Dove andrà la cultura dopo la quarantena?

image_pdfimage_print

Per una critica liberale della cultura.

Muovendo dalla mia esperienza personale di uno studioso che si trova alla direzione di un istituto conosciuto e riconosciuto come il Centro studi Piero Gobetti, più che una definizione della cultura, propongo una interpretazione gobettiana della situazione culturale odierna: uno schema per provare a capirci e ad avviare un dialogo, una possibile chiave di lettura, certo non una verità incontrovertibile. Di verità di questo tipo non ne conosco. Tanto per fare una citazione inconsueta, mi trovo d’accordo con il più grande detective della letteratura: “La verità è sempre singolare. Il suo arrivo non può mai essere previsto né garantito”.
Esistono fondamentalmente due diversi modi di fare di cultura: 1. un modo che ha il solo scopo di intrattenere e che, mentre intrattiene, ci distrae e conferma valori e opinioni correnti: la cultura della genialità; 2. un modo che sfida le certezze e non lascia intatti: la cultura dell’iniziativa. Una terza via tra le due culture non esiste così come non esiste una terza via tra democrazia e dittatura, tra la libertà e la tirannide. Diceva Piero Gobetti: “Che ho a che fare io con gli schiavi”.
Da tempo la cultura sembra essere diventata snobismo, salotto, potere ed è minacciata e messa in discussione nella sua stessa funzione e identità. E da anni, pacificamente con noi stessi, vivevamo e, temo, a pandemia conclusa (quando? potremo mai dire che ne siamo definitivamente usciti fuori?), come se nulla fosse accaduto, torneremo a vivere immersi in un clima “avvelenato” dalla tendenza ad affrontare i problemi in modo ottimistico, velocissimo con parole velocissime, come si è già detto: geniale. Riprenderemo ad accostarci ai problemi, distratti, in modo superficiale, senza la necessaria concentrazione e il dovuto approfondimento delle questioni. Ma come è possibile non rendersi conto che i concetti grondanti di genialità non arrivano da nessuna parte e certo non lasciano nulla nelle menti e nei cuori. In quanti abbiamo avuto la pazienza di controllare e ricontrollare le fonti durante il lockdown sommersi dall’alternarsi di notizie sull’andamento della pandemia?
La nostra dimensione si esaurisce nell’immediatezza del presente senza una adeguata prospettiva storica. Il nostro tempo è caratterizzato dalla prevalenza del principio dell’istante su quello della durata. Non così, alla fine del 1924, quando il fascismo dopo l’assassinio di Giacomo Matteotti si avviava a prendersi l’Italia tutta intera per i prossimi vent’anni: “Abbiamo deciso – scriveva allora Gobetti – di mettere tutte le nostre forze per salvare la dignità prima che la genialità, per ristabilire un tono decoroso e consolidare una sicurezza di valori e di convinzioni”. Ebbene, il valore del nostro tempo è anti-gobettianamente la genialità più che la dignità.
Attenzione, la cultura della genialità è l’espressione di una mentalità ed è figlia di condizioni obbiettive. La perdurante crisi economica, destinata ad accentuarsi per gli effetti della pandemia, comporta una inevitabile scarsità delle risorse destinate alla cultura, stimolando una gara perversa a chi è più bravo o più furbo, più nuovo o più moderno, più geniale. Un fenomeno che rischia perversamente di allargarsi e di continuare a fare guasti che non sapremo più come riparare. Ma non serve a niente inveire contro i governi locali o nazionali di destra, di sinistra oppure né di destra né di sinistra che in varia misura mortificano la cultura. Piuttosto serve opporsi alla logica della “genialità” e allearsi con e tra le voci critiche che pure ci sono, agiscono là dove meno te lo aspetti, suggerendo di adottare criteri di competenza e di serietà nella destinazione delle risorse pubbliche e private alla cultura.
Elencando i tratti della cultura della genialità, è possibile vedere in controluce le caratteristiche della cultura intesa come un modo per crescere come persona e comprendere meglio gli altri.
In primo luogo, la cultura della genialità tende a sostituire le scuole di formazione con gli incontri di rappresentanza, le riviste di cultura con i quotidiani, i quotidiani con i rotocalchi, la cultura dei libri con la cultura televisiva, gli uomini e le donne di cultura con i giornalisti, i giornalisti con i conduttori televisivi. Per contro occorre ridare alle idee il loro valore, mostrando concretamente che si può arrivare nei palazzi che contano grazie ad esse. Le idee sono “appropriazioni, apprendimenti, arricchimenti soggettivi”, “fattori di liberazione”, “fonti di piacere”, “beni della vita”: “una vita senza idee e una società che non sprigiona idee sono letteralmente infelici”.

