Accadde a Torino

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Accadde a Torino, più che altro. C’è Marta, figlia di Lorenzo, un padre discontinuo, in ogni senso. C’è e non c’è, è affettuoso e distante, ha avuto tre mogli, la seconda delle quali è la madre di Marta, sembra non curarsi del passato, delle tracce che lascia sugli altri, dei suoi oggetti, ha tre lauree (medicina, psicologia e filosofia) ma fa l’operaio Fiat. Poi si ammala e muore, e Marta resta sospesa: chi è, anzi era, quell’uomo che lei ha amato e detestato, che ha riempito la sua vita di un vuoto ingombrante? E perché era finito in carcere, qualche anno prima che lei nascesse, accusato di terrorismo, di far parte di Prima linea?

Così comincia il romanzo, Città sommersa (Bompiani, 2020, candidato al Premio Strega). Ossia il viaggio all’indietro nel tempo e all’interno, nei ricordi e nel senso di sé, cioè figlia, di Marta Barone. Che in principio ‒ è stata la mia impressione ‒ rilegge con fastidio, quasi, gli atti del processo per banda armata, come fiancheggiatore, da cui Lorenzo uscirà assolto: aveva solo prestato le prime cure, da medico qual era, a uno di Prima linea ferito in un assalto armato, ma lui non ne sapeva nulla, non aveva mai partecipato al gruppo e anzi nel suo girovagare nel movimento torinese dell’epoca deponeva ovunque argomenti contro la “lotta armata”. Però Marta è diffidente. E poi, gli anni Settanta.

Qualche tempo fa Gabriele Salvatores, il regista, ha compiuto settant’anni, perfetto sessantottino, e, intervistato da Repubblica, alla domanda come lui si era formato negli anni Sessanta e soprattutto Settanta (nel ’68 era giovane, solo 18 anni), lui risponde: «Si sparava per le strade». Poi cerca di correggere, aggiungendo che però la cultura ecc. e che molto si muoveva. Ma il riflesso è quello: si sparava per le strade. Noi, coetanei di Oscar Salvatores, proviamo vergogna, abbiamo cancellato, con l’aiuto incessante dei poteri della cultura e della politica, gli anni Settanta, abbiamo perso, siamo stati travolti dagli “armati”, come dice una testimone di Marta Barone, che aggiunge: «Ci hanno cancellato, sono rimasti solo gli assassini». Così che gli enormi cambiamenti nella società e nella cultura e nella scuola e nelle fabbriche, la nuova civiltà creata dal movimento di quegli anni, divorzio e aborto, sanità pubblica e gratuita per tutti, la legge Basaglia sui manicomi e infiniti eccetera, è scomparsa insieme ai suoi agenti. Cioè le persone come Lorenzo Barone.

Ma Marta, la figlia, è tenace, ha un conto da regolare con se stessa, così cerca e scava. Lorenzo era uno studente fuorisede pugliese a Roma, si trova a Valle Giulia, la “battaglia” che annunciò il ‘68, ed era al fianco di Oreste Scalzone quando i fascisti gli gettarono addosso un banco, all’università, ferendolo gravemente. Ma soprattutto andava nelle borgate miserabili di Roma a fare il doposcuola ai bambini, quando gli studenti decisero di andare verso il popolo. Lorenzo Barone è una specie di Forrest Gump, che appare in molti degli eventi storici di quel periodo, non inconsapevole, però umile.

Infatti entra in uno dei gruppi della nuova sinistra, il più integralista e per certi versi ridicolo, “Servire il popolo” (l’Unione dei comunisti marxisti-leninisti), un effetto collaterale della dismisura della voglia di rovesciare tutto che dominava quell’epoca, e il partito lo spedisce a Torino, lo spinge a sposare una compagna che diventerà una sorella, una complice di vita, più che una moglie, ma lo convincerà anche a finire gli studi e laurearsi in medicina.

Marta rincorre questo filo, tra testimonianze e rari scritti del padre, come quello con cui lui spiega ad altri come sia stato «avere la testa ma non il corpo», la militanza in “Servire il popolo”, che peraltro si scioglie a metà anni Settanta.

E Lorenzo? Non si perde, anzi, partecipa a occupazioni di case, aiuta, da psicologo, le persone con difficoltà mentali, infine si fa assumere in Fiat, come operaio. Ed è come se il suo fuoco interiore non potesse spegnersi, nonostante tutto. E Marta se lo immagina seduto nel cortile di uno dei palazzoni occupati di via delle Cacce (c’era una drammatica questione della casa, per gli operai e le famiglie, e via delle Cacce è dove un vigliante privato uccise Tonino Micciché, giovane militante di Lotta continua), Lorenzo fissa il fuoco di uno dei falò che si accendevano nei cortili per spingere in là l’inverno crudo, e si chiede: io sono comunista in che senso? Medita. Infine si risponde con una semplicità emozionante: «Ho solo cercato di fare del bene».

Ma nel frattempo ‒ come dice Salvatores ‒ si comincia a sparare, i compagni di prima, specie più giovani, impugnano pistole e organizzano attentati sempre più dementi, anche se le vittime sono reali. Come questo fenomeno sia affiorato sulla superficie del movimento Marta lo racconta benissimo, senza il pregiudizio per cui tutti erano terroristi o amici dei terroristi. Anzi. Perché c’erano state le bombe fasciste e dei servizi segreti e sì, gli spari per le strade, in generale dalla polizia verso chi scendeva in piazza, da Battipaglia in poi.

Il romanzo è, come scrive lei stessa, «una nostalgia del futuro anteriore», ma è allo stesso tempo, per uno come me, un prezioso tassello di un mosaico che non esiste, quello della verità sugli anni Settanta, e che a scriverlo sia una figlia, una della generazione successiva, che fino a che non ha cominciato a scavare sapeva solo che in quegli anni «si sparava per le strade», rende questo romanzo letteralmente emozionante.

Pierluigi Sullo

Pierluigi Sullo, giornalista dal 1974, prima con il “Quotidiano dei lavoratori”; dal 1977 e per 22 anni a “il manifesto” (di cui è stato vicedirettore durante la direzione di Luigi Pintor); dal 1999 e per dodici anni direttore del settimanale “Carta”, di cui è stato co-fondatore. Ha pubblicato diversi libri, tra i quali "Postfuturo", saggio sulla crisi della modernità, il libro collettivo "Calendario della fine del mondo" (2011) e il romanzo "La rivoluzione dei piccoli pianeti" (2018).

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One Comment on “Accadde a Torino”

  1. Grande Gigi SULLO
    Ricordo con con emozione gli articoli di “Carta” e la costante vicinanze al “Movimento NO TAV”
    Grazie ancora.
    Ciau Valerio da Bussoleno

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