica, senza la quale non avremmo cellulari e computer. Ma in mancanza di una controtendenza sociale e politica è impossibile uscire dalla gabbia.

E qui si crea il circolo vizioso. Innanzi tutto perché la politica, che tradizionalmente era lo strumento sociale per cambiare o modificare e organizzare la realtà, non esiste più, sostituita da un potere finanziario globalizzato non emendabile e, come un macigno su un’ autostrada, ostacolo a eventuali e possibili alternative. Di qui la fine delle mediazioni (ma “uno vale uno” funziona solo per i diritti e i doveri, non per le competenze) e quindi la mediocrità generalizzata. E quando la politica tutta è condizionata globalmente dal regime neoliberista, con dislocazioni planetarie dei capitali e delle attività industriali, la vita sociale diventa sempre più lasca, i governi sono prigionieri del credito e i singoli stati, anche se lo volessero, non sarebbero in grado di fare molto: il capitale globalizzato, come un topo nel formaggio, rode da dentro qualsiasi forma di autonomia. Inoltre, e il circolo si stringe sempre più, le immense ricchezze dei paesi di quello che un tempo chiamavamo Terzo Mondo vengono date in appalto alle società per azioni dei paesi ricchi che possono facilmente corrompere i politici locali. Col conseguente aumento della povertà delle popolazioni. Tutto in nome di uno sviluppo senza fine, ma per privilegiati. I più buoni dicono anche “sostenibile”, ma, come scrive Stefano Righetti in Eco inciviltà (Mucchi editore), “il modello di sviluppo non può darsi per definizione alcun limite, perché l’unico significato ammesso (fino a questo momento) della parola ‘sviluppo’ implica già, fin dalla sua origine moderna, l’impossibilità stessa di un limite.”

Siamo prigionieri di un sistema che crollerà senza ricambio: questa mi sembra la prospettiva. Qualunque progetto politico alternativo senza possibilità di riforma e di controllo del sistema economico, è fatuo o comunque destinato alla subalternità.

L’ennesima conferma è data dal triste destino dei progetti di uscita dalla crisi prodotta dal Coronavirus. Ce ne sono di lungimiranti e realistici: le 33 proposte della Lega Ambiente; il libro a più voci Il mondo che verrà, curato da Daniela Padoan per Interno4 e già segnalato su Volere la luna da Marco Revelli; sempre su questo sito vari articoli, non solo sul Tav. Ma anche in molti siti in rete si sono lette proposte concrete e alternative alla koiné dominante. Ne verbum quidem da parte del governo attuale, delle opposizioni, dei mass media, della pletora di gruppi di studio, task force, comitati…

Io ero ancora al liceo quando Arbasino scriveva lunghi articoli contro le “cattedrali nel deserto” per le quali in Sud Italia si espiantavano agrumeti e ulivi per erigere faraoniche industrie di cui ora non riusciamo a liberarci. Forse per uscire dalla povertà del dopoguerra non si poteva, allora, fare diversamente: non ho comunque competenze sufficienti per esserne certo. Ma le ha Giuseppe De Rita, che da una vita segnala le potenzialità di ricchezza “sana” (paesaggistica, artistica, agricola e gastronomica e quindi anche economica) dell’Italia collinare e montana, a partire da tutta la dorsale appenninica, da Parma all’Aspromonte: l’Italia interna dimenticata a vantaggio di quella costiera e padana. E competenza hanno Antonella Tarpino e Guido Viale, Fabrizio Barca e Tomaso Montanari e Vittorio Emiliani e l’elenco sarebbe ancora lungo. Ma il sistema dell’informazione e la Confindustria preferiscono Vittorio Colao e Mario Draghi, quest’ultimo inopinatamente prediletto da quella Comunione e Liberazione, prima artefice del rovinoso sistema sanitario lombardo. Da parte sua il governo preferisce le adunate a Villa Pamphilij, che anche solo a pagarne le spese si fa una finanziaria. Ma intanto gli italiani diventano sempre più poveri (e vecchi) e i problemi sempre più aggrovigliati. Per anni si sono elevati peana al bluff di Milano, una città prigioniera delle sfilate di moda e delle tavole calde, che rischia una rapida decadenza se, come temo, avranno un seguito gli entusiasmi per lo smart working. Una città che nella sua area Nord in più di cinquant’anni non è riuscita nemmeno a evitare gli allagamenti periodici di strade cantine e auto causati dagli esondamenti di un fiumetto brianzolo già irreggimentato dagli antichi Romani. Mentre il coccolatissimo sindaco Sala, consapevole della mina innescata che in caso di vittoria si troverebbe sotto i piedi, si sta già defilando dalle prossime elezioni comunali.

Alla mia età non ci si fanno più illusioni. Possiamo gingillarci con tanti bei programmi, ma un progetto politico senza realistiche possibilità di governo non ha grandi chances di presa su una società disgregata in un mondo in crisi.

Ci resta il detto spagnolo Mal de todos consuelo de tontos, tanto più lucido e realistico del nostro Mal comune mezzo gaudio. O, più seriamente, la resilienza. Forme di resistenza individuale e di piccoli gruppi, disseminati qua e là, che si mandano segnali di fumo a distanza. Magari ogni tanto si incontrano e si riconoscono, poi si riallontanano: non è molto, ma nell’estraneità che li circonda si sentono meno soli.

Gianandrea Piccioli

"Una lunghissima esperienza alla guida di marchi storici, prima Garzanti, poi Sansoni, più tardi Rizzoli, ancora Garzanti, a settant’anni è considerato uno dei grandi saggi dell’editoria («Ma che esagerazione, sono solo capitato fra le due sedie: dopo i grandi e prima del marketing»), cresciuto alla Corsia dei Servi, l’eretica libreria milanese che negli anni Sessanta mescolava Bellocchio e padre Turoldo. Passo resistente da montanaro, è abituato a scalare le vette impervie di giganti quali Garboli o Garzanti, Steiner o Fallaci. L’editoria che incarna è molto diversa da quella attuale, «per imparare il mestiere non ti portavano a fare i giochi di ruolo in luoghi esotici». Quasi dieci anni fa la decisione di lasciare, «perché il mondo era cambiato e non riuscivo più a intercettare il mutamento». Oggi il suo sguardo appare molto nitido, nutrito di letture meticolose condotte nel buen retiro di Rhêmes o nel silenzio di Casperia, un borgo medievale nell’alta Sabina. «La crisi dell’editoria è una crisi culturale. Si fanno troppi libri, molti anche interessanti, ma oscurati dalla censura del mercato. E soprattutto le case editrici hanno rinunciato a un progetto, a una visione complessiva che suggerisca un’interpretazione del mondo»" [da https://ilmiolibro.kataweb.it].

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