In secondo luogo, la cultura della genialità tende ad anteporre, se non a contrapporre, la cultura spettacolo (pop) alla cultura degli archivi e delle biblioteche. Mentre “i bibliotecari sostengono che le biblioteche sono un servizio necessario per la comunità e nessuno studioso serio lo nega” diversamente “i politici, almeno in questi anni tristi, sono indifferenti a ogni ragionamento che vada al di là della campagna elettorale”. La descrizione amara ma non cinica è di Antonella Gnoli e risale a qualche anno fa, ma non ha perso nulla del suo carattere provocatorio. In difesa delle biblioteche e degli archivi si possono addurre una ragione culturale e, in senso lato, anche economica: solo i bibliotecari e gli archivisti sono in grado di aiutare moltissimi giovani a distinguere il valore dei materiali forniti da Wikipedia da quello delle pubblicazioni scientifiche. E anche una ragione morale: le biblioteche e gli archivi sono una irrinunciabile infrastruttura democratica. Come ci ha insegnato Norberto Bobbio, una delle promesse non mantenute della democrazia – la più grave – è quella del cittadino disinformato, ignorante, non educato.
In terzo luogo, la cultura della genialità alimenta nell’opinione pubblica la tendenza a considerare negativamente, ricordate?, la “cultura dei professoroni”, percepita e vissuta come un privilegio di pochi, qualcosa che riguarda minoranze senza alcun legame con la realtà (intendi: la visione della realtà delle maggioranze) e/o le classi medio alte. Gli uomini e le donne di studio – perché non usare la parola: gli intellettuali – nel migliore dei casi vengono considerati superati, isolati predicatori che non hanno nulla da insegnare: dai pulpiti televisivi predicano tribuni di vario segno, mentre fanno fatica ad esprimersi coloro che invitano a ragionare. Si è radicata l’idea (falsa) che non serve studiare perché con una relativa scolarizzazione o magari con una navigazione di una mezz’ora in rete chiunque possa accedere a quella conoscenza di cui, secondo la vulgata, gli intellettuali si ritengono arbitrariamente depositari.
In quarto luogo, la cultura della genialità scambia la formazione con la comunicazione, la comunicazione con i coriandoli e gli effetti speciali, la serietà con la retorica: la soglia da non superare. Per tornare a Gobetti, la genialità più che la dignità. Assistiamo rassegnati a una sorta di nuovo tradimento dei chierici non più sedotti dalle lusinghe del potere ma dal potere della “comunicrazia”. La decadenza del linguaggio e la fine del dibattito pubblico indeboliscono la democrazia che si sta trasformando, se non si è già trasformata in “popolocrazia”: “una versione distorta e faziosa della democrazia. Fondata su una idea, meglio un’ideologia che s’immagina un popolo indistinto, unito dalle paure e dai confini che ci separano dagli «altri»”.

Nella prospettiva di una critica liberale aggiornata all’oggi con le categorie di Piero Gobetti, l’opposto della cultura della genialità è la cultura dell’iniziativa. La distinzione, anzi il contrasto, tra le due culture, coincide con quello tra cultura come bene “per” tutti o come bene “di” tutti. Per dirlo con una formula, occorre passare dalla cultura “per” alla cultura “di”. Mi spiego con un esempio: un conto è la cultura “per” i giovani, un altro è la cultura “dei” giovani. Allo stesso modo c’è una bella differenza tra le iniziative culturali per le persone e quelle realizzate dalle e o insieme alle persone.
Analogamente non si può confondere la cultura delle donne con la cultura per le donne. Questa è una inconsueta quanto paradossale (insopportabile) forma di paternalismo al femminile. Il sessismo, una “malattia” che non risparmia né la politica né, ahimè, la cultura, è inammissibile moralmente, improponibile politicamente, incomprensibile culturalmente. La lotta che accomuna donne e uomini è quella per la libertà: il cardine dell’autonomia individuale che permette ad ogni persona di diventare protagonista della propria vita.
Tra la prospettiva della cultura come “bene di tutti” e quella come “bene per tutti” passa la differenza che c’è tra la cultura che scaturisce dalle iniziative dal basso e la cultura proposta (imposta) dall’alto. Personalmente preferisco parlare di iniziative più che di attività culturali, intendendo la parola “iniziativa” nella sua intonazione gobettiana. Infatti, iniziativa è una delle parole chiave del linguaggio e del pensiero di Gobetti: è positivo ciò che crea iniziativa, nasce dall’iniziativa (per esempio il liberalismo rivoluzionario, l’iniziativa operaia, l’azione delle élites per il rinnovamento della classe politica); è negativo ciò che frena l’iniziativa e nasce per imposizione dall’alto (per esempio, il liberalismo conservatore, l’azione degli industriali che negano il valore liberale della lotta di classe, la resistenza dei gruppi di potere al rinnovamento del sistema politico). Nell’idea gobettiana di “iniziativa” c’è una dimensione religiosa: nel conflitto tra capitale e lavoro Gobetti sceglie le minoranze religiose dell’una e dell’altra parte. Chi scrive pensa che non si debba temere di dire che i tempi nuovi richiedono più iniziativa culturale, sociale, civile, morale, religiosa.
Gobetti giovane continua a parlare ai giovani in cui vedeva i protagonisti del rinnovamento del paese. Il teorico dell’iniziativa culturale diretta nella sua breve esistenza ha saputo rivolgersi contemporaneamente alle energie nove e ai vecchi maestri con la schiena diritta per spronarli ad essere insieme produttori di iniziativa. Oggi, come ai tempi del giovane liberale rivoluzionario, “se tutto è uguale, se il tono quotidiano è la tragedia, bisogna pure che ci sia chi si sacrifica, chi insegue il suo ideale trascendente o immanente, cattolico o eretico con arido amore”.
Se è vero come è vero che la cultura ha bisogno di un cambio di paradigma, una mentalità civile che consideri il bene “cultura” come un diritto e una conquista inalienabili si costruisce attraverso una “capacità di educare” che “si esperimenta realisticamente in noi stessi; educando noi avremo educato gli altri”. La via d’uscita può essere una nuova inedita creativa alleanza tra i giovani e i vecchi. Il metodo di Gobetti può essere ripreso, aggiornato, praticato nella forma di una alleanza intergenerazionale tra i saperi e una élite giovanile diffusa per affrontare le sfide del nostro tempo. Un’élite radicale certo paziente e prudente, accorta e perseverante, ma non acriticamente obbediente, anzi criticamente disobbediente.
Applicando in modo radicale lo schema gobettiano al problema della cultura oggi, si può dire che sono auspicabili meno “attività” pensate e organizzate per la cittadinanza e più “iniziative” che scaturiscono dall’impegno di gruppi, associazioni, movimenti. Tanto per cominciare si potrebbero realisticamente immaginare e suggerire approcci, percorsi, sperimentazioni che vedano le persone coinvolte nella ideazione, progettazione, realizzazione delle iniziative/attività culturali.
Gli istituti culturali e le diverse forme di associazionismo, volontariato, terzo settore, impegno sociale e civile sono il soggetto più adeguato a promuovere l’iniziativa di una discussione sul futuro della cultura che coinvolga regioni, comuni, province, circoscrizioni; la scuola e l’università; archivi di stato, soprintendenze per i beni archivistici, biblioteche pubbliche e private; editori e riviste di cultura; la stampa locale e nazionale; i promotori e organizzatori di appuntamenti culturali locali e nazionali; studenti, docenti, bibliotecari, archivisti, tecnici, organizzatori, operatori, progettisti che con la loro specificità e nel proprio campo in dialogo tra loro possono agire come centri di iniziativa e di autonomia.

Se c’è una lezione da trarre dalla pandemia, è che s’impone un confronto non più assistenziale con le Fondazioni che con il loro contributo non solo finanziario “aiutano” la cultura in questo Paese. Sarebbe positivo se si sviluppasse un “neo-mecenatismo imprenditoriale”, generoso non solo con la cultura delle immagini ma anche con la cultura dei documenti. Penso non tanto ai grandi gruppi industriali quanto alla rete di piccole imprese radicate nel territorio di appartenenza che costituiscono il tessuto produttivo vitale del nostro Paese.
A mio avviso, la pandemia non cancellerà, né attenuerà, anzi aumenterà la contrapposizione fondamentale, che non ammette, né consente mediazione alcuna, tra la serietà e la retorica, che pongono capo, come si è visto, a due concezioni opposte della cultura: la cultura dell’iniziativa e la cultura della genialità. La lotta tra serietà e retorica è perdurata incessante e sopravviverà nel tempo. (In politica assume forme tragicomiche, a volte fino al grottesco, sconfinando nella volgarità, ma questo è un altro discorso). Come finirà? O, dicendo meglio: “Quali forme assumerà nei prossimi anni?
Dove andrà la cultura dopo la quarantena?
Nel lavoro culturale è sia necessaria sia desiderabile una gigantesca collettiva imprevista mossa del cavallo da parte degli attori che a vario titolo e in diversa forma creano cultura nel senso di produrre umanità: uno strappo collettivo nel vestito che l’opinione dominante vuole cucirci addosso. Se guardo a quella che una volta veniva chiamata l’industria culturale di massa, a fronte della coazione a ripetere pervicacemente vecchi schemi proprietaristici e a riproporre le consolidate liturgie dello stato o del mercato, inclino al più cupo pessimismo, Ma, se, partendo dalla mia esperienza diretta, guardo ai gruppi, ai movimenti, al volontariato, al terzo settore, alle esperienze e iniziative di partecipazione culturale dal basso attive nella società, mi convinco che la partita non è finita e che il finale non è già stato scritto.

Pietro Polito

Pietro Polito, storico delle idee, direttore del Centro studi Piero Gobetti e curatore dell’archivio Norberto Bobbio, tiene una rubrica periodica on line sul tema “La nostra R/resistenza”. Si occupa del Novecento “ideologico” italiano ed è autore di saggi su Piero e Ada Gobetti, Aldo Capitini, Norberto Bobbio e Danilo Dolci. L’altro suo filone di studi è la pace, la nonviolenza e l’obiezione di coscienza.

Vedi tutti i post di Pietro Polito

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